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giovedì 30 settembre 2021

PIETRE DI INCIAMPO
di Angelo Gaccione
 


Tutti sanno che Milano è città medaglia d’oro della Resistenza. Con la Resistenza partigiana Milano ha riscattato il disonore di piazza San Sepolcro dove il fascismo aveva mosso i suoi primi passi. Ai massacri del nazifascismo e alle deportazioni, Milano ha pagato un tributo altissimo e la città è piena di lapidi su cui si ricordano padri di famiglia e ragazzi di 17 - 18 anni abbattuti dal piombo squadrista o deportati nei campi di concentramento hitleriani. Sono morti per la loro opposizione al regime, per difendere la libertà di tutti noi. Ho segnalato più volte che molte di queste lapidi sono compromesse: sono divenute illeggibili o corrose dal tempo e vanno al più presto sistemate o sostituite, perché quelle memorie restino a monito di ciascuno di noi e delle generazioni future. Sperando che la memoria abbia un futuro, com’ebbe a scrivere lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia. Come altre città dove l’opposizione al fascismo è stata forte (Torino, Roma, Napoli…), Milano ha sparso nei luoghi dove la barbarie ha avuto corso, una serie di “pietre di inciampo”. Un modo per lasciare una impronta indelebile, per dare un messaggio al passante che per quei luoghi si trovi a transitare. 



Pietre di inciampo: la locuzione è linguisticamente efficace; inciampare in un ostacolo dà subito l’idea di qualcosa a cui occorre prestare attenzione per non farsi male, per non subire un danno che può diventare serio. E dunque ci obbliga a guardarlo con la massima circospezione possibile, fissarlo diritto in faccia. Perché questo però possa accadere – visto che l’intento è quello di richiamare attenzione, mettere sull’avviso – la pietra di inciampo si deve far notare, ci deve avvisare che sta lì, e soprattutto che non passi inosservata. Se nessuno se ne accorge, se si confonde col grigio del contesto, col lercio della via, la pietra di inciampo ha fallito la sua missione; non serve al compito cui è chiamata; resta uno scarto simile ad altro scarto e la spesa non è valsa l’impresa, come dice l’adagio. Ci rifletta l’amministrazione della mia città e corra ai ripari. Trovi il modo perché quelle pietre parlino e siano messe nella giusta evidenza agli occhi del passante. Milano è la città della fretta e del frastuono, come tutte le grandi città, e non è impresa facile notare un piccolo quadrato d’acciaio annerito e molto spesso dalla scritta divenuta illeggibile. 



È stato difficoltoso persino per me, che mi ci sono messo di buona volontà, inciamparvi e individuarle. Impossibile, inoltre, riuscire a fotografarne alcune per segnalarle agli amici. Insomma, una esperienza frustrante e che per molti versi mi ha indispettito e irritato. O si trova il modo di sistemarle in maniera tale che uno se le possa trovare davanti in tutta lo loro evidenza, oppure è meglio ricoprirle col nero del catrame dell’asfalto. Come era nero il regime che ne ha messo a morte gli uomini e le donne e che noi abbiamo trasformato in inutili pietre.   







RIFORME. I RICCHI NON PAGANO MAI
di Alfonso Gianni



 
Cosa c’è dietro la riforma che ancora non c’è?
 
