Pagine

domenica 8 agosto 2021

Arte
CONSONNI PITTORE
di Angelo Gaccione

 
Devo premettere che le 46 tempere su carta e le tecniche miste che compongono Stagioni (1980 - 1998) e le 30 tempere di Sognando la Liguria (1994 - 1998), i due “quaderni” pubblicati dalle edizioni de La Vita Felice rispettivamente nel 2021 il primo (con un testo poetico di Antje Stehn) e nel 2019 il secondo con nota critica di Paolo Rusconi, io non ho avuto modo di vederle “dal vero”. Le ho viste riprodotte in questi due quaderni che insieme formano un discreto volume. Tutte le opere pittoriche, viste dal vero, hanno un altro carattere e un’altra dinamicità che fatalmente la pagina a stampa appiattisce e altera. Assolutamente mai i colori di un’opera riprodotta corrispondono a quelli originali, e assolutamente mai le dimensioni di un quadro e quanto vi è raffigurato, sono in grado di restituirci le impressioni del dipinto se ammirato solo su un catalogo. Il contesto fisico, la luce, l’occhio, lo stato d’animo, la spazialità, sono tutti elementi indispensabili all’approccio. 



Trattandosi di lavori in cui il colore gioca un ruolo fondamentale nell’espressività pittorica di Giancarlo Consonni, si può facilmente immaginare quanto il rapporto visivo diretto resti irrinunciabile. I titoli delle due raccolte sono inequivocabili, così come i titoli delle singole opere: “Autunno”, “Viaggio d’inverno”, “Farfalla”, “Libellule”, “Estate mediterranea”, “Nel giardino segreto”. E poi “Sul mare”, “Città sul mare”, “Liguria”, “Case”, “Laigueglia”, “Finale Ligure”, “Piovaschi”.



Titoli come si vede molto concreti, ma non dovete assolutamente immaginarvi un paesaggio di mare, una libellula o uno scorcio di Finale Ligure, nella sua più realistica oggettività. Nulla di tutto questo. Ci troviamo invece davanti a striature di colori, a campiture, a impasti, a forme, che evocano, suggeriscono, alludono, e che l’artista ha colto nel momento in cui il suo occhio ha visto, la memoria ha ricordato, il suo stato d’animo ha aderito a quelle visioni per fermarne con la materia a disposizione le forme. Insisto su questo concetto di forme, perché come ho scritto in un pensiero di un trentennio fa e riportato ne: Il lato estremo (2016), “L’artista è prima di tutto un inventore di forme”. 



Se così è, e in questi lavori di Consonni tutte le sue visioni sono organizzate per forme, quella che i critici hanno definito “pittura informale”, è una contraddizione logica che stride con la stessa oggettività. Nemmeno i tagli di Fontana possiamo considerare informali, dal momento che si rappresentano con una forma; nemmeno il “Quadrato bianco su fondo bianco” di Malevič, che ha, infatti, la forma del quadrato”; neppure la tela bianca di Robert Ryman e tanto meno le pennellate istintuali e casuali di Pollock. E per una semplice evidentissima ragione: l’informale non esiste, tutto si struttura per forme. 



La tavolozza di Consonni è piacevole: a volte suadente e a volte riposante. Il colore di per sé ha un effetto coinvolgente sulla retina e da questa entra nei nostri circuiti emozionali e mentali. Il colore non lascia mai indifferenti; se poi siamo chiamati a uno sforzo di immaginazione, come sembra invitarci Consonni con le sue forme, e a godere dell’afflato poetico che da esse si sprigiona, che sia un angolo di giardino, una folata di vento, o un semplice piovasco, la nostra sensibilità vi aderisce e non resta indifferente.