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giovedì 18 marzo 2021

I TEDESCHI DEL DANUBIO
di Christian Eccher


 
Apatin
 
Il Corso di Apatin, intitolato ai Sovrani Serbi, è ampio, fiancheggiato da case a un piano che si nascondono dietro a un filare di alberi dai rami ancora spogli. Qua e là compare qualche germoglio verde ad annunciare la primavera. Come ogni centro urbano della Voivodina, anche Apatin ha una struttura regolare, caratterizzata da vie perpendicolari. Il Corso è pedonale, per cui a meno di cento metri di distanza è stata aperta la via Tucović, molto trafficata, che collega la città a Sombor e a Novi Sad. Apatin coglie alla sprovvista chiunque arrivi da est, vale a dire dalla Pianura Pannonica, da Belgrado o dall’Ungheria, da Sombor o da Vrbas. Una manciata di case interrompe la monotonia dei campi arati, dietro alle loro corti si nasconde la via Tucović e all’improvviso compare il centro, con la sua Chiesa cattolica barocca, la scuola musicale e l’elegante casa in mattoncini rossi dell’industriale Johann Mayer. L’effetto per chi raggiunga il Corso è straniante: fino a pochi minuti prima c’erano solo la periferia, le strade non asfaltate e i campi fumanti ai primi tepori di marzo, sui quali corrono lepri impaurite e vagano cani randagi. Ai caffè siedono ragazze molto truccate e uomini che parlano al cellulare. I pochi passanti mattutini si affrettano verso l’edificio comunale o si perdono nelle vie che si ramificano dal corso, fra i palazzi socialisti dietro ai quali si stringono case dai tetti a spiovente e dalle tegole ricoperte di muschio. Basta percorrere una di queste stradine, che di sera odorano di carbone e legna bruciata a impregnare di fumo le giacche e i capelli, per arrivare al Danubio. Il fiume scorre imponente, indifferente, solcato da grandi navi e chiatte da trasporto che vanno dal Mar Nero all’Austria. Al di là del fiume è già Croazia: il confine di Stato è in realtà incerto e segue il corso del Danubio di 200 anni fa, quello riportato dai libri catastali di Vienna, per cui alcune zone che dovrebbero trovarsi in Serbia sono in Croazia e viceversa. I governi di Belgrado e Zagabria preferiscono non affrontare la questione, ma il territorio conteso potrebbe un domani portare a serie tensioni e forse anche a nuove guerre.
 
Il Museo dei tedeschi del Danubio  

 
In una strada tranquilla a poche centinaia di metri dal Danubio, lì dove la via si biforca per ospitare uno spiazzo verde adibito a cimitero, ai lati di una chiesa in stile neobarocco, c’è una casa elegante, a un piano, con la grondaia che sporge dal tetto per incanalare l’acqua piovana oltre il marciapiede in mattoncini che costeggia le abitazioni. Era la casa parrocchiale, quella dove abitava il prete della vicina chiesa cattolica. All’interno, nell’unica stanza riscaldata da un’antica stufa a legna, su un enorme tavolo scuro troneggiano pile di libri da catalogare. Lungo i muri, invece, sono disposti scaffali ricolmi di volumi già catalogati. L’edificio, in cui ha abitato il reverendo cattolico Adam Berenz, ospita adesso l’associazione il museo dei tedeschi (o Svevi) del Danubio. A gestirlo, con estrema cura e con invidiabile passione, è Boris Mašić, che di professione fa l’albergatore e gestisce una nave da crociera la quale, prima della pandemia, mostrava le bellezze del Danubio ai turisti di tutta Europa. Adesso è ormeggiata al porto di Apatin, che si trova lungo un meandro del fiume, e Boris ha tempo di occuparsi del museo. Alto, occhi chiari, un fisico da sportivo, Boris è dedito a raccogliere l’eredità del suo popolo. La madre di Boris è una delle poche tedesche rimaste in Voivodina e una delle ultime persone a parlare il dialetto di queste zone.
 
