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giovedì 19 agosto 2021

LA STORIA E I SE
di Angelo Gaccione


 
 
Si dice che la storia non si fa con i se, e tutti gli storici di professione unanimemente concordano. Ma chi la storia l’ha subìta nel suo orrore, e tuttora la subisce nelle sue catastrofi e nelle sue possibilità di annientamento, ha una opinione ben diversa e più saggia di chi solo a posteriori va ad indagare le cause di quel che è stato e a domandarsi il perché. Si dice anche che la storia è maestra di vita, ma se davvero è maestra di vita come mai gli uomini e gli Stati fanno sempre gli stessi errori e sono giunti al punto di preparare la propria cancellazione dal pianeta su cui abitano? Non ha invece ragione Paul Morand quando afferma che la storia si ripete sempre come un idiota o lo scrittore Carlo Cassola quando asserisce che nel corso della storia non ha mai prevalso la ragione (come si illudevano gli illuministi) ma l’incoscienza collettiva? “Alla luce della storia” (l’espressione è aulica e ampollosa) forse è giunto il momento di ricorrere ai se per tentare (ma forse siamo già al punto di non ritorno ed il baratro è pronto ad inghiottirci) di correggere la linea perversa della storia, tanto più, e questo è bene che lo si sappia tutti ora, non ci sarà nessuno storico che potrà raccontarlo, nessun Annale che lo possa tramandare alla storia. Non userò alcun se per il passato (acqua passata non macina più, è un proverbio divenuto storico), ma ne allineerò una breve sequela, non foss’altro perché non si possa continuare a dire che la storia non è possibile farla con i se. E invece è arrivato il momento in cui o la facciamo con i se, e subito, o non ci sarà più storia.


Paul Morand

1) Se continueremo a devastare il clima, la siccità sarà inevitabile e le carestie investiranno miliardi di persone. L’acqua da bere scarseggerà e gli incendi saranno ancora più frequenti e devastatori. Le inondazioni sommergeranno molte terre emerse costringendo milioni di persone alla fuga, cancelleranno esseri viventi e cose, sfasceranno le città assieme alle meraviglie che il genio umano aveva realizzato. Le economie saranno fatte a pezzi e il denaro non riuscirà a salvare nessuno dalla ferocia che si abbatterà in ogni dove. L’adagio latino bellum omnium contra omnesdiverrà una certezza e nessuno potrà dire di non averlo saputo prima. 2) Se continueremo a sperperare ricchezza sociale in armamenti e in ordigni di sterminio di massa, sarà inevitabile che prima o poi tali ordigni verranno impiegati. Se verranno impiegati è assolutamente certo che l’uomo sarà definitivamente cancellato dall’ambiente terracqueo. Se continueremo a sperperare ricchezza sociale per spese militari, non potremo eliminare buona parte della povertà, mettere in sesto il servizio sanitario pubblico, garantire le pensioni, una vecchiaia meno crudele a tanti anziani. 3) Se continueremo a lasciare in mano ai privati lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, dovremo mettere in conto che i capannoni di stoccaggio saranno incendiati, le discariche abusive prolifereranno, gli interramenti criminali non cesseranno e le falde acquifere ci restituiranno i veleni. Come ce li sta già restituendo il mare sulla tavola, la catena alimentare imbottita di antibiotici, i terreni e i loro prodotti stracarichi di pesticidi di ogni sorta. 


Carlo Cassola


4) Se non faremo nulla contro gli incendi, è certo che pezzi significativi di territorio franeranno, che intere comunità si impoveriranno e saranno costrette a spostarsi altrove. Se lasceremo l’esercito nelle caserme invece di dislocarlo sin da maggio dentro boschi, parchi, e patrimonio forestale, gli incendi non cesseranno. Se non gli daremo il supporto della protezione civile, delle guardie forestali da potenziare, di comitati di cittadini che si organizzino dal basso, non cesseranno. Se non useremo i droni per vigilare sorvolando, se sui droni non installeremo un sistema che permetta di paralizzare i criminali che appiccano il fuoco, se non si equiparerà questo crimine a strage, se non si confischeranno i beni a piromani condannandoli a mezzo secolo di carcere duro ed escludendoli a vita da ogni amnistia, condono, riduzione di pena, non cesseranno. 5) Se non ci doteremo di una squadriglia di Canadair pubblica togliendo l’industria del fuoco a mafiosi e privati, con personale specializzato di pronto intervento in tutte le zone montane e boschive, gli incendi non cesseranno. Queste squadriglie dovranno, nei mesi pre-estivi, scaricare tonnellate di acqua sulle aree dove la siccità risulterà più pervasiva, mentre squadre di guardie ecologiche dovranno provvedere alla pulizia e manutenzione dei manti boschivi. Abbiamo bisogno di questi strumenti e di questi uomini, non di cacciabombardieri, missili, bombe nucleari e portaerei. 6) Se non metteremo sotto controllo i telefoni di personaggi chiacchierati e di quanti hanno interesse ad incendiare (compreso i lavoratori del settore e gli stessi sindacalisti), se non li infiltreremo, se Comitati di cittadini dal basso non raccoglieranno notizie, non faranno opera di controinformazione come è avvenuto per la strage di Piazza Fontana, gli incendi non cesseranno. Sono i piromani e i criminali che devono sentire il fuoco sul loro collo se vogliamo metterli in condizioni di non nuocere. 



7) Se questo non avverrà, la responsabilità andrà equamente divisa fra uomini delle istituzioni al più alto livello e fra quella parte di pubblica opinione indifferente, quella che Gramsci ha chiamato “il peso morto della… storia”. 8) Se, com’è probabile, molti arricceranno il naso davanti a questo scritto, perché le cose scomode non le si vuole sentire, li informo che mai avevo ricevuto, dopo la pubblicazione di un mio scritto, come è avvenuto con “Infami”, tanti messaggi di persone che, seppure assolutamente pacifiche, di buon senso e per nulla forcaiole, si sono dichiarate disponibili alla pena di morte; ad impiccare pubblicamente i piromani sorpresi sul posto, a gettarli tra le fiamme che hanno procurato, a metterli pubblicamente alla gogna. Molte di esse sono persone che conosco e con cui intrattengo anche rapporti di amicizia. Ho dedicato un discreto pezzo della mia vita alla cancellazione della pena capitale dall’ordinamento del mio Paese; ho scritto articoli, ho curato libri, ho percorso la Penisola per conferenze e dibattiti. L’ho fatto con alcuni degli intellettuali più noti e autorevoli. Nonostante questo non mi sono stupito del desiderio di vendetta di tanti cittadini. L’impunità dei colpevoli trasforma la democrazia in tirannide, modifica il sentire delle persone, spinge ad invocare l’uomo forte. Un rimedio peggiore del danno come ho scritto fino alla noia. 9) Se non ne prendiamo coscienza, il risultato non potrà essere che questo: sono troppe le impunità che la democrazia sta concedendo al crimine.      

LA VISTA E IL MONDO



Caro, carissimo amico, tu sei uno di quei rari esempi che hanno occhi che guardano dentro le parole e le voci. Il fuori è ormai uno sfacelo ed è forse questo uno dei motivi per cui i tuoi occhi si rifiutano di guardare”.
Giovanna Ioli saggista
[Messaggio via WhatsApp, 1° agosto 2021 dopo la lettura del mio scritto sull’inserto culturale de: “Il Quotidiano del Sud”]

IL TEMPO, I GIARDINI E L’AMICIZIA



Ah il tempo! Avrà un senso ch’io mi sbattezzi per mandare in porto due libri in inglese che riassumono il poco che ho capito in vita mia? Due libri che nessuno leggerà. Ma, senso o non senso, sono divorata da me stessa. Insopportabile, odiosa. Per questo ho apprezzato il tuo dolcissimo pezzo sui giardini e l’amicizia.
Roberta De Monticelli filosofo
[Messaggio via WhatsApp, 10 agosto 2021 dopo la lettura del mio scritto sull’inserto culturale de: “Il Quotidiano del Sud”]

mercoledì 18 agosto 2021

ESTATE 2021



Coronavirus e varianti si moltiplicano.
Contagiati e morti si addizionano.
Nicolino Longo

INTERROGATIVI GEOPOLITICI
di Franco Astengo

 
L’oscillare del pendolo della tragedia afgana (talebani - invasori - talebani) costringe a una ulteriore riflessione sul quadro internazionale che provo a racchiudere in due interrogativi:
1). Gli USA chiudono in questo modo la fase post-Torri Gemelle interpretata come “gendarmi del mondo” dimostrando di essersi sempre mossi da semplici invasori (pensiamo al Libano, a Grenada a tante altre occasioni) senza mai riuscire a costruire nei paesi di volta in volta occupati una classe dirigente e semplicemente appoggiandosi e foraggiando (in Afghanistan come in Libia) corrotti “signori della guerra” sempre pronti a voltar gabbana nel momento del pericolo. Su questo punto i governi occidentali (e buona parte delle sinistre) hanno sempre seguito senza interrogarsi quasi come se la fase degli USA “poliziotto vendicatore” rappresentasse un semplice seguito della guerra fredda. Eppure, a suo tempo, ci si è sperticati nel definire la globalizzazione come la fine della “geopolitica”, riempendosi la bocca del “nulla sarà mai come prima”;
2). Gli USA proseguiranno nel tentativo di ricostruire una sorta di “neo-atlantismo” (in Italia così tante volte auspicato da giornali e riviste del gruppo GEDI, quelli che preparano la linea del PD) opposto a un nuovo “asse del male” Cina /Russia operante nell’ambito di una sorta di rinnovata guerra fredda? Uno schema che incontra difficoltà oggettive nella nuova mappa di ricerca delle risorse fondamentali per attuare il modello di sviluppo che serve alle grandi transizioni energetiche e tecnologiche (pensiamo ai percorsi dei gasdotti e alla ricerca delle “terre rare” che vede la Cina in grande vantaggio). Questo stato di cose richiama alla sinistra la necessità di dotarsi di una politica estera (materia latitante da molti anni) recuperando, nel proprio bagaglio teorico, la “questione europea”.
Penso sarebbe bene aprire un dibattito sia pur nel ristretto dei nostri ambiti politico-culturali perché sarà proprio questo tema (dell’assenza politica estera e non certo delle mie banali osservazioni) che si fonderà una proposta di possibile recupero di identità e di presenza della sinistra italiana.
Tenuto conto ancora che l’attuale governo sembra essere quello più propenso a tenere la politica all'interno di una visione egemonica dell'economia e delle convenienze che ne derivano.