Era atteso in Parlamento entro il 31 luglio di quest’anno. Così resta scritto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Poi il disegno di legge delega di riforma fiscale è stato rimandato di settimana in settimana e ancora oggi nessuno può scommettere che sia realmente in dirittura d’arrivo. La riforma fiscale non è tra quelle che il Pnrr considera di contesto o “abilitanti”, ma di “accompagnamento” alla realizzazione degli obiettivi generali e quindi “parte integrante della ripresa”. A sottolinearne la rilevanza era stato lo stesso Presidente del Consiglio quando, nel suo discorso sulla fiducia, aveva paragonato il lavoro da fare, nella sua portata e nel metodo, a quello compiuto nei primi anni Settanta dalla Commissione guidata da Cesare Cosciani e Bruno Visentini. Poi si scoprì che quei passi erano stati copiati da un editoriale di Giavazzi di qualche tempo prima. Una scelta poco raffinata, ma che non scalfiva l’enfasi posta sul tema. Al quale evidentemente Mario Draghi intendeva legare la sua credibilità nel paese e soprattutto in Europa. Il continuo via vai fra le Commissioni parlamentari che adottarono un testo - davvero pessimo - che avrebbe dovuto facilitare l’opera del governo nella stesura definitiva e il gruppo di esperti messo in piedi dal Mef mostra che non siamo di fronte a qualche tecnicalità o al pericolo di incorrere nel rischio dell’eccesso o di carenza di delega, ma ad uno scontro politico di tutta rilevanza. Lo si è visto nei giorni scorsi con l’alzata di scudi della destra di governo e di opposizione al solo apparire della ipotesi di inserire nella legge delega la riforma del catasto. Eppure in questo caso è giusto dire che “ce lo chiede l’Europa”, visto che al primo punto delle Raccomandazioni rivolte all’Italia già nel 2019 compariva esplicitamente la richiesta di “riformare i valori catastali non aggiornati”. Nelle intenzioni degli “esperti” si tratterebbe di sostituire il metro quadrato al vano come unità di misura; di scovare le “case fantasma” grazie all’aerofotogrammetria, che già ha rivelato l’esistenza non registrata di 1,2 milioni di unità immobiliari; quindi di avvicinare gradualmente le rendite ai valori di mercato. Ma una misura del genere avrebbe sconvolto i sonni della proprietà edilizia, il cui peso nella storia politica e sociale del nostro paese è ben noto. Non a caso già Matteo Renzi, quando era Presidente del Consiglio, bloccò un decreto attuativo sul catasto già pronto. Ora l’intervento è stato addirittura preventivo. Non a caso, visto che alla revisione del catasto è legata un’efficace tassazione patrimoniale. Negando in partenza la prima si renderebbe meno credibile la seconda. Con buona pace di quanto stava scritto sull’abito bianco indossato da Alexandria Ocasio-Cortez sul red carpet del Met Gala di New York. La legge delega dovrebbe basare il nuovo fisco su un sistema duale, nel quale la tassazione progressiva verrà limitata ai redditi da lavoro, mentre quella proporzionale  riguarderà interessi, dividendi, plusvalenza, affitti, rendite, redditi figurativi del capitale. Su tutti questi si applicherà una percentuale fissa che dovrebbe coincidere, secondo quanto emerso nella discussione parlamentare, con la più bassa delle aliquote progressive che si applicheranno ai redditi da lavoro e da pensione. Nella delega non ci saranno indicazioni precise su aliquote e scaglioni, che saranno definiti nei successivi decreti attuativi. Ma è proprio qui che si concentra buona parte dello scontro di classe in atto, più implicito che esplicito visto che chi sta più in basso è privo di rappresentanza politica. L’alleggerimento del carico fiscale sul lavoro dipende da come saranno disegnati scaglioni ed aliquote. Non a caso nel 1974 il sistema tributario era costruito su un arco di aliquote che andavano dal 10% al 72%. Da allora scaglioni e aliquote sono diminuiti drasticamente e questo ha concorso in modo incisivo all’enorme trasferimento di ricchezza a favore dei già più ricchi. Ciononostante le destre non hanno rinunciato ai loro progetti di flat tax e di riduzione a tre delle aliquote. Ma anche senza arrivare a tanto se si intervenisse sul terzo scaglione - ove si concentrano i redditi della ambita classe media - una riduzione dell’aliquota favorirebbe proporzionalmente di più coloro che si trovano nella parte alta dello scaglione che non quelli che si trovano nella parte bassa. Ovvero, ai valori attuali, chi si avvicina più ai 55 mila euro che non ai 28 mila, poiché per questi ultimi una riduzione agirebbe solo su una parte minimale del loro reddito. Nel contempo pare non si proceda ad alcun intervento sull’Iva, tagliando in partenza i progetti di una lotta efficace all’evasione, mentre si parla della sparizione dell’Irap. Proprio quest’ultima potrebbe essere anticipata nella legge di bilancio con il rischio che la famosa riforma si riduca solo a questo o poco altro, ovvero che l’antipasto si mangi le altre portate. Non si tratterebbe di mancanza di risorse, ma di una perversa volontà politica cui Draghi non pare voglia opporre resistenza. Anzi. Sta di fatto che una riforma considerata essenziale per la ripresa, - mentre si celebrano le magnifiche sorti del “rimbalzo” economico - ancora non c’è e per ciò che se ne sa è cosa prudente non attendersi il meglio.

 

ARTE
Associazione GaEle presenta: ALL'ORA DEL TÈ



L'arte di Yve Janssens Poucet
Personale alla Piccola Galleria del Disegno a Cuvio (VA),
via XXV Aprile n. 22
2 Ottobre ~ 16 Ottobre 2021
2 Ottobre ore 17 inaugurazione
 
La mostra sarà visitabile su prenotazione telefonando ai numeri in calce. Presente in Galleria il manufatto realizzato da GaEle Edizioni in edizione limitata, con piccole opere di Yve Janssens Poucet.
 
Sia l'atto del camminare che l'atto del fermarsi hanno qualcosa in comune. È dalla notte dei tempi che l'Essere Umano ha mosso i primi passi per esplorare terre sconosciute, l'Ignoto ha sempre rivestito un'attrazione magnetica e irresistibile, che può condurre a ritrovarsi o perdersi. Il Viaggio, materiale o dentro se stessi è un momento di crescita personale, filosofico, che permette l'evoluzione dell'Umanità, creando interconnessioni culturali: "Più si conosce, più si ama. Più si ama, più si conosce", grazie anche alla calzatura importante non solo esteticamente, che ci accompagna, ci protegge, ci permette di calpestare strade, idealmente oltrepassare e valicare confini. Le tappe di questo Viaggio sono momenti per soffermarsi e ritemprarsi per altrettanti scambi culturali.
Il Thè può essere simbolo di sosta, di ricreazione dello spirito, di riflessione. Infatti la storia del Tè è antichissima quanto quella del rito per la sua preparazione nel Mondo, dalla Turchia alla Russia, dal Marocco all'Inghilterra, dal Giappone all'India. Inizialmente l’infuso di Camellia sinensis veniva utilizzato a scopi medicinali. Poi, con il tempo, la bevanda iniziò a essere talmente apprezzata che gli uomini decisero di portare le foglie nei viaggi, condividerle, farle conoscere. Il Thè così iniziò ad assumere concezioni differenti, a essere preparato secondo riti che cambiavano a seconda dei luoghi e dei popoli che incontrava, diventando anche scambio culturale, momento conviviale.
Associazione GaEle propone un'ideale unione di tutto ciò, la calzatura e la bustina del Tè, dipinta dalla mano di Yve Janssens Poucet, realizzando in tiratura limitata 57 esemplari di piccoli libri che contengono un'opera dell'artista.
  
Yve Janssens Poucet, nata a Leuven, in Belgio, fin da bambina è sempre stata intrigata dai colori e la vita le ha dato la possibilità di esplorarli sia con l'acquerello che con l'acrilico. Le piace rappresentare momenti della vita quotidiana adattandoli alla sua immaginazione. Da tanti anni risiede in Italia.
 