Il destino alla rovescia dei tedeschi del Danubio  

 
I tedeschi arrivarono in Voivodina nel ’700, quando Maria Teresa d’Austria decise di bonificare le paludi danubiane e di trasformarle in una fertile pianura. A emigrare erano soprattutto famiglie povere, per le quali la Pannonia simboleggiava quello che per gli italiani rappresenterà l’Australia agli inizi del XX secolo, vale a dire la possibilità di ricevere della terra, di lavorarla e di sopravvivere. I tedeschi sono stati per due secoli l’anima della Voivodina, sempre una spanna avanti rispetto agli altri popoli con cui convivevano: alcuni erano da secoli presenti in queste zone, come i serbi, i croati e gli ungheresi, altri arrivarono come coloni, proprio come i tedeschi. Fra i tanti, ricordiamo i russini (ucraini), gli italiani (esperti nell’allevamento del baco da seta) e gli slovacchi. I tedeschi, al contrario dei serbi e delle altre nazionalità, accettavano e applicavano senza pregiudizi e timori le nuove tecniche agricole che venivano sviluppate in Europa e per questo erano ricchi, più ricchi degli altri. Nella regione geografica della Bačka, dove si trovano Apatin e Sombor, si stanziarono tedeschi cattolici, mentre nel Banato e nello Srem abitavano prevalentemente protestanti. Non furono però la differenza di classe o la religione a sancire il triste destino di questo popolo, ma la Seconda guerra mondiale. Boris ricorda che fino al 1944 la Bačka era un protettorato ungherese; dopo la capitolazione dell’Ungheria, passò sotto diretta occupazione tedesca. Dei 350.000 Svevi che abitavano la Voivodina, la metà partì volontariamente al seguito dell’esercito della Wehrmacht. Fra coloro che decisero di andarsene, c’erano i sostenitori di Hitler che si erano macchiati di crimini tremendi nei confronti delle altre nazionalità presenti in Voivodina. Fra i rimasti c’erano invece contadini, proprietari terrieri, commercianti, costruttori di navi che non avevano avuto nulla a che fare con il nazismo.
 
Adam Berenz 

Tramonto sul Danubio

Non solo: ad Apatin, Adam Berenz aveva fondato un movimento che si opponeva apertamente a Hitler e all’occupazione dell’esercito tedesco. Un evento unico, se si considera che tutti le altre organizzazioni di opposizione, e non solo nella ex Yugoslavia, erano clandestine. Il Movimento di Berenz si riuniva attorno alla rivista “Die Donau”. Lo stesso Berenz aveva già intuito nel 1942 a cosa avrebbe portato la guerra: all’esodo e allo sterminio del suo popolo. Dal ’36 in poi Apatin, che era una città a livello etnico completamente tedesca, era divisa in due: da un lato c’erano i seguaci di Berenz e di “Die Donau”, dall’altro i simpatizzanti di Hitler, raccolti intorno al giornale “Batschkaer Zeitung”. Nonostante gli sforzi di Berenz, dei suoi parrocchiani e dei suoi amici, non ci fu niente da fare: nel 1944, una nota AVNOJ (Consiglio antifascista di liberazione popolare della Yugoslavia) proclamò tutti i tedeschi presenti sul territorio yugoslavo liberato nemici del popolo. Dal 1946 al 1948 furono organizzati veri e propri pogrom: i tedeschi venivano sistematicamente arrestati e portati in villaggi a loro volta trasformati in lager. Nessuno tornò a casa. Berenz si salvò soltanto grazie alla protezione che gli garantì l’arcivescovo 
József Grőszma non fece mai più ritorno ad Apatin, dove, nel frattempo, arrivavano serbi dalla Lika, che non avevano nulla contro i tedeschi; non potevano però opporsi alla decisione dell'AVNOJ e con dolore guardavano alle famiglie che lasciavano le proprie case per essere deportate a Garakovo, Jarak e Kruševlje nella Bačka e a Molin e Kničanin nel Banato: i prigionieri venivano ammassati in gruppi di 100 nelle case e morivano di stenti o giustiziati. Alla fine dei pogrom, Kruševlje venne completamente raso al suolo: è rimasto solo il cartello che segnala l'ingresso nel paese.
 
I tristi anni ’90


La distruzione dell’eredità tedesca è continuata per anni fino alla totale rimozione di ogni pietra che potesse ricordare la presenza di questo popolo in area danubiana. Negli anni Novanta del secolo scorso, gli uomini della milizia paramilitare di Željko Ražnatović detto “Arkan” - al servizio del Presidente Slobodan Milošević - saccheggiarono e distrussero la chiesa cattolica barocca di San Giovanni (Sveti Ivan) a Prigrevica, un paese non lontano da Apatin e fondato proprio dai tedeschi: Boris è riuscito a recuperare una scultura in legno di scuola tirolese che ornava il pulpito abbattuto. Le restanti opere d’arte presenti nel luogo sacro sono state vendute a collezionisti senza scrupoli dagli uomini di Arkan; la chiesa è ancora senza tetto e all’interno crescono cespugli e un albero fa capolino dai muri ormai screpolati. Boris è riuscito anche ad ottenere delle fotografie che attestano il momento della distruzione della Chiesa. Le aveva scattate un signore che si trovava sul posto e che si è deciso a regalarle a Boris dopo averle nascoste per anni a causa della paura di ritorsioni.  Boris le ha pubblicate sul proprio profilo Facebook e ha ricevuto montagne di insulti e di minacce, a testimoniare che i tedeschi del Danubio sono in Serbia ancora un tabù.
 
Salvare la memoria, salvarsi dalla memoria  
 


Lo scopo di Boris è quello di recuperare, conservare i libri e tutto ciò che possa testimoniare il passato dei tedeschi del Danubio. Un’operazione colossale, dato che non riguarda soltanto la biblioteca, ma anche la salvaguardia di cimiteri e cappelle tedesche, edifici e monumenti. Ogni giorno, Boris riceve decine di libri, alcuni anche molto rari, risalenti addirittura al XVI secolo. Conserva anche le foglie e i fiori che trova all’interno, un vero patrimonio per i biologi, non solo per gli storici. Sono volumi rimasti per anni in solai privati, nelle madie di qualche famiglia serba che aveva preso possesso di una casa tedesca, nelle biblioteche ecclesiastiche. Un lavoro titanico, che ha come unico scopo solo quello di recuperare la memoria negata di un popolo. Boris salva la memoria, ma si è già salvato da essa: non pensa a vendette, si sforza di capire la complessità della regione in cui vive, non giudica chi si è macchiato di genocidio contro il suo popolo. Anni fa, è venuto a sapere l’identità dell’uomo che aveva ucciso suo nonno, il padre di sua madre, subito dopo la guerra. È stata la nonna a fargli capire che quel delitto non richiedeva rivalsa, che era necessario uscire dal circolo vizioso della Storia. Che bisognava salvare la memoria per poi salvarsi dalla memoria, come amava ripetere Predrag Matvejević.
Boris cerca anche di recuperare il retaggio di un altro popolo voivogiano sterminato completamente, quello ebreo. È proprio Boris colui che ha le chiavi della Sinagoga, ormai abbandonata, e che ha salvato diversi volumi in lingua yiddish. Non tutti apprezzano il suo zelo e per alcuni abitanti di Apatin sono incomprensibili le ragioni che lo spingono a occuparsi anche della memoria ebrea. Il Comune di Apatin e l’Ambasciata tedesca a Belgrado aiutano il museo dei tedeschi del Danubio con finanziamenti e donazioni. Il lavoro titanico di Boris salverà tutto ciò che resta di un popolo dimenticato. Grazie alla ferrea volontà di una sola persona, i tedeschi di Apatin e del Danubio si sono salvati, almeno dall’oblio.

Libri del Museo

Intervista a Boris Mašić


Boris Mašić
 
Odissea: Quando è stata aperta l’associazione dei tedeschi di Apatin “Adam Berenz”?
 
Mašić: L’associazione è nata nel 2001 ed è la terza associazione tedesca sul territorio serbo. Lo scopo è quello di superare i pregiudizi che ancora esistono sui tedeschi danubiani e di salvare il patrimonio da loro lasciato.
 
O: Ci sono ancora i tedeschi in Voivodina?
 
M: Ci sono solo i discendenti, che si sono assimilati e non conoscono più neppure la propria lingua e la propria cultura, per cui non possiamo parlare di una vera e propria componente nazionale tedesca. La ragione è il genocidio che ha avuto luogo fra il 1946 e il 1948: in 70 anni c’è stata una vera e propria pulizia etnica. Del popolo tedesco sono rimaste solo delle tracce e proprio quelle tracce noi cerchiamo di conservare per il futuro.


O: L’associazione è intitolata ad Adam Berenz, non per caso...
 
M: Il Kulturbund, l’organizzazione culturale dei tedeschi del Danubio fondata da Berenz stesso nel 1933 ad Apatin, non era orientata verso gli ideali nazisti, almeno all’inizio. A poco a poco, però, Hitler ha utilizzato questa organizzazione per indottrinare i giovani. Per questa ragione, Berenz decise di fondare l’Azione Cattolica e successivamente nacque la rivista “Die Donau”. Berenz non era certo comunista, ma si era reso conto che i valori che ispiravano Hitler erano contrari a quelli cristiani e vedeva che il popolo marciava anziché andare a messa e comportarsi in maniera civile. Fra le due parti in lotta, si è arrivati anche allo scontro fisico. Berenz era grasso e i nemici raccolti intorno al giornale “Batschkaer Zeitung” lo rappresentavano nelle caricature come un maiale. Gli ungheresi invece lo difendevano, ma nell’aprile del 1944, quando Budapest capitolò, la Gestapo lo fece arrestare. Berenz era destinato a essere deportato ad Auschwitz insieme agli ebrei rastrellati per la Voivodina. L’arcivescono di Kalocsa (in Ungheria) József Grősz, che era quel giorno per puro caso a Sombor, andò in prigione e liberò Berenz. C’erano ancora le guardie ungheresi a presidiare il carcere - i tedeschi non erano ancora riusciti a prendere il controllo di tutte le istituzioni - e permisero a Grősz di prendere Berenz, di caricarlo in macchina e di nasconderlo a Kalocsa. Berenz è poi diventato un monaco ed è morto nel 1968.


O: Come sono i rapporti con la città e con gli abitanti di Apatin?
 
M: La città fa tutto ciò che può per aiutarci. Dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi non ci sono stati scontri fra serbi e tedeschi. Il problema è che i popoli si identificano spesso con i crimini accaduti del passato. Per esempio, se io critico il fatto che sia stata distrutta una chiesa, automaticamente si sottintende un attacco al popolo a cui appartengono coloro che hanno commesso il crimine. Anche i tedeschi hanno spesso fatto questo errore riassumibile nell’affermazione: “I serbi ci hanno cacciati”. Ciò non è vero. Negli squadroni che perseguitavano i tedeschi c’erano i peggiori teppisti: c’erano rom e addirittura tedeschi che erano stati nazisti e speravano di farla franca. C’era la feccia della società, indipendentemente da quale nazione appartenesse. C’erano anche quelli che sono diventati partigiani l’ultimo giorno di guerra: gli han messo un fucile in mano e loro terrorizzavano tutti quanti.
 
O: Esattamente come in Istria...
 
M: Sì, è la stessa matrice ovunque. Sempre, all’ultimo momento, viene fuori la feccia. Per questo a me dà fastidio quando i tedeschi affermano che i serbi li hanno cacciati. La Serbia è l’unico Paese in Europa che restituisce la terra confiscata dai comunisti agli stranieri, non solo a coloro che hanno la cittadinanza. La Croazia ha restituito gli immobili ai vecchi proprietari a patto che avessero la cittadinanza croata. L’Ungheria anche. Ad Apatin è avvenuta la prima restituzione di un terreno a uno straniero, ed è stato un momento storico. Io difendo sempre questa Paese; in me c’è una parte serba e non permetto che mi critichino senza fondamento. Emotività c’è da entrambe le parti. Si sa chi ha commesso i crimini, ma ci sono stati uomini come Berenz, e insieme a lui migliaia di persone nel movimento antinazista forse più grande d’Europa. La mia famiglia è rimasta qui perché era contro la guerra, noi volevamo solo lavorare. Quelli che erano nelle SS se ne sono andati e noi abbiamo pagato, come gli italiani in Istria. Chi era col Duce se n’è andato subito e a chi è rimasto è stato presentato il conto.

Nota
Sulla distruzione della chiesa di Sveti Ivan, di cui parlo nell'articolo, sono state scattate numerose foto all'inizio degli anni ’90 da un signore che vuole rimanere anonimo perché ha paura di ritorsioni. Boris le ha pubblicate sul suo sito Facebook e riceve una valanga di insulti. [C.  Eccher]