 

GUERRE PREVENTIVE? CHE SVENTURA! 
di Romano Rinaldi

 
L’aver dovuto liberare l’Europa dal nazifascismo con lo sbarco in Normandia e in Sicilia per porre fine alle barbarie della guerra scatenata dai due regimi totalitari, ha prodotto un insegnamento storico fuorviante. Ovvero, l’illusione che per evitare la prossima conquista del potere da parte di “forze del male” in nazioni vicine o foriere di interessi comuni, si dovesse ricorrere ad azioni belliche preventive. In effetti, a ben guardare, sia l’ascesa del fascismo in Italia, sia quella del nazismo in Germania (propiziato dal primo), apparvero da subito come semplici svolte della storia che si sarebbero potute facilmente evitare sul nascere. Purtroppo però la storia degli ultimi decenni, ci ha dimostrato tutto il contrario. Ad iniziare da Corea, Vietnam, Iraq, Somalia, Libia, Afghanistan, ecc. e con qualche intermittenza Israelo-palestinese, tanto per mantenere le braci accese…
Insomma, ogni popolo deve compiere il suo “personale” percorso storico, ed è abbastanza inutile, se non altamente controproducente, cercare di sterzare il corso degli eventi con guerre preventive iniziate “a freddo”, senza la “normale” provocazione o il deliberato attacco che, viceversa, giustificherebbe la guerra, nel più classico degli scenari. Quale può essere allora una risposta “matura” a questa illusione della prevenzione? Chiaramente è necessario far prevalere, sopra ogni altra considerazione, il diritto all’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni. È di questo che dovrebbe occuparsi principalmente l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Un’organizzazione che, nata con le più nobili intenzioni, sta mostrando da diversi anni ormai (dalla guerra in Kossovo, almeno), una effettiva incapacità di gestire la propria originaria missione. Solo un rilancio, ovvero una totale rifondazione dell’ONU potrà forse in futuro evitare il ripetersi di errori che si sono accumulati ultimamente. Se non vogliamo dunque che i libri di storia continuino a riempirsi di inutili “lezioni”, cerchiamo di imparare almeno qualche rudimento della pacifica coesistenza su questo piccolo pianeta. Come recita il famoso aforisma: “La Storia è un’ottima insegnante, peccato che abbia pessimi allievi”!

martedì 17 agosto 2021

AFGHANISTAN 
di Don Burness
 

Fuga dall'Afghanistan

Rindge (New Hampshire). Lo storico greco Tucidide ha cercato di insegnare ad Atene e al mondo, ma la massiccia ignoranza coltivata sposata al potere si rifiutò di vedere. Atene fu sconfitta in Sicilia a Siracusa perché sottovalutava il nemico e usò tattiche navali che fallirono e non poteva conquistare i cuori e le menti dei siciliani. Ricordo il Vietnam quando ci dissero che la libertà era necessaria per il Vietnam, un paese che aveva resistito con successo ai cinesi e ai francesi... e infine agli americani. Non potevamo guardare il Vietnam con occhi vietnamiti. E quando il colonialismo si è schiantato in Africa, gli Stati Uniti, guidati da “quell'eroe” Ronald Reagan, hanno sostenuto i selvaggi bianchi in Sud Africa, che hanno disumanizzato i neri. E quando siamo stati attaccati l'11 settembre dai sauditi nella nostra coltivata cecità abbiamo attaccato l'Iraq sapendo che gli americani, campioni di pace e capitalistica democrazia, avrebbero portato l'illuminazione e l'ordine da Baghdad a Tripoli. E poi, dopo che i cinesi e i russi non sono riusciti a sconfiggere l'Afghanistan, una volta che Bin Laden è stato ucciso, gli Stati Uniti hanno deciso di combattere i talebani sapendo tutto sulle armi e niente sulla corruzione, i signori della guerra e come la società lavora in Afghanistan.
Permettetemi di suggerire alcune cose di buon senso.
Imparare le lingue e studiare la letteratura e la storia è assolutamente essenziale per conoscere un luogo. Inoltre, gli Stati Uniti non sono un modello perfetto, come tutti i paesi, facciamo alcune cose molto bene e altre meno.
Ad esempio, il nostro “scartare” i vecchi infermi nelle case dell'inferno e chiamarle "case di cura" è immorale e stupido, non lo fanno in Ecuador e Nigeria. L'età è onorata in queste terre. Ho vissuto in Portogallo, dove un omicidio è molto raro, qui l'omicidio è il nostro sport nazionale. Finché non ci libereremo della nostra religione di autocompiacimenti nazionali, non saremo in grado di ascoltare le altre società.  Possiamo insegnare al mondo e il mondo può insegnarci, ma ciò richiede un cuore e una mente aperti e un'educazione che insegni altre cose oltre al re denaro.
 
[16 agosto 2021]
(trad. Max Luciani)

 

PUCCINI E LA CASA NATALE
di Ilaria Clara Urciuoli

Il monumento a Puccini

La bellezza diffusa: un viaggio in Toscana alla scoperta dei tanti musei senza troppa coda.
 
Lucca, piazza Cittadella. Dal secondo piano della casa all’angolo arrivano urla di dolore. È la notte del 22 dicembre 1858 e Albina Magi si muove tra il letto in noce stile impero e la cassapanca finemente decorata in attesa delle contrazioni più forti, che inevitabilmente arrivano. Poi finalmente il vagito: è un maschio. Prima di lui tutte femmine. Questa notizia è fonte di gioia ma non c’è da crogiolarsi troppo. Bisogna affrettarsi a battezzarlo: Giacomo Antonio Domenico Michele Secondo Maria Puccini. A proteggerlo con questo lungo nome avrebbe avuto tutti i suoi avi.
Lucca, sempre piazza Cittadella. Sono trascorsi più di centosessant’anni da quella notte e una statua campeggia tra i palazzi, quella di Giacomo Puccini. Sopravvissuto al parto è poi cresciuto, supportato dalla forza degli innumerevoli avi, tutti musicisti a partire da quel Giacomo del 1712 che fu compositore e capostipite della dinastia musicale dei Puccini.


L'albero genealogico

Il nostro viaggio inizia qui per spostarci in quell’angolo di piazza ancora in parte abitato dove oggi al secondo piano si trova il Puccini Museum: in una casa, la casa che lo ha visto nascere, sono contenuti e proposti al pubblico tantissimi documenti originali attraverso i quali non solo ripercorrere le tappe principali di questo grande compositore ma anche e soprattutto conoscerne la personalità, il carattere. Superata la grande sala d’entrata dove ci accoglie il personale del museo ci immergiamo letteralmente nella storia di una grande famiglia riassunta in un albero genealogico realizzato con nomi scritti in nero, altri in rosso. A un primo, ingenuo sguardo si può pensare che i nomi in rosso siano quelli dei maschi della casa ma ben presto si scopre che, in realtà, si tratta dei musicisti della famiglia: tanti e tra questi anche il padre, Michele, che avviò il giovane Giacomo allo studio del pianoforte finché, solo sei anni dopo quel 1858, morì. Storia della famiglia, storia locale e storia personale si intrecciano in questa prima sala dove è conservata la partitura del primo lavoro di Puccini, una messa realizzata per il diploma alla scuola musicale di Lucca. Qui è conservato anche il famoso pianoforte Steinway & Sons che il compositore acquista all’inizio del nuovo secolo, quando ormai è ben altro dal giovane studente lucchese soggetto a qualche difficoltà economica.


Veduta della Piazza

La vera svolta nel percorso museale si ha con la seconda sala, quella che un tempo doveva essere la camera da letto delle sorelle di Giacomo: qui il compositore viene fuori sempre più, sempre più si delinea il suo carattere maniacale e perfezionista. Nella stanza sono riproposti i primi passi in una Milano brillante e fascinosa già illuminata dall’elettricità, la Milano dove Puccini frequenta il conservatorio già pienamente consapevole di volersi dedicare solo alla composizione. Questi primi passi corrispondono anche ad alcune sconfitte: nel 1823, appena terminati gli studi, compone la sua prima opera lirica, Le Villi, che parteciperà, perdendolo, al Concorso Sonzogno. Ma da questa sconfitta prende il via la sua grande ascesa che è indissolubilmente legata a un nome, quello di Giulio Ricordi, principale editore musicale dell’epoca, che ascoltando proprio Le Villi comprese il valore del compositore e gli commissionò una seconda opera, Edgar, che fu anche questa un insuccesso. Ma in questi anni di tentativi e di riduzioni da Wagner la personalità di Puccini si delineava entrando in contatto con l’ambiente milanese colto ed eclettico. Di lì a poco l’idea di realizzare la sua prima opera di successo, Manon Lescaut, che non vedrà più lo scapigliato Fontana come autore del libretto (lo era stato per le precedenti due opere ritenute nei testi un po’ deboli) ma un gruppo di artisti e intellettuali tra i quali Illica e Giacosa.
Colpisce in questa sezione di mostra l’impegno profuso da Ricordi che addirittura stipendiò per tre anni il giovane Puccini, dandogli dunque la possibilità di crescere con un sostentamento invece di acquistare l’opera già compiuta come era la prassi. E colpisce la cura e l’impegno (anche in termini di risorse economiche) profuso da questo imprenditore che per ogni opera realizzava un merchandising imponente fatto di cartoline, riduzioni, spartiti, libretti d’opera.


Lo spartito de
"La fanciulla del West"

La percezione dell’assoluta pignoleria – potremmo chiamare così questa costante necessità di controllare, smussare, tagliare, rivedere i testi dei libretti – emerge con forza dai documenti esposti: le cancellature del maestro sulle stesure dei libretti sono importanti, realizzate con mano ferma. E questo suo carattere lo troviamo più volte nel percorso museale: con la stessa cura, precisione e con fermo controllo curò la costruzione del villino di Viareggio, da lui edificato a partire da un semplice lotto di terreno. Si può trovare traccia di tale atteggiamento nelle lettere inviate all’architetto in cui le richieste sono puntuali: tal colore, tale materiale, tali piante in giardino. Come per le sue opere (molte delle quali universalmente riconosciute capolavori assoluti) grazie a tale atteggiamento riuscì a realizzare una villa in cui troviamo un altro dei tratti caratteriali del compositore: il suo entusiasmo per la modernità. Perfettamente a suo agio davanti alla cinepresa, in alcune “pizze” conservate nel centro studi e riproposte nella biglietteria del museo il maestro viene ripreso mentre siede nel giardino della sua villa (che vanta uno dei primi impianti a goccia per l’irrigazione), o si sposta con la sua auto (con la quale intraprendeva già all’epoca veri e propri viaggi per l’Europa) o ancora sale sul motoscafo per dedicarsi a una battuta di caccia, altra sua grande passione.


Il libretto della "Tosca"

Il vero valore del Puccini museum è proprio quello di far emergere l’uomo oltre il compositore attraverso i documenti: lettere alla sorella suora che sono dei rebus ancora irrisolti, dolci missive alla sua cara Topisia (soprannome della moglie Elvira, altro capitolo interessante e curioso), ritratti fatti dagli amici pittori, foto e cartoline che richiamano episodi di vita vissuta. La sala che al tempo era cucina dell’appartamento aiuta molto in questo: qui sono conservati documenti che illustrano proprio le sue passioni tra le quali non possiamo non citare le donne. Gioie della vita e tormento in alcuni momenti (come quando la cameriera di famiglia si suicidò perché accusata dalla moglie di essere amante di Puccini), le donne hanno appassionato tanto il compositore che però, oltre le numerose avventure, rimase con la moglie Elvira che (già sposata e con figli) portò all’altare solo molto tardi, dopo la morte del primo marito – tra le tante curiosità presenti nelle bacheche troverete anche uno scanzonata partecipazione alle nozze disegnata da Plinio Nomellini.


Foto con dedica di Puccini

Il percorso si conclude con un oggetto che non può non lasciare senza parole: il celebre costume di Turandot disegnato da Umberto Brunelleschi e indossato per la prima americana dell’omonima opera a New York da Maria Jeritza.
Lasciandoci alle spalle il museo - casa natale resta in noi la piacevole sensazione di aver conosciuto una realtà importante del nostro panorama culturale, e ciò non solo per quello che abbiamo visto ma soprattutto per il grande impegno nella ricerca che è alla base di questa esposizione. Lo stupore quando, ancora immersi nel pensiero di Puccini uomo, il cellulare richiama la nostra attenzione: attivando l’app del museo il viaggio continua anche fuori, ed ogni volta che si passa in prossimità di un luogo degno di nota veniamo avvisati e edotti. Degno di nota e da consultare per avere un quadro complessivo anche il sito del museo che riporta (oltre alla casa natale) anche gli altri luoghi di interesse, creando una rete di luoghi e persone.

ALBUM

Il pianoforte


La Sala "Turandot"


La Sala dei Trionfi


La Sala da pranzo


 

IL PENSIERO DEL GIORNO



L’espressione popolare “Tu mi fai sangue…”,
da parte di un maschio verso una donna,
oggi è diventato un corteggiamento sanguinario”.
Laura Margherita Volante
 

DANARO



“Ogni spesa è una questione di soldi.
Ogni risparmio, una questione di saldi”.
Nicolino Longo

LIBRAMENTE

 
Montichiari. Sereni-Pazzi, la 'nascita' di un poeta nel giardino della biblioteca.
 
Come nasce un poeta è il titolo del carteggio composto da oltre 90 lettere inviate tra Vittorio Sereni e Roberto Pazzi tra il 1965 e il 1982 e curato da Federico Migliorati per le Edizioni Minerva che sarà presentato mercoledì 25 agosto alle 20,30 nell'ultimo appuntamento della rassegna culturale  Libramente ideato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Montichiari. L'iniziativa, che vedrà la conversazione tra il curatore e la giornalista Marzia Borzi, avrà luogo nel giardino della biblioteca comunale; in caso di pioggia sarà utilizzata la Sala consiliare del Comune (in questo caso l’accesso è consentito esclusivamente ai possessori di Green Pass). Ingresso gratuito. Informazioni: 328/9517329.

lunedì 16 agosto 2021

IL PRIMO POSTO


Nicolino Longo si è più volte lamentato di non avere avuto l’onore del primo posto sulla prima pagina di questo giornale. In realtà non è vero. Suoi aforismi e pensieri, come è avvenuto con altri autori, spesso erano così efficaci che valevano un editoriale intero, e come tali li abbiamo messi “al primo posto”. Ma Nicolino (il diminutivo del suo nome contrasta con la sua stazza, ma vi assicuro che nella sua grande stazza si cela anche un grande cuore) da abilissimo aforista ha anche un profondo senso dell’ironia e così mi ha scritto in un calembour: “Mai l’onor di un primo posto, in vita mia. Dovrò accontentarmi di quello dopo morto: in testa al mio funerale”. Siccome ho anch’io il senso dell’ironia e scrivo a mia volta aforismi, così gli ho risposto: “Attenzione, prima della bara c’è sempre l’autista del carro funebre”. E lui pronto ha ribattuto: “E allora pure da morto il secondo posto!”. Ma poi ha corretto: “Potrò averlo solo dopo morto, in testa al mio funerale, se al carro funebre lascerò detto di procedere in marcia indietro”. E invece no, stamattina, vivo e vegeto, “Odissea” gli cede il primo posto, accada quel che accada. Dovesse pure atterrare un alieno in piazza Duomo. [A.G.]

*** 
 
ANIMA



“Riguardo all’anima, il diavolo e Dio
non raggiungeranno mai un accordo.
Perché l’uno la vuole cotta,
l’altro la vuole cruda”.
Nicolino Longo

 

DISTICO PER GINO STRADA

Gino Strada

A fermarti il cuore, Gino,
il dolore delle guerre.
Francesco Curto

Certificato vaccinale e mense aziendali
 


È troppo facile rispondere all'obiezione al "green pass" nelle mense aziendali basata sul ragionamento che fa Tiziano Treu: "Non si capisce perché persone che lavorano insieme non possano mangiare insieme, con le regole di sicurezza che sappiamo".
Evidentemente, al Presidente del CNEL Treu, sfugge un dettaglio non di poco conto. O forse nelle mense aziendali le persone sono in grado di mangiare pur indossando la mascherina?
Romano Rinaldi

REPLICHE



L’Alzheimer è in sensibile aumento fra gli anziani.
La Rai allora fa le repliche per aiutarli a ricordare.
Laura Margherita Volante 

domenica 15 agosto 2021

PER GINO STRADA

Gino Strada
 
Un ricordo di Emilio Molinari.
 
Spalato. Lui arrivava da Sarajevo io da Zavidovici, entrambi dall’inferno bosniaco. Mi disse: “Ho in mente una organizzazione di medicina di guerra perché sono incazzato. A Sarajevo corrono in centinaia perché ci sono i giornalisti, in altri posti non c’è nessuno”.
 
Gino Strada è morto, c’è chi avrà l’autorevolezza che non ho, di dare la dimensione di questa perdita. Non è solo quella di una persona che ho conosciuto e stimato, ma per ciò che ha rappresentato per tanta parte del mondo e per il nostro Paese. In tempi di glorie italiane, Gino Strada il medico di Pace nei fronti di guerra, l’ideatore, va ricordato così, per il prestigio che ha dato al nostro Paese. Onora tutti ma, non so se il mio pensiero sarà condiviso, io lo rivendico anche come immagine della mia generazione, quella del ’68, quella che si è voluto liquidare con intenzioni restauratrici, come: “la generazione degli anni di piombo”.
Gino Strada ha dato parola e volto, anche all'impegno mio e a quello di tante, tantissime persone, al loro bisogno di eguaglianza e di umanità che, malgrado ciò che vedo, non vuole spegnersi
Addio Gino e grazie.
Emilio Molinari

MONETIZZAZIONE DELLA SALUTE E DELEGA
 


La linea ufficiale delle organizzazioni sindacali per anni è stata (e in molti casi lo è ancora) quella della monetizzazione della salute.
Il sindacato confederale e i partiti politici che lo controllavano e che tuttora lo controllano, sotto la pressione e le lotte spontanee per la difesa della salute, contro la nocività e per il rispetto della salute e delle norme antinfortunistiche dei lavoratori nei luoghi di lavoro e di vita come è successo anche con il covi19, sono quindi stati costretti a interessarsi della salute assumendosene la "delega", anche se nessuno l'aveva loro concessa, nel tentativo di togliere il protagonismo ai lavoratori.
Nello scontro col padronato i lavoratori sono stati costretti a sperimentare nuove forme di lotta, a rivendicare i dispositivi di protezione individuali e collettivi, come le pause, 5/10 minuti l’ora di respiro “libero” fuori dai reparti senza mascherine o luoghi nocivi in cui erano ammassati.
I lavoratori da sempre capiscono che dalla loro parte hanno il numero, sono tanti, e comprendono che nell'unità c'è la loro forza d'urto, ma anche che nella fabbrica, in ogni luogo di lavoro per battere il dominio incontrastato del padrone, bisogna sviluppare una propria, autonoma e indipendente capacità critica della complessiva organizzazione capitalistica del lavoro.
Le lotte derivano da contraddizioni reali che i lavoratori vivono e gli scioperi sono frutto delle decisioni preventivamente concordate, dei momenti di discussioni collettive sul contratto, sulla brutalità delle condizioni di lavoro nella fabbrica, sul complessivo sfruttamento cui è sottoposto il lavoratore.
Per il padrone e gli istituti da lui chiamati a controllare la salubrità degli ambienti di lavoro la concentrazione di polvere, gas e fumi, il calore, la rumorosità, la luminosità, i ritmi e la fatica del lavoro, la situazione è sempre normale con o senza Green Pass; per i lavoratori la situazione invece è molto diversa, e tuttora spesso sentono, che questi istituti apparentemente neutri ma pagati del padrone, li imbrogliano e continuano a imbrogliarli.



L'indagine operaia e l'organizzazione capitalistica del lavoro.
Se negli anni passati la salute del lavoratore poteva essere in parte tutelata attraverso l'adozione di strumenti protettivi (aspiratori, maschere, tute, ecc.) capaci di preservarci dalle nocività così come s'intende normalmente (calore, rumore, polveri ecc.), oggi in particolare con la pandemia si vede ancora meglio come tutta l'organizzazione del lavoro nella fabbrica è essa stessa nocività. Il cottimo palese o mascherato come premio di risultato, ritmi, orario di lavoro, organici, qualifiche, dislocazione e tipo del macchinario, costituiscono insieme con il rumore, il calore, le polveri, quel tutto unico che significa sfruttamento del lavoratore. Medicina preventiva, rapporto medico-lavoratore, passato e presente. Se in passato le visite periodiche, da parte dei medici di fabbrica si svolgevano in questo modo: «Si va all'infermeria, si viene pesati, viene fatto firmare un documento senza che nessuno spieghi cosa vi sia scritto. Il medico interroga il lavoratore sulle malattie subite nel recente passato, ausculta i polmoni, prova la pressione del sangue: la durata media della visita non supera i 6-7 minuti. Molte volte non c'è neppure fatta togliere la giacca». Oggi la situazione non è molto diversa con il medico competente pagato dal padrone per fare i suoi interessi.
Il lavoratore si reca alla visita per pura formalità: non conoscerà l'esito reale della visita, sa che quella "visita" non c'entra nulla con la tutela della sua salute, essa fa parte di un rapporto privato tra il medico e la Direzione volto ad accertare unicamente l'efficienza produttiva del lavoratore. Col medico di fabbrica ci si confida il meno possibile per il timore di essere dichiarati inidonei al proprio attuale lavoro e di essere spostati in un altro reparto, subendo una decurtazione di salario.
Nel frequente caso di disturbi e malattie ci si rivolge con fiducia al proprio medico curante, ma questi, per la cultura professionale che gli è stata generalmente impartita all'università, non conosce minimamente le condizioni di lavoro cui è sottoposto il suo paziente e quindi, non essendo in grado di stabilire un rapporto tra disturbi denunciati e ambiente di lavoro, non ha, in linea di principio, la possibilità di formulare una diagnosi corretta.
Il medico si trova di fronte a malattie di cui non è in grado di controllare le cause e quindi la sua sfera d'intervento è limitata ad alleviare il dolore del paziente con dei farmaci. Questo valeva per il passato, quando pensiamo all'Italia delle grandi fabbriche diffuse su tutto il territorio, con le centinaia di migliaia di operai che ci lavoravano, ma purtroppo vale anche per il presente.
È quindi necessario istituire un'efficiente medicina preventiva che, ricercando scientificamente il rapporto di causalità tra malattie tipiche della società industriale (disturbi cardiaci, reumatismi, bronchiti, tumori, ecc.) e intervenga sull'ambiente di lavoro per rimuovere le vere cause delle malattie. Sempre più alle vecchie malattie e nocività che colpiscono la classe operaia e i lavoratori si aggiungono le nuove pandemie dovute a un sistema capitalista /imperialista che distrugge gli esseri umani e la natura.
Sulla base della nostra esperienza noi riteniamo necessario un nuovo rapporto fra medico e lavoratore, un confronto dialettico di reciproco arricchimento di cognizioni, un rapporto che li deve vedere entrambi necessari protagonisti di una medicina a favore dell'uomo che lavora e non del padrone o delle multinazionali dei farmaci che non hanno nessun interesse a investire in ricerche per guarire i malati ma solo quello di rendere croniche le malattie per vendere più farmaci. Da sempre noi operai, lavoratori e cittadini, compagni del Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” e del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, non abbiamo nessuna fiducia nello Stato e nella scienza e medicina del padrone.
Abbiamo sempre lottato in prima persona senza delegare ad altri la difesa dei nostri interessi e diritti raggiungendo con le lotte contro i padroni e l’INAL risultati importanti, per i lavoratori e per le vittime dell’amianto e altre malattie professionali.
La nostra lotta non si è fermata alla fabbrica, l’abbiamo portata anche nei palazzi del potere, davanti al governo, parlamento, in confronti scontri con i medici e persino nelle aule di tribunale pur sapendo che la legge del nemico è contro gli operai e i proletari dimostrando ai nostri compagni che credevano nell’imparzialità delle istituzioni che in una società divisa in classi non esiste neutralità, né della legge, né della scienza né della medicina .
Avendo provato per decenni sulla nostra pelle la medicina del padrone, abbiamo lottato per far mettere al bando l’amianto anche quando era legale e, il governo e tutti i suoi esperti, medici, scienziati ecc del Ministero della Salute dicevano che non era cancerogeno perché pagati anche dalle lobby dell’amianto, fino a farlo mettere fuorilegge con la legge 257 del 1992 grazie alle lotte dei lavoratori dell’Eternit, della Breda, dell’Ilva di Taranto, i Cantieri navali, i portuali, i cittadini di Casale Monferrato e molti altri.
 
Michele Michelino
Comitato per la Difesa della Salute
nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

 

VACANZA INTRACORPOREA
di Nicolino Longo
 


Per una vicina distensiva più sicura e        
gratuita vacanza
 
magari a terapia d’un’emicrania
alla “testa del femore o dell’ulna”
o cefalea alla “testa dell’omero o del radio”
 
senza consultare né medico né “atlante”
 
(con sola “borsa dello scroto” a tracolla
- o meglio “a tracosce” -
e “altre due sotto gli occhi”)
 
m’imbarcherò sul primo “scafoide” che trovo
e via in navigazione
 
non già per le “Maldive”
 
ma per le “Isole di Langerhans” in “pancreas”
(e altri “organi” turistici).
 
E bagni farò d’ “insulina”
ai caldi raggi del “plesso solare”
con scorpacciate di dolci  
alla faccia del “mellito”.
 
Di notte sotto la volta del “ganglio stellato”
mi scalderò accendendo falò
con “tronchi e rami  
di vena e arteria polmonari”.
 
Per acqua da bere
mi recherò con “calici renali” 
alla “cisterna del Pecquet”
o all’ “acquedotto del Silvio”.
 
Per carne al “mattatoio dei globuli rossi”.
Mentre per latte bambino tornerò
ai “seni mascellari e frontali”.
Raccoglierò frutta
dagli “alberi respiratorio e circolatorio”.
 
Assieme a “loro eminenze il tenar e l’ipotenar”
mi recherò ogni domenica a pregare
davanti all’ “osso sacro”.
 
Per ricordarti di me
ti scriverò la lettera mia più bella d’amore
sul “foglietto parietale della capsula di Bowmann”
o su “quello viscerale del pericardio”.
 
Per distendermi   
mi porrò in ascolto
di “radio” e “dischi intervertebrali” ogni giorno.
Oppure
delle belle e orecchiabili note delle
“trombe d’Eustachio”.
 
E tutto: alla faccia di tsunami
coronavirus e tour operators.

 

IL PENSIERO DEL GIORNO


Laura Margherita Volante

Odio l’estate, cantava Bruno Martino
pensando ai baci brucianti di un amore perduto.
Ora il detto “Agosto, moglie mia non ti conosco”
è di chi lo perderebbe volentieri l’amore
che scalda il letto in un’estate di fuoco…
Laura Margherita Volante

IL SOGNO DOPO IL MURO



Quanta umanità tradita, nel tempo misero
di abissi di senso, di sguardi negati
all'orizzonte comune eppur vietato.
 
Cadevano a terra, crivellati di colpi
gli ultimi eroi quotidiani, lontani parenti
di quanti, sferzati dal medesimo idioma teutonico,
tentarono anni prima di cogliere ancora la vita,
nei campi intrisi di dolore e di morte.
 
Quell'ora s'impresse a fondo,
come marchio indelebile:
e furono urla e strepiti e mani tese
al fratello ritrovato, all'amico riscoperto
alla storia che incideva un nuovo capitolo
nel secolo breve che di lì a poco si chiudeva.
 
Lo stupore negli occhi di un bimbo,
la gioia soffocata dal pianto d'una madre
il silenzio attonito del gendarme
la tela della vergogna che si sfilava:
mai fragore fu più dolce dell'ultimo
                                                   blocco abbattuto.
 
Nell'empito della festa, le note d'uno strumento
                                                                          a corda
brillavano intense, fugaci speranze d'un avvenire
                                                                    senza muri.
 
Non c'era, in quella sera morente di anni dopo,
che lo spazio di un sogno.
 
Federico Migliorati