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sabato 14 agosto 2021

VERSO SUD-EST, DUPLICE VIAGGIO 
di Claudio Zanini

Dalla lettura Voglia di partire di Gabriella Galzio. 

Due immagini mi sono balzate in mente sfogliando, in prima lettura, le pagine di Voglia di partire, il bel libro di Gabriella Galzio. La prima è quella suscitata dalla situazione alienante vissuta dall’autrice come marketing manager nel corso d’un periodo della sua vita. È la figura di uno spietato cacciatore di teste - George Clooney nel film Tra le nuvole -, che vive passando da un aereo all’altro, da un Novotel e da un aeroporto all’altro, senza tregua; uomini e donne in grigio, incravattati gli uni, in tailleur-pantalone col giro di perle al collo le altre, entrambi proiettati intorno al pianeta in assurdi cieli di solitudine.  La seconda, luminosa e contrapposta alla prima, mi è stata subito richiamata alla memoria dal capitolo centrale relativo all’Hammam di Aleppo, visitato dalla protagonista. È l’immagine sgargiante di un dipinto di Delacroix, Donne di Algeri (1834). Un’opera da cui traspira quell’atmosfera di beltà, ordine e lusso, calma e voluttàdescritta da Baudelaire nel sonetto L’invito al viaggio (da Les Fleurs du Mal).

Due immagini che si fronteggiano e, a mio avviso, costituiscono spirito e struttura del testo. 
Tuttavia, partiamo dal principio. L’incipit ci mostra una donna improvvisamente imbarcata su una nave diretta a Cipro. Non sa nient’altro. È sola, ha smarrito memoria e identità. Nella tasca del cappotto trova un giornale di trent’anni prima. Una sua lettera in una rubrica di viaggi smuove il suo intimo. Allora cominciano ad affiorare lontani ricordi. Il presente viaggio a Sud-est, ne evoca un altro, lei molto giovane. La protagonista ricorda di quell’irresistibile voglia di partire che, anni prima, l’ha spinta a rimettersi in gioco, di provarsi, attraverso luoghi in cui ci si addentra con desiderio e incertezza. 



Assistiamo dunque a un duplice movimento: al viaggio misterioso diretto a Cipro, se ne sovrappone un altro, a ritroso: un inabissamento nella memoria più intima, ripercorrendo i momenti decisivi nella scoperta della propria identità. Ogni paesaggio e luogo visitato risuonano dunque nell’intimo, assumendo il significato d’una stazione di un ritorno a sé. “Un’identità sempre in discussione, fluida, mobile, sempre in divenire.” (44) 
Un’osservazione, a proposito di identità. Anche la protagonista si sdoppia: la viaggiatrice sulla nave è espressa in terza persona, l’altra più giovane e vitale, viaggiatrice nella memoria, si esprime in prima. Diversa è anche la percezione (del corpo, dei tratti del viso, dell’abbigliamento) che il lettore ha di lei (di loro). Infatti, ci si chiede: due stati dell’essere in netta opposizione, alla fine, fondendosi, ritroveranno l’unità? 
Soltanto nelle ultime pagine si svela l’enigma che accompagna l’inconsapevole e sperduta viaggiatrice. Non dirò di più, tuttavia mi piace aggiungere che questa figura sola e smemorata sulla nave mi ha suscitato, fin dall’inizio, un’altra immediata immagine. Un’altra epifania filmica, naturalmente: da E la nave va, di Fellini. È Pina Bausch nel ruolo d’una donna non vedente, vestita di nero, sola sull’enorme transatlantico verso un futuro incerto. Non a caso, Pina Bausch e la sua danza: l’incomunicabilità e l’erotismo toccante negli umili corpi d’ogni giorno, dei quali anche in questo libro si parla.  
La funerea serialità degli alberghi Novotel e degli aeroporti è dunque l’inizio; il magnifico luogo dell’Hammam, è momento cardine che ci guida, lungo un itinerario in cui cadono certezze, confini e steccati, verso l’epilogo in un giardino: un più intimo giardino dello spirito, in cui accogliere l’anima che, come recita il detto tuareg in esergo, “quando arrivi, siediti e aspetta che l’anima ti raggiunga”. 
Il percorso inizia con il superamento di un primo ostacolo, materializzato nel “muro di Berlino”: il mescolarsi tra la folla festante quando il muro crolla è momento di entusiasmo e vivificante apertura.



Un’ulteriore violazione di confini è sperimentata nel mare di Normandia pilotando un kajak, imbarcazione piatta e leggera, che diventa una prova verso e oltre i propri limiti. Il kajak procede silenzioso, immobile malgrado la vibrazione della velocità: meraviglioso istante d’equilibrio zen. Essere “parte del mare, del porto, parte d’acqua, in movimento, alga, vento” (35).
A Cherbourg, c’è lo strano incontro con Henry Miller, Anaïs Nin e un uomo dal volto in ombra: quasi un segnale nel testo. Un fugace richiamo all’aspetto dionisiaco di Afrodite. Siamo, tuttavia, ancora nel Nord dove l’eros, seppur presente subisce la scissione, non illumina ma è velato da qualcosa di torbido (40). “L’intelletto percepisce, l’anima contempla e si riunisce all’oggetto contemplato.” Tuttavia la “coscienza di realtà” incrina questo equilibrio. 
La svolta decisiva avviene quando la protagonista decide di lasciare il lavoro, poiché non intende “invecchiare rimanendo larva” (una conversione a U sull’autostrada e via! verso altri, opposti orizzonti e spazi) (45). Dopo anonimi non-luoghi come alberghi e aeroporti, è la memoria trepida degli spazi materni e rassicuranti delle chiese che la spinge a cambiare rotta. Ricorda quello S. Francesco a Cortona, dove si sente accolta in uno spazio d’amplissimo respiro, “una navata unica, panciuta e solare… un grande ventre… un grande utero capiente e illuminato” da cui poter uscire attrezzati e sicuri di sé. Figura di un’interiorità custodita perché un giorno potesse affiorare ed esprimersi. Una riscoperta del sacro come umanissimo mistero che oltrepassa i perimetri delle religioni e intimamente vibra con l’anima del mondo.
Quindi, l’interno di Santa Caterina d’Alessandria a Galantina, luogo di silenzio e risonanza del sé (50). Poi, quello della Chiesa trecentesca di San Pietro a Portovenere sovrapposta al tempio di Venere. Un ritorno al sacrario della dea dove si celebrava la rigenerazione dell’amore e la sua rinascita attraverso la bellezza (55/56). Sentimento, quest’ultimo, che informa le grandi passioni, trasforma gli equilibri consolidati, inducendo a morire nel vecchio involucro per rinascere a forma nuova.

 
Riguardo alla bellezza, vorrei mettere in evidenza come in questo libro - insieme alla risoluta affermazione dell’eros in quanto elemento imprescindibile dell’unità dell’essere umano -, venga messa in campo una diffusa dimensione estetica, dove ogni cosa è pervasa dalla cognizione della bellezza. La fine qualità poetica e mutevole della scrittura, spesso alta ma anche “di strada, (…) con tutto quel che può avere (…) di autentico (e) indecente” (15), sostanzia il fluente corso della narrazione: dal resoconto dei più segreti moti dell’animo e del cuore, alle descrizioni delle chiese e dei paesaggi naturali dominati dal “sublime”; tutto è illuminato da uno stile in grado di evocare scenari seducenti che inducono nel lettore l’impulso di mettersi in viaggio, di partire lungo rotte verso l’altrove (esteriore e interiore). 
Tuttavia è a Gallipoli, città dalle suggestioni orientali, dai cortili segreti evocanti l’incanto di “arcaiche cristianità e magiche casbe” (54), che il rapporto interno/esterno non è opposizione, bensì connubio; nei palazzi s’aprono corti e giardini aperti; mentre vicoli intricati e angusti sboccano inaspettatamente sulle turbolenze d’un mare sconfinato, che invita a “prendere il largo, accedere a un senso superiore” (53). 
A Linosa, invece, l’alternanza e opposizione d’interiore/esteriore assume una forma estrema, risolutiva. Sull’isola domina la presenza inquietante del cratere vulcanico, gola di tenebra pronta a inghiottire. Da un lato, il timore di fronte alla potenza tellurica della natura, che contrasta e frena; dall’altro, l’istintiva attrazione per l’avventura, la sfida con la solitudine e le proprie ansie. Insieme coesistono la “tentazione di fuggire e coraggio di provare”.
L’incontro con un rapace, in cui la protagonista s’identifica, è figura mediatrice, animale libero che si lascia addomesticare ma è pronto a spiccare il volo, vincendo le paure (63/65). L’inconscio può trarre verso il fondo, inazione che paralizza ma, allo stesso tempo, in quelle profondità di cui ben poco sappiamo, può sprigionare una potenza vitale. 



Un’altra situazione di contrasto è espressa con la bella metafora di “un piede scettico, l’altro rapito”, a proposito dell’atteggiamento, sia timoroso e cauto, sia desiderante, durante l’ardua salita sul fianco in ombra della montagna; fino a scoprirne il versante che, illuminato da un sole crepuscolare, s’accende d’un color oro infuocato (68). Da un lato, ancora persiste il desiderio di chiudersi, interrarsi nelle profondità telluriche del cratere (nell’ombra della psiche); dall’altro cresce l’impulso d’aprirsi affidandosi all’improvvisa visione d’una luminosità incandescente.
Se l’intelletto teme l’ignoto, l’oscuro richiamo del corpo spinge ad affrontarlo. Non diffidando dei sensi ma affidandosi a essi; aprendosi al richiamo dell’eros che di fronte al mistero non arretra, bensì, mentre vi si addentra, trema di piacere e smarrimento.
Il corpo si trasforma, diventa interamente natura provandone il fervore selvaggio. Cambia involucro, pelle, squame, in una rinascita attraverso stadi anteriori. Riscopre una creaturalità preumana e innocente prossima agli animali, di cui prova l’ancestrale ebbrezza e paura (74); nella metamorfosi ritrova, con l’anima animale (Hillman), la capacità d’emozionarsi e la stupefacente continuità empatica che ci rende partecipi dell’intero cosmo vivente.
Questo anelito a una nuova nascita si fa presente, con maggior forza a Creta, meta intermedia del viaggio, luogo in cui le donne vivevano libere nelle prime comunità arcaiche matriarcali (76), e mitico luogo di “morte partoriente”, di vita, morte e rigenerazione; quindi di rinascita interiore.
Al fecondo e crescente smarrimento dell’Io e a questo potente desiderio di rigenerazione corrisponde, per la protagonista, il congedo dalla psicanalisi. Soprattutto dalla sua ristretta e soffocante stanzetta, spazio angusto dove sarebbe arduo liberarsi e, tantomeno, morire e rinascere per abbracciare l’ampiezza d’orizzonti liberi e primitivi, selvaggi, del tutto estranei ai protocolli sovente troppo razionali della psicanalisi. Quest’ultima, tuttavia, nelle pagine finali, insieme allo scioglimento dell’enigma della misteriosa viaggiatrice, ha un inaspettato e gratificante risarcimento.

 
Il viaggio lungo il filo del tempo ritrovato ricorda Aleppo, dove c’è l’esperienza centrale della narrazione, all’interno dell’Hammam Yalbougha al Nasery (84). Ne abbiamo già fatto cenno all’inizio citando il dipinto di Delacroix e i versi di Baudelaire che restituiscono l’atmosfera del luogo, dove tutto, “è beltà, ordine e lusso, calma e voluttà”.
L’Hammam è labirinto in cui si snodano cunicoli invasi da vapore profumato, da musica sensuale e una luminosità soffusa. Rammemora, la protagonista, come fosse stata accolta dagli occhi nerissimi e scintillanti di una donna araba, suadente e sensuale. E si abbandonasse al suo sguardo carezzevole, al suo morbido massaggio, in un ritorno all’infanzia. Sono i rimossi ricordi corporei e famigliari che riaffiorano, in una sensualità innocente e intatta, quasi nell’intimità di un accogliente ventre materno. 
Hammam deriva da harem, il luogo della femminilità sacra e inviolabile; un rifugio per le donne in difficoltà. Uno spazio riservato alle donne da cui gli uomini sono esclusi.
Dopo le esperienze forti nelle aspre profondità del cratere, l’Hammam si rivela ricovero materno, visitato anche da un eros dolce, sublime luogo di risveglio dei sensi. Uno spazio di rapporti privi di sopraffazione dove si ridimensiona il “primato apollineo del logos”, affrancato dal dominio instaurato dal patriarcato storico. “Fuori dell’universo reale, Hammam (è) spazio di gioco, spazio di distensione, di chiacchiere, di risa e grida, di oblio e scorze d’arancia.” (Férid Boughédir).
È un ambito immaginale in cui diventa possibile “procedere verso le nozze sacre dell’uomo nella ricomposta scissione dell’eros dal sacro avvenuta con la patriarcalizzazione”.
Non a caso, a confermare tale riconciliazione, qui c’è la scoperta della singolare e magnifica sensualità del Cantico dei Cantici (97). Voce di un mondo arcaico - estranea al maschilismo patriarcale della Bibbia -, che ancora pone al centro l’amore erotico tra uomo e donna vissuto come sacro entro i confini di un paradiso terreste non ancora violato dalla colpa del peccato. 
Dopo il ritorno a casa (il suo nostos) in una Milano trasfigurata - luogo intermedio dove non dominano il pieno né il vuoto, l’aperto né il chiuso, l’eros né la ragione, la discesa né la salita -, riprende un nuovo inquieto migrare in luoghi a lei cari (caffè e chiese del quartiere Ticinese).



È un viaggio più intimo, ricco di vita immaginale. Una più distaccata rielaborazione del vissuto, dove l’Io rigenerato si confronta con l’avvilente realtà contemporanea. È necessario rientrare in contatto con la propria anima, “aspettare che ti raggiunga”, dopo le suggestioni del viaggio. 
Tuttavia liberarsi del tutto, spiccare il volo con la propria anima è arduo se non impossibile; significa amputare ogni relazione nella solitudine di spazi inabitati. I più rientrano nella normalità soffocando una parte di loro stessi. Assistono delusi allo sfumare del loro viaggio pieno di magnifici propositi, come un’incantevole illusione (119). Quanti uomini mediocri lei ha visto passare, presi dall’incantesimo d’una donna, quindi perdersi nel miraggio d’un amore illusorio (122). In bilico tra amore eterno e vuoto eterno, due menzogne che si fronteggiano. La vita è in mezzo, un discontinuo fluire in cui è arduo destreggiarsi.
A proposito di uomini; in questo emozionante duplice viaggio non c’è antagonismo rispetto al maschile, in quanto le sue figure non appaiano rivali del femminile; bensì, emarginate, sono ombre sfocate sullo sfondo. Spicca, tuttavia, quella di Björn, maestro di kajak che, nel mare di Normandia, guida la protagonista a governare la barca tra l’impeto dei marosi e, dopo averla ammaestrata, la lascia sola e libera affinché sperimenti i propri limiti. Altre figure, molto meno evidenti, si muovono nell’ombra: l’Henry Miller di Cherbourg, il “caro amico dal volto velato”, l’uomo che, nell’hammam l’accompagna come un’ombra, il marito da cui ha divorziato, altri protagonisti di brevi incontri.
Tra queste e altre figure, Galzio nota amaramente che rari sono coloro che levano gli ormeggi e, fuggendo le illusioni, si avventurano aprendosi al volo libero e solitario ma incognito. Si tratta d’incondizionata libertà o fuga illusoria entro silenti spazi siderali, dove è impossibile riconoscersi (per assoluta assenza di specchi, visto che l‘altro è specchio, spesso impietoso)?
Lei, finalmente libera (129), a Milano acquista una casa, o meglio un giardino per l’anima. Una nicchia di sopravvivenza – fuori “dall’universo reale” (ma è possibile?) -, estranea a quell’inerte e sterile Occidente che relega nei consueti e sclerotizzati ruoli. Uno spazio ancora vuoto, questo Hortus Conclusus, in cui, tuttavia, si percepisce il confuso e struggente desiderio di accogliere “l’Anima Mundi”; apparizione sfuggente, questa, che, - come è detto nei bei versi di Galzio - abita in un giardino segreto, “non vi appartiene, è l’ospite… come l’amore… ogni tanto vi apparirà l’anima venuta a visitarvi…” (133/34).
O meglio, quell’anima altrui, che forse sempre ci attende sulla soglia?


Gabriella Galzio
Voglia di partire 
Moretti&Vitali, 2021
Pagg. 160 € 12,00