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giovedì 31 dicembre 2020

LEGGE DI BILANCIO
di Alfonso Gianni

 
Un coacervo di norme senza respiro politico.
   
Habemus legem. Non c’è da esultare, ma comunque la legge di bilancio verrà approvata entro la fine dell’anno, malgrado fosse stata presentata in Parlamento con inconsueto ritardo, evitando così il temutissimo esercizio provvisorio. Non sarebbe stato un buon biglietto da visita per Bruxelles in attesa dei fondi del Recovery. Gli esponenti della maggioranza hanno voluto sottolineare che il testo del governo è stato arricchito da una discussione bipartisan in cui finalmente il Parlamento ha potuto dire la sua, dopo che ha passato un anno a convertire decreti del governo e a subire ripetuti voti di fiducia. Vero, ma solo per un ramo del Parlamento. La Camera ha discusso, il Senato ha ratificato. Lo stesso Presidente della Repubblica, che avrebbe secondo la Costituzione un mese per farlo, promulgherà la legge nell’attimo di un sospiro. In sostanza si è realizzata una sorta di monocameralismo di fatto, distorto e distorcente, oppure, se si preferisce, di un’anticipazione della entrata in vigore della riduzione di un terzo dei parlamentari infierendo particolarmente sul funzionamento del Senato ridotto a un moncherino. Certo non viviamo in tempi normali, solo che l’eccezione è diventata regola. 



È un anno che si vive di provvedimenti aventi natura finanziaria, questo è il nono. E non è finita, poiché oltre al tradizionale Milleproroghe a gennaio andrà in scena un altro scostamento di bilancio per finanziare un nuovo “ristoro”. A dimostrazione della fallacia del pareggio di bilancio inserito a suo tempo in Costituzione. Secondo l’Istat rispetto al secondo trimestre 2019 gli occupati sono calati di 841.000 unità, di cui quasi la metà under 35 e ieri l’ufficio studi della Confcommercio ha stimato che il tasso di mortalità delle imprese, rispetto al 2019, risulta quasi raddoppiato per quelle del commercio (dal 6,6% all’11,1%) e addirittura più che triplicato per i servizi (dal 5,7% al 17,3%). Ma guardando l’insieme dei provvedimenti economici lungo l’anno non si scorge che il tentativo di venire incontro all’emergenza, Difficile non concordare con la tagliente definizione dell’Ufficio parlamentare di bilancio (organo indipendente istituito nel 2014) che definisce questa legge “un coacervo di misure senza disegno”. Ove al tradizionale assalto alla diligenza e alla logica dispensatrice neocorporativa - la pioggia dei bonus, dagli occhiali agli smartphone, alcuni persino più ridicoli che scandalosi - si è aggiunta anche una qualche attenzione ai problemi sociali per soddisfare le esigenze più immediate, tra conferme e novità. 



Come i 267 milioni destinati all’assegno di ricollocazione esteso ai disoccupati Naspi e Discoll da oltre 4 mesi e ai cassaintegrati per cessazione di attività; la proroga di 12 settimane di Cig (ma senza oneri per le imprese); le facilitazioni per lo scivolo verso la pensione: la nona salvaguardia per gli esodati; l’istituzione di un fondo di 1 miliardo per il 2021 per l’esonero dai contributi previdenziali per le partite Iva con calo di un terzo del fatturato. Viene da chiedersi come tra tante provvidenze non sia riuscito a trovare posto il rinvio del taglio del fondo per l’editoria. Domanda retorica, essendo la risposta già nota con la vaga promessa che forse se ne riparlerà nel Milleproroghe. Mentre per il Sud si ricorre alla solita scelta dello sgravio contributivo per le aziende del 30% fino al 2029. Ma proprio questa norma mostra il fiato corto e lo sguardo miope della manovra. Come diceva lo storico Rosario Romeo la mancata ripresa del Sud - sempre più a fondo in questa crisi - compromette la ripresa nazionale. Ed è un problema che riguarda i vari sud dell’Europa. Ci penseranno i fondi del Recovery? C’è da dubitarne, visto il modo con cui si stanno preparando i progetti, diventati ostaggio di una lotta scriteriata che vede Renzi protagonista per imporre un Conte ter, ovviamente senza passaggio elettorale che per l’uomo di Rignano sarebbe la disfatta. Il tema lavoro si riproporrà in termini esplosivi quando finirà il blocco dei licenziamenti il 31 marzo, peraltro già bucherellato da precedenti normative. Lo riconosce lo stesso Conte quando afferma che sulle politiche del lavoro bisogna fare di più e che non si può affrontare l’anno entrante con la legislazione vigente e gli stessi ammortizzatori sociali. Ma i buoni propositi, obbligati a fronte di un’evidenza così clamorosa, non fanno una politica. Per questo la partita del come utilizzare i fondi europei non si gioca a tavolino, indipendentemente dal numero di coloro che vi sono assisi. Senza un conflitto sociale articolato mosso da una proposta alternativa di sviluppo - dalla conversione energetica (ove il tema dell’idrogeno verde è strategico) alla rinascita del Sud, passando per il lavoro e l’universalizzazione del welfare e del reddito di cittadinanza - quella partita è persa. Intervenire sull’emergenza è inevitabile. Non si può dire a chi soffre: aspettate il piano generale. Ma restare prigionieri dell’emergenzialismo significa consegnarsi a un triste declino. Ed è questo il vero limite originario di questo governo, sorto per evitare soluzioni peggiori, ma incapace di trovare il filo di una politica degna di questo nome.