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venerdì 26 marzo 2021

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada



Comunione


In greco (koinòs) κοινός: di tutti, universale, comune (inizialmente: comune a tutti, successivamente: in comune), nel processo formativo dell’essere, rimanda allo stare in grembo, che è di tutti e che si manifesta con il segno gravidico. Da koinòs si ebbe cenobio (vita comunitaria) e cenobita. Bisogna, però, ricordare che, dall’aggettivo di che trattasi, si formò il verbo (koinòo) κοινόω: rendo comune, rendo noto, comunico. Si spiega facilmente il significato di: rendo comune; invece, per giustificare i significati di: rendo noto, comunico, bisogna pensare al grembo più o meno pronunciato, che dà all’esterno notizie dello stato della creatura. Da questo si desume che la parola, talvolta, non solo dice, ma mostra quel che avviene nei processi di natura, acquisendo una forza espressiva deittica.
I latini coniarono, dapprima, omnis omne: ogni, ognuno (di ognuno), un aggettivo similare a koinòs, attraverso questa perifrasi: è ciò che riguarda la creatura che rimane nel grembo per acquisire quanto le manca. Da tale simbolo verbale dedussero: riguarda ogni creatura.
Gli italici coniarono comune, come omologo di koinòs, nel senso di ciò che tutti hanno, che appartiene a tutti (il destino comune o il senso comune, come buon senso), in quanto in comune, ma, anche, ciò che è molto diffuso tra la gente. Inoltre, come da koinòo i greci dedussero comunicare, gli italici dedussero lo stesso concetto da comune.



I latini, coniando communis commune (con-munis): comune a, patrimonio comune, rappresentarono un altro aspetto del processo di riproduzione: la madre che, legando a sé la creatura, condivide con lei il cibo, che fa crescere entrambe. Madre e figlio hanno tutto in comune e l’espressione in commune si rende: spartire a metà. Il sostantivo neutro commune si traduce bene comune, da condividere in due, tra tanti (una comunità), con tutti i componenti di uno Stato, tra tutti gli umani. Pertanto, da communis fu dedotta communitas: comunanza, che indica il gruppo di persone che hanno un bene in comune, e, per traslato, condizione comune, una sorte comune.
Il significato di communis si coglie meglio esaminando la parola con/m-unio con/m-unionis, che è ciò che consegue, nel perdurare (decodifica del simbolo: m) l’unione durante la gestazione (con). L’unione simbiotica vera e propria tra madre e figlio dura fino al parto, per cui durante la gestazione dividono e condividono il nutrimento e, in questo periodo, la creatura si sostanzia e si transustanzia della madre. La communio dei latini indica l’uso in comune di un bene, escludendo, in senso stretto, il concetto di proprietà, in quanto di un determinato bene spetta solamente la fruizione.
Il concetto di comunione, come legame tra madre e figlio, fu espresso dai greci, meglio dai cristiani, quando coniarono eucaristia, che è parola omofona. Infatti, i greci per indicare: grazia, nel senso, anche, di grande dono, usarono il sostantivo (eu-khàreia) ε-χάρεια ε-χάρειας, che contestualizza lo stato d’animo di riconoscenza (gratitudine) della creatura, che ha ottenuto la vita, perché la madre l’ha legata a sé. Da questo sostantivo fu dedotto il verbo (eu-kharistèo) ε-χάριστέω: sono grato, sono riconoscente, quindi, da ε-χάριστέω fu dedotto il nome: ε-χάριστία (eu-kharistìa): ringraziamento, riconoscenza, gratitudine, che è altra cosa da (eukh-aristìa) εχ-αριστία, parola formata dalla radice (euk) εχ (da tradurre: dall’ho il passare, cioè: durante la gestazione) e dal sostantivo: ριστον: pranzo. Da questo nuovo contesto fu dedotta: εχ-άριστία, che è il nutrimento della creatura, anzi: il buon nutrimento, dato alla sua creatura dalla madre, con cui la sostanzia, che si fa figlio, in altri termini, si transustanzia. Infatti, la trasformazione di ριστον: pranzo in άριστία indica un altro passaggio logico: quel pranzo, meglio quel cibo dall’ho il passare diventa carne della creatura, che è in formazione.



 I greci, per indicare ciò che è pubblico, in modo manifesto, si avvalsero dell’immagine del grembo, coniando (faneròs) φανερός, che rimanda a (fàino) φαίνω: faccio apparire, faccio vedere, mostro, verbo che, senza ombra di dubbio, richiama ciò che fa la gravida. D’altra parte, per indicare ciò che appartiene al popolo, ciò che è pubblico, usarono il neutro (demòsion) δημόσιον, che è ciò che è del popolo, in greco, appunto: demo.
Publicus dei latini è, senz’altro, l’omologo di faneròs, nel senso di visibile a tutti, per, poi, diventare ciò che è di tutti, che appartiene a tutti, diventando res pubblica, dove res rei (dallo scorrere genera il legare) è da intendere come bene cui tutti concorrono a formare. Il legame tra madre e figlio fa crescere la res. Il legare è anche la metafora della fatica per far crescere i beni. Pertanto, in res pubblica si rinvengono questi concetti essenziali: 1) cade sotto gli occhi di tutti, per cui gli atti dello Stato devono essere trasparenti; 2) è bene comune, in quanto la res pubblica è realizzata con il concorso di tutti.  Allora la res pubblica è la metafora del grembo, dove si riesce a realizzare qualcosa di grandioso: la creatura, ma, in questo caso, con il concorso di tutti, per cui tutti traggono dei vantaggi. Quindi, questi sono i germi che promanano da res pubblica, da cui scaturisce anche la superiorità della res pubblica sulle res privatae.
I greci per indicare ciò che è privato, che interessa il privato cittadino, si avvalsero di (oikéios) οκεος, ad indicare tutti gli atti in favore della propria casa, della propria famiglia e di (ìdios) διος: privato, proprio, personale, che indicano l’impegno, la fatica per sopperire ai bisogni, a produrre ciò che manca, a costituire un patrimonio proprio. Infatti, da ìdios fu dedotto (idìoma) δίωμα, che acquisì anche il significato di: proprietà.
I latini coniarono prima privus: il singolo, da cui dedussero privatus, individuale, personale, privato, proprio. Quindi, le res privatae attengono agli interessi dei singoli, a quelli della singola persona, a quello che è mio proprio. Da ricordare che proprius è da collegare a πρίαμαι: compero, ma, nel linguaggio del pastore, il proprio indica, espressamente, ciò che contribuisco a far nascere. Quindi, il privato opera per sé e quanto produce è suo ed è giusto che sia suo.
 Il legare per sé, che è il lavorare per sé, fa capire che il legame sociale, che è del civis, è molto importante, perché porta alla salvaguardia dei suoi beni, appetiti, talvolta, dai violenti e dagli ingiusti, per cui il consociarsi, come res publica, diventa bene prioritario.