Per info e prenotazioni:
3336644334 ~ 3285768391

 

MILANO IN PIAZZA PER OCALAN




L’EPIGRAMMA



“Ho speso una vita a guardare
in occhi di donne, sempre sperando
che vi fosse posta per me”.
Nicolino Longo

 

mercoledì 29 settembre 2021

NOTA AL DIZIONARIO MARX ENGELS   
di Carlo Sini                                                       

Marx ed Engels
 
Il filosofo Carlo Sini sul volume a cura di Fulvio Papi
nella recente edizione Hoepli
.
 
Un Dizionario è ovviamente un esercizio di scrittura alfabetica a partire dalla immaginaria “cosa” che ne è oggetto: le parole ridotte a lemmi. Che le parole possano essere isolate e tradotte in segni grafici linearmente progressivi, cioè alfabeticamente intesi, dipende appunto dall’averle tra-scritte secondo una logica precisa di scrittura, ovvero secondo un esercizio “materiale” della mano, dell’occhio, del supporto, dell’inchiostro, della compitazione e della lettura sonora o silenziosa e così via. Per un soggetto precocemente alfabetizzato tutto questo è facile dimenticarlo o non diventarne mai neppure adeguatamente consapevole. È la pratica della scrittura, con la sua logica operativa, che produce “letteralmente” parole-lemmi e l’illusione di “significati” in sé delle parole, “ontologicamente” o realisticamente intesi. Il fatto di scrivere è assunto infatti come un modo per costruire parole-cose oggettive, costanti, collettivamente e universalmente condivise, sottraendole alla interpretazione arbitraria o, come si dice, “soggettiva”. Per esempio, come è di fatto accaduto, scrivere le leggi che governano la vita di una comunità per evitare che, con la scusa della tradizione, del “si è sempre fatto così”, alcuni prepotenti ne pieghino di volta in volta il senso a loro vantaggio. L’esito effettivo di questa iniziativa di scrittura non è evidentemente l’astratto riconoscimento di un significato “oggettivo” delle norme viventi, operanti quotidianamente in una comunità: un significato che non è mai esistito prima astrattamente in sé. È appunto il lavoro della scrittura che produce di fatto l’idea di una oggettività permanente dei significati in quanto scritti e come tali riconosciuti “politicamente” dai lettori: questo il suo pregio e anche il suo limite. Di fronte all’arbitrio sfacciato la legge scritta è un riparo efficace, ma anche limitato. Anzitutto perché lo scritto non parla da sé ed esige interpretazioni, come si dice, “discutibili”; e poi perché le condizioni di vita cambiano ed è la stessa azione della legalità “scritta” a contribuire a promuovere il mutamento.


Il filosofo Carlo Sini nel suo studio

In linea generale le scritture sono mappe operative seguendo le quali certi esiti dell’azione risultano garantiti. La linea azzurra sulla destra dice che, in quella localizzazione, troverete un fiume: contateci. Perché, come, a qual fine, con quali emozioni, speranze e timori quanto al fondo sostanziale della vostra esperienza di cammino è del tutto cancellato: non è affare della mappa. Anche il dire della parola orale stabilisce a suo modo una intesa intersoggettiva, e in questo senso una comunicazione “sociale”: «Se tieni la destra, troverai un fiume, che, in questa stagione, è abbastanza guadabile…». A questa trasmissione confidenziale la scrittura aggiunge l’irresistibile e peculiare effetto-pretesa della “oggettività” e della “realtà in sé”: così è scritto perché la cosa sta così. Salvo errore e salvo inganno, ovviamente. La scrittura “sospende” il corpo vivente del locutore e gliene assegna un altro: il corpo grafico impersonale, universale, oggettivo, con la relativa credenza epistemologicamente fondata.
C’è insomma una differenza rilevante tra “che cosa ha detto in verità” (per esempio Marx) e “che cosa ha scritto in verità”. Nel primo caso siamo affidati a una memoria vivente (a partire dalla memoria dello stesso Marx, che potrebbe manifestare dubbi, oscillazioni, addirittura errori); nel secondo caso disponiamo invece di una memoria “strumentale” con le sue tracce oggettive (dallo scritto ad altri sistemi “tecnici” di registrazione). È facile allora ravvisare tutti i meriti della scrittura (in ogni senso intesa), legati alla sua funzione conoscitivo-analitica, sulla quale funzione non è lecito dubitare. Per esempio possiamo render noto quante volte e dove Marx ha scritto nelle sue opere la parola ‘essenza’, in quali contesti e in quali relazioni (cosa di cui lui stesso non ha certo memoria né coscienza) ed è ovvio che il saperlo apre a considerazioni importanti.
Tuttavia il sapere mostra la sua grande efficacia nel “che” (universale, impersonale e verificabile: “il sole spunta per tutti a Oriente”), ma nel contempo mostra anche l’estrema fragilità circa il “che cosa”, il “come” e il “perché”, ovvero in relazione a ciò che spesso indichiamo con l’espressione “il contesto”, che appunto non è affatto un testo, ma qualcosa cui alludiamo con espressioni come “il vissuto”, “l’esperienza vivente”, “l’interpretazione personale”, “il mondo circostante” ecc. Qualcosa infine che sta nel più profondo del dire, e conseguentemente dello scrivere, e che nel dire incontra sempre e soltanto la sua imperfetta e irresolubile manifestazione contingente; ovvero, come diceva Peirce, la sua mobile interpretazione e il suo rimando illimitato o infinito.


Il filosofo Fulvio Papi alla scrivania

Nelle sue considerazioni introduttive al Dizionario Fulvio Papi ne fornisce una consapevolezza tanto profonda quanto rara e preziosa. Ricorda il desiderio che fu primo motore di tutta l’impresa: combattere il “marxismo popolare” del sessantottismo ignorante, ideologicamente rozzo e primitivo, approssimativo e violento: ho vissuto quei tempi e comprendo bene ciò a cui Papi allude, sebbene ovviamente a modo mio, ma quanti oggi sono in grado di farlo? Papi sa anche bene che i suoi stessi collaboratori e compagni di lavoro vissero a loro modo il grande e virtuoso progetto e che questa situazione accompagna irrimediabilmente ogni azione collettiva. Le nostre azioni accadono, diceva Nietzsche, in una atmosfera vaga, incerta, opaca, e così le “mode” culturali imperscrutabilmente cambiano: nella nuova esplosione di interessi verificatasi dopo il Sessantotto nei confronti di Heidegger, dell’ermeneutica ecc., che cosa hanno veramente detto o scritto Marx ed Engels cade fuori dalla domanda generale vivente, non provoca più polemiche culturali e politiche, scontri di idee al calor bianco e così via. Nell’insieme uno spettacolo piuttosto desolante, che negli ultimi decenni, con la progressiva trasformazione della cultura in esibizione mass-mediale, sembra essere sempre più diffuso.
Ma che cosa infine è una parola, nella sua astrazione intellettualistica e sostanza immaginaria? Forse il punto d’incontro e di emergenza di innumerevoli vicende, di incalcolabili storie, di azioni e reazioni contingenti e costanti in continuo movimento. Il Capitale di Marx analizza e descrive un sistema produttivo, dei rapporti sociali e delle conseguenze politico-economiche; ma nel frattempo, osserva Papi, nel suo tempo e successivamente nascono nuove tecnologie, efficaci e potenti; nascono nuove figure, nuovi ruoli lavorativi, quindi altre e impreviste relazioni tra nuovi ceti sociali, quindi riflessi economici e politici partoriti dalla mutata situazione, nuovi modi della contesa pubblica, con conseguenze anche nella vita privata e nelle relazioni di genere, di cui la comprensione sociale proposta dal Capitale è stata certo un fattore innovativo a sua volta rilevante… Bene, non dobbiamo allora dire lo stesso a proposito del progetto di un Dizionario? Non nasce anch’esso da situazioni e interessi storicamente e quotidianamente mutevoli? Non è uno strumento di produzione della cultura che ha una sua storia, che ha avuto una nascita precisa in un mondo storico definito, e che forse un giorno morirà? Così possiamo imparare a comprendere le profonde avventure di un libro, quelle della nascita e oggi quelle della sua ripetizione a distanza di 38 anni. Il mondo è cambiato e così gli autori e il senso collettivo delle parole: Papi ne è lucidamene consapevole. Ma qualcosa della prima emozione vivente, con il suo politico intendimento, è tuttora presente al fondo della trasformazione. Vorrei ricordarlo con le parole stesse di Fulvio Papi, che sono in proposito perfettamente adeguate (e per me largamente illuminanti e pienamente condivisibili).
«In generale credo occorra liberare la considerazione della tradizione marxista dalle affettività troppo violente. Abbassare il tono emotivo è utile anche per sopportare con chiarezza intellettuale quell’enfasi delle congiunture che, sull’onda di opinioni di massa, decidono morti, superamenti e resurrezioni di autori, dottrine e teorie (spesso degne della più alta considerazione, per ragioni profondamente diverse). L’oggettività di un dizionario potrebbe forse aspirare a una terapia della volgarità. Rendere controllato e controllabile il rapporto con un lessico dovrebbe educare al sospetto sull’uso delle parole. In questo senso particolare il dizionario è un’opera critica» (Op. cit., p. XIX).



 
 
Dizionario Marx Engels
A cura di Fulvio Papi
Hoepli Ed. 2021
Pagg. 412 € 37,90

PER IL PROFITTO SI MUORE OGNI GIORNO
di Michele Michelino

 
Il capitalismo continua a uccidere, altri operai sono stati uccisi
sul posto di lavoro. Un rituale che avviene ogni giorno.
 
Le chiacchiere e i proclami sulla sicurezza di governo, padroni e sindacati confederali in Italia non impediscono la mattanza di operai. La modernità del capitalismo basata sullo sfruttamento sempre più intensivo dei lavoratori provoca ogni giorno morti, feriti e invalidi, come nell’Ottocento. Due operai sono morti intossicati all'interno del Campus dell'università Humanitas di Pieve Emanuele. Si chiamavano Emanuele Zanin di 46 anni e Jagdeep Singh di 42 anni. Sono morti mentre cercavano di caricare una cisterna di azoto liquido usato nei laboratori dell'Ateneo e per alimentare l'impianto antincendio. Entrambi lavoravano per la ditta "Autotrasporti Pe" di Costa Volpino che lavora in subappalto per la monzese Sol Group spa. La nuova legge del governo draghi su appalti e subappalti ha già cominciata a produrre vittime. Ora come sempre mentre le famiglie piangono la loro morte, si aprirà l’ennesima inchiesta della procura di Milano con l’ipotesi di omicidio colposo e dell’ATS per verificare se ci siano stati errori nella manovra, mancanze strutturali o responsabilità di chi non ha fornito ai lavoratori i Dispositivi di Protezione Individuali e collettivi. L'azoto liquido per il raffreddamento dei frigoriferi che custodiscono farmaci o reperti biologici può raggiungere una temperatura di 200 gradi sotto lo zero. 



Come sempre in questi casi si sprecano le lacrime di coccodrillo delle istituzioni. L’Humanitas ha espresso “profondo cordoglio e vicinanza alle famiglie delle due vittime”, il Pd scrive sui social che "Non si può e non si deve morire di lavoro, nessuno dovrebbe perdere la vita mentre lavora”, intanto invece di spendere qualche euro in prevenzione si continua a mandare i lavoratori a macello.
Questa società che per il profitto distrugge gli esseri umani e la natura è una società barbara e inumana che merita di essere distrutta dalle fondamenta.
I morti sul lavoro sono delitti contro l’umanità e verrà il giorno in cui padroni governi e sindacati complici pagheranno caro, pagheranno tutto.

martedì 28 settembre 2021

LUTTI NOSTRI
di Ettore Buccianti


La scomparsa a Milano di Paolo Maria Di Stefano

Paolo Maria Di Stefano

Paolo Maria Di Stefano, “il Gentiluomo”, come lo chiamavo io per i suoi baciamano d’altri tempi, la sua signorilità, la sua classe, si è spento giovedì 23 settembre al Policlinico di Milano, città dove aveva a lungo vissuto, nella sua casa di via Verdi difronte al Teatro alla Scala. Il giorno prima io mi ero operato all’occhio destro, ed ero praticamente “fuori gioco”. Paolo era nato a Reggio Emilia il 13 novembre del 1936, ma aveva studiato a Perugia dove si era laureato in giurisprudenza col massimo dei voti. A Perugia, il capoluogo umbro dove sarà seppellito, si era trasferito con la famiglia per seguire il padre magistrato, e ne aveva conservato l’accento. Saggista, narratore, amante della fotografia e autore di ottimi versi, di lui mi piaceva fondamentalmente la sua sottile e bonaria ironia. Avremmo dovuto fare ancora tante cose insieme, ma il Covid si è messo di traverso. Ci ha impedito più volte, e per lui era un impegno d’onore, vederci con le rispettive signore, la mia e la sua carissima Liana Macoggi, figlia del noto pianista, perché c’erano delle crêpes in sospeso che ci aspettavano. E ci ha impedito di fare un incontro a Santa Margherita Ligure su uno dei suoi ultimi libri. Aveva perso la sua unica e promettente figlia giovanissima, con la quale mantenne per tutta la vita un dialogo così intenso, che io stesso mi ero convinto che davvero lo spirito di Alessandra aleggiasse attorno a lui e a Liana. Anche per questa dolorosa fedeltà Paolo e Liana mi sono cari. [Angelo Gaccione]


 
 
Milano. La scomparsa improvvisa di Paolo Maria Di Stefano lascia gli amici addolorati per la perdita di una persona di grande cultura e sensibilità. I lettori di “ODISSEA” hanno più volte incontrato la sua firma su articoli stimolanti e mai banali. Era un polemista, ma con garbo: difendeva le sue idee cercando il sostegno di argomentazioni valide e rinunciando a scontri dialettici improduttivi. I temi erano trattati da Paolo in profondità con l’aggiunta di arguzia ed il ricorso ad elementi documentali che traeva dalla vastità delle sue conoscenze.
Paolo è professionalmente nato come uomo d’azienda ed ha ricoperto importanti incarichi nel settore della comunicazione, per poi passare ad approfondire lo studio delle tematiche di Marketing con la pubblicazione di numerosi libri e l’insegnamento in varie Università. Aveva cercato di utilizzare le tecniche di marketing anche nel settore politico con grande innovazione e intraprendenza. Sono da ricordare anche i suoi articoli per la rivista on line “Storia in network” che trattavano argomenti di storia contemporanea con rara competenza ed imparzialità.
Primeggiava tra i suoi interessi la fotografia, con immagini raffinate e molto pittoriche. I suoi libri erano sempre dedicati alla memoria di Alessandra, la figlia unica prematuramente scomparsa a soli 27 anni. La ragazza si era brillantemente laureata in architettura svolgendo una tesi sul tema costruttivo del “ponte”. Un argomento che sarebbe, poi, diventato d’attualità con la vicenda del ponte Morandi, ma il termine ha anche un significato allegorico di unione tra mondi e persone. Paolo non aveva mai rinunciato a mantenere vivo il ricordo di questo ponte ideale con Alessandra. Anche noi vogliamo che il ponte ci tenga in collegamento con Paolo e continueremo a ricordarlo con il più grande affetto.  

DRAGHI E LA CONFINDUSTRA
di Alfonso Gianni



Draghi vuole cambiare la storia del nostro Paese.
  
Il discorso tenuto da Draghi agli imprenditori riuniti da Confindustria ha avuto un indubbio successo che ha un preciso significato politico su cui conviene riflettere. Non avendo un applausometro è difficile stabilire se la standing ovation che i 1170 invitati alla Assemblea nazionale della Confindustria hanno tributato a Mario Draghi, abbia superato o meno, per durata e intensità, gli applausi riservati ad altri presidenti del consiglio in occasioni passate. Come, per esempio, quelli che hanno accompagnato l’affermazione di Berlusconi nel 2017 al convegno dei giovani industriali a Capri, quando definì gli imprenditori “eroi”. Non è la prima volta che i partecipanti alle assise confindustriali applaudono Draghi. Era già accaduto dieci anni fa, come ha ricordato Bonomi, quando “l’uomo della necessità”, secondo lo stesso capo di Confindustria, era presidente della Bce.
Ma questa volta l’accoglienza a Draghi ha significato un salto di qualità nei rapporti fra Confindustria e governo. Non erano così caldi all’inizio. L’associazione padronale aveva adottato una tattica più insidiosa, cercando di disarticolare la nuova maggioranza, ministero per ministero, quasi a costruirsi una propria interfaccia governativa. Risultò evidente quando gli strali confindustriali si concentrarono con successo sul timido tentativo del ministero del lavoro di prorogare il blocco dei licenziamenti. Il gioco diventò scoperto quando Confindustria riuscì a modificare il testo dell’avviso comune fra Governo e Sindacati al punto da toglierne qualsiasi efficacia.
Il fatto che l’ovazione nei confronti di Draghi sia partita prima ancora che il Presidente del Consiglio prendesse la parola mostra appunto che non si è trattato di un fatto emozionale, ma politicamente orchestrato.
Il discorso di Draghi si è limitato, nella sua prima parte, a riprendere elementi noti, cavalcando la corsa del Pil previsto al 6% a fine anno, ma con minore enfasi rispetto ad altri. Ha ricordato che si tratta di un rimbalzo dalla situazione molto grave (-8,9%) del 2020 e che per parlare di ripresa bisogna aspettare l’anno che viene, sapendo che “tra i dipendenti, tre quarti dei nuovi occupati” sono con contratto a termine e che “nel 2020, più di due milioni di famiglie erano ancora in condizione di povertà assoluta”. Ma “il rafforzamento dell’economia passa attraverso l’apertura dei mercati”, confermando un’impronta ordoliberista per cui l’intervento pubblico, non eccessivo, deve soprattutto accogliere le logiche private della profittabilità. Con conseguente esaltazione del ruolo delle imprese.
Ha certamente ragione Landini nel lamentare che su questioni cruciali il Presidente del Consiglio non abbia speso parola o quando lo ha fatto, di sfuggita, l’abbia fatto male. Sulla scottante questione delle multinazionali: silenzio. Sull’aumento delle bollette energetiche solo l’impegno ad eliminare per l’ultimo trimestre gli oneri di sistema. Parole di circostanza sulla transizione ecologica. Sul Mezzogiorno ci si accontenta del 40% degli investimenti e a un semplice cenno alle aree interne. Sulla riforma fiscale, il cui testo ancora non c’è, Draghi ha confermato che il governo non intende alzare le tasse, il che equivale a rassicurare sull’assenza di qualsiasi patrimoniale.



Ma il senso politico del suo discorso arriva alla fine. In cauda venenum. Draghi proclama l’esigenza di “una prospettiva economica condivisa” che subito identifica con quella di “patto sociale” lanciata da Bonomi. Il che raccoglie le perplessità di Landini nel dopo assemblea, visto che il “patto” non è sostanziato da proposte precise e naturalmente l’entusiasmo del segretario della Cisl fautore del ritorno della concertazione. Per farlo Draghi rovescia letteralmente il senso della storia sociale e politica del paese. Per lui la ricostruzione post-bellica era dovuta alle buone relazioni tra le parti sociali, cancellando le lotte durissime, i reparti confino, i corpi di operai e contadini lasciati inerti sul terreno dopo le cariche della polizia. Mentre considera la stagione che diede vita allo Statuto dei diritti dei lavoratori e alle uniche riforme che il paese ha conosciuto, come quella in cui “col finire degli anni ’60” avremmo assistito “alla totale distruzione delle relazioni industriali”. Il protagonista della ricostruzione di allora, il conflitto sociale e politico non solo viene fatto sparire, ma colpevolizzato di un degrado sociale che invece ha tutt’altri tempi e cause. Invece levatrice di una nuova narrazione sarebbe “la virtù dell’impresa… di cui l’Italia andrà fiera”. Quella virtù, come invece ben sappiamo, che è causa delle basse retribuzioni, della precarietà, del divario crescente Nord-Sud, dell’aumento della povertà, della insistenza di avere tutti al lavoro in piena pandemia, malgrado sia stata e tutt’ora venga ampiamente foraggiata dal denaro pubblico. Che distanza fra i Campi Bisenzio della Gkn e l’Eur della Confindustria. Realtà antagoniste. Nella seconda vincono Draghi e Bonomi. Nella prima no. Come ben si vede il conflitto sociale che si vorrebbe cancellare dalla storia del passato e per il futuro è ben presente. Come fattore di progresso civile ed economico.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

DIFENDERE IL PATRIMONIO E LA STORIA
di Richard Hall*

Scenario di Costa San Giorgio
Firenze
 
Sydney. Dapprima della pandemia di Covid 19, a partire dal 2006, vengo in viaggio a Firenze quasi ogni anno, per restarci ogni volta da uno a tre mesi. Per me l’Oltrarno è un posto molto speciale. In un caso ho abitato con mia moglie per tre mesi in Piazza Santa Felicita. Una delle mie passeggiate predilette, che ho fatto tante volte, parte da Viale Galileo, prosegue per Via San Leonardo fino a Forte Belvedere e a Porta San Giorgio, e raggiunge Piazza Santa Felicita scendendo lungo Costa San Giorgio accanto a Villa Bardini, alla Casa di Galileo Galilei e alla Chiesa di San Giorgio alla Costa. Molte ore ho trascorso nel Giardino di Boboli e nel Giardino Bardini, e più mostre ho visitato dentro Villa Bardini. È una parte unica, questa, e incontaminata, della città di Firenze. Le strade strette e ripide sono la materializzazione della Firenze medievale e rinascimentale, e raccontano le tante storie di quei tempi e di quella cittadinanza. È una zona abitata ancora da Fiorentini e, ad oggi, è immune dagli sviluppi che hanno trasformato altre parti della città. Per i residenti attuali, e per coloro che abitano il territorio fiorentino, essa rappresenta un continuum col loro “patrimonio storico e culturale”.
L’indotto delle trasformazioni urbanistiche proposte in quest’area ne cambierà per sempre i connotati, aprendo un varco a quelle condizioni che hanno modificato altre parti di Firenze. L’accesso pubblico ai beni restaurati non è in grado di controbilanciare le conseguenze negative dello scollamento dal patrimonio culturale che un processo del genere determinerebbe.
Sono certamente d’accordo col riutilizzo di questi siti storici che da tempo non sono più fruiti.  Ma - come avviene con successo in molte altre città - il recupero di questi luoghi dovrebbe salvaguardare il patrimonio e la storia. E a beneficiarne dovrebbero essere quanti più cittadini possibile piuttosto che uno sparuto numero di visitatori facoltosi.
 
*Ingegnere Consulente, Sydney, Australia

  

RIFLESSIONI AUTUNNALI
di Lisa Mazzi


Berlino. L’equinozio d’autunno, si sa, porta, come ogni cesura o cambiamento, a riflettere. Conoscendo la letteratura tedesca, non si può fare a meno di rileggere la famosa poesia di Rainer Maria Rilke intitolata appunto “Herbst”, cioè “Autunno”, o, per rimanere in Italia, la settembrina poesia di Gabriele D’Annnunzio “I pastori “, che ci ricordano il passaggio delle stagioni e la situazione precaria di noi mortali.
In questo, ancora pandemico, 2021 a Berlino l’estate, apparsa in toni moderati a giugno e un po’ anche a luglio, è poi scomparsa definitivamente dalle previsioni meteorologiche delle alte pressioni, per condurci, molto freddamente e con temperature davvero basse, ad un autunno, che potrebbe definirsi già ora, senza ombra di dubbio, un autunno inoltrato. Dopo un anno e mezzo di assenza dall’Italia a causa del Covid, ho approfittato di giugno e settembre per due brevissime vacanze sulla riviera adriatica in cerca di sole e di calore, anche umano, quello che, per noi espatriati, rimane sempre il lato migliore dell’Italia.
La pandemia ha sicuramente avuto ovunque un impatto negativo sulla psiche delle persone e, sia in Germania che in Italia, abbiamo assistito, e purtroppo, stiamo ancora assistendo, a episodi di maleducazione e violenza, oltre che di assoluta mancanza di rispetto delle regole base, necessarie a minimizzare i rischi del contagio. L’aggressività verbale, e non solo, la si coglie, se si è attenti, anche nei posti più impensati, come ad esempio sulla spiaggia.



In riva al mare, una nonna, nell’intento di convincere il nipotino di due o tre anni, ad entrare in acqua, lo prende per un braccio dicendo” Vieni che andiamo a dare i calci alle onde!” Sono rimasta basita, ma le onde non sono quelle che ti cullano, che danno l’idea di carezze, di morbidezza, che ti vengono incontro e, se non c’è burrasca, si ritraggono gentilmente lambendoti i piedi o, al massimo, le gambe? L’onda non è un pallone e una frase del genere è indice di una forma di aggressività, probabilmente repressa, che però salta fuori, banale, detta senza riflettere, ma sappiamo bene purtroppo dove può portare la banalità del male.
E in Germania, proprio di recente, ne abbiamo avuto un terribile esempio. In una ridente cittadina della Renania-Palatinato, Idar-Oberstein, famosa per la lavorazione e trasformazione dei minerali in gemme preziose, un ragazzo di vent’anni, cassiere in una stazione di benzina, è stato ucciso da un cliente, entrato nel negozio per comprare una birra senza mascherina. Il solo fatto di aver ricordato, che nel negozio è obbligatorio portarla, ha fatto sorgere una lite al termine della quale il cliente, dapprima, è uscito dal negozio, poi vi è ritornato con una pistola e ha sparato alla testa al povero ragazzo uccidendolo.
E se da un lato, questo gesto ha suscitato orrore in moltissime persone, ce ne sono state altre che hanno riso e applaudito attraverso alcuni social, perché è ora che “la dittatura” della politica anti Covid debba finire. Un episodio gravissimo che dimostra come le frange di “pensatori trasversali”, esoterici, cospirazionisti, negazionisti e neonazisti si stiano radicalizzando e rappresentino un vero pericolo per la società civile, cosa per altro confermata dalla polizia.



Le notizie più recenti hanno reso noto che l’assassino di Idar-Oberstein non era conosciuto negli ambienti dell’estrema destra, però possedeva una pistola - e anche altre armi sono state trovate a casa sua - senza detenere il porto d’armi, ma era un convinto negazionista. Del resto, lui stesso ha detto alla polizia di non poterne più di regole e di aver voluto statuire un esempio. Dobbiamo dire un esempio agghiacciante. La cosa peggiore è che anche alcuni politici di spicco, come ad esempio Friedrich Merz dell’Unione cristiano sociale, e non è stato il solo, invece di esprimere il più sentito cordoglio ai famigliari della vittima, ha preferito calcare ancora la mano sulle misure anticontagio del governo. E questo in una nazione come la Germania, dove fino ad oggi c’è appena un magro 63% di doppiamente vaccinati.
Dopo un’estate berlinese all’insegna di cortei e proteste contro le misure anticontagio del governo, ma anche con oltraggi verbali a chi per strada portava la mascherina, hanno avuto luogo ieri le elezioni federali, che hanno segnato la fine della lunga era Merkel.



Anche a votazione terminata rimangono elezioni dense di suspence, perché il partito socialdemocratico di Olaf Scholz, cioè quello che fino a ieri era il ministro delle finanze e con la sua compostezza anseatica - è di Amburgo – aveva riscosso, già nei sondaggi, più consensi di Armin Laschet, presidente del Land Norreno Vestfalia, la regione più industrializzata della Germania e continuatore in spe della politica di Angela Merkel, ha vinto sì, ma di poco, per cui il candidato Laschet accampa ancora dei diritti.
Annalena Baerbock, la candidata dei Verdi, ha portato il suo partito solo il terzo posto, nonostante i Verdi si battano veramente per i temi fondamentali, come la salvaguardia dell’ambiente e del clima, oltre a tenere nel debito conto le ingiustizie sociali.
L’ago della bilancia per una coalizione governativa viene rappresentato dalla FDP, cioè i liberali, che nonostante differiscano molto dai Verdi soprattutto in campo fiscale, cercano ora di sondare la possibilità di un eventuale accordo con loro, in modo da poter formare un governo tripartitico insieme ad uno dei partiti maggiori, cioè la SPD di Scholz o, possibilità direi più remota, stando ai risultati, con la CDU di Laschet.



La Linke, cioè la sinistra, non più quella revisionista dei nostalgici della Germania Est, ma un partito, che ora attira anche intellettuali e studenti grazie ad una grande apertura nel sociale tenendo anche conto del clima e dell’ambiente, pur non avendo superato la soglia del 5%, ha ottenuto l’ingresso grazie a tre mandati diretti, ma non avrà un ruolo nella futura coalizione governativa.
Sul partito di estrema destra AfD, l’alternativa per la Germania, non mi soffermo, perché il loro becero populismo non è degno di questa sede.
Come inizierà dunque l’autunno in Germania dopo il 26 Settembre? Un autunno caldo dopo l’estate freddina? Speriamo che i politici prendano decisioni assennate e che il Covid rientri nei ranghi grazie a tutti quelli che hanno capito non solo il valore intrinseco del vaccino, ma anche il significato civile dello stesso.
Che le nonne dicano ai bambini che le onde del mare li accarezzano e per questo non vanno prese a calci e che nessuno a vent’anni debba venire ucciso per una mascherina.
 

IL VOTO IN GERMANIA
di Franco Astengo


Prime considerazioni intorno ai numeri delle elezioni tedesche. 
 
Di seguito alcune provvisorie considerazioni sul voto in Germania del 26 settembre 2021:
 
1) Lievissima flessione nell'espressione dei voti validi. Nella parte maggioritaria nel 2017 si ebbero 46.389.615 espressioni di suffragio valide scese a 46.339.602 nel 2021 (meno 50.013). Nella parte proporzionale nel 2017 46.515.492 voti validi scesi a 46.419.448 nel 2021 (meno 96.044).
 
2) Flessione CDU - CSU. Parte maggioritaria 2017: CDU 14.030. 751; 2021 10.445.571 (meno 3.585.180) Parte Proporzionale 2017: CDU 12.447.656; 2021 8.770.980 (meno 3.676.676). Parte maggioritaria 2017 CSU 3.255. 487; 2021 2.787.904 (Meno 467.583); parte proporzionale CSU 2017: 2.869.688, 2021 2.402.826 (meno 466.862). Complessivamente CDU- CSU flettono nella parte maggioritaria di 4.052.763 voti; nella parte proporzionale di 4.153.538 voti. Una perdita dovuta principalmente alla CDU (-7,7 nella parte maggioritaria e - 7,9% nella parte proporzionale) mentre la CSU sostanzialmente tiene (-1,0 sia nella parte maggioritaria, sia in quella proporzionale).
 
3) Crescita SPD. Parte maggioritaria 2017 11.429.231, 2021 12.228.363 voti (più 799.132) Parte proporzionale 2017 9.539.381 2021 11.949.756 (più 2.410.375). Fermo restando che la vittoria dell'SPD deriva in misura maggiore dalla sconfitta della CDU-CSU, l'incremento ottenuto nella parte proporzionale può far pensare all'avvio di un vero e proprio spostamento nell'asse politico del Paese, probabilmente non prevedibile dopo dieci anni di Grosse Koalition.
 
4) Sotto le previsioni l'incremento dei Grunen. Non c'è stata la "valanga verde" tale da portare il partito vicino alla cancelleria, anche se l'incremento di voti è stato rilevante. 2017 Parte maggioritaria 3.717. 922, 2021 6.465.502 (più 2.474.580) Parte proporzionale 2017 4.158.400, 2021 6.848.215 (più 2.689.815). In ogni caso, come vedremo meglio analizzando il voto della FDP, è verso i verdi che maggiormente dovrebbe indirizzarsi la diaspora che ha colpito CDU-CSU: sembra il frutto di una dinamica politica maggiormente centrista e di stampo conservatore rispetto a una dinamica "di sinistra". Insomma si potrebbe usare la definizione di "transizione ecologica conservativa".
 
5) Debole la crescita della FDP. 2017 Parte Maggioritaria 3.249.238, 2021 4.040.783 (più 791.545) 2017 Parte proporzionale 4.999.449 2021 5.316.698 (più 317.249).
 
6) Flessione dell'AfD. 2017 Parte maggioritaria 5.317.499, 2021 4.694.017 (meno 623.482). 2017 Parte proporzionale 5.878.115, 2021 4.802.097 (meno 1.076. 018). I risultati di Sassonia e Turingia fanno pensare a una sorta di limite alla dimensione territoriale dell'AfD nei lander dell'ex DDR.
 
7) Crisi della Linke. 2017. Parte Maggioritaria 3.966.637, 2021 2.306.755 (meno 1.659.882). Parte proporzionale 2017 4.297.270; 2021 2.269.993 (meno 2.027.277). Una perdita di metà dell'elettorato dovuta, probabilmente, come sostiene la dirigenza del partito all'assunzione - a sinistra - di un ritorno alla competitività con la CDU da parte dell'SPD nella prospettiva dell'assunzione della cancelleria. Un altro segnale della necessità di ridiscutere ruolo e presenza della sinistra sul piano europeo.
 
8) Da segnalare infine la crescita del movimento dei Liberi Elettori che pure non ha superato la soglia di sbarramento del 5%. Liberi Elettori (Freie Wähler, FW o FWG) è un concetto tedesco in cui un'associazione di persone partecipa in un'elezione senza avere lo status di partito politico registrato. Solitamente è un gruppo degli elettori organizzato localmente sotto forma di un'associazione registrata (eV). Nella maggior parte dei casi, i Liberi Elettori sono attivi solo al livello di governo locale, concorrendo per consigli cittadini e come sindaco. I Liberi Elettori tendono ad essere di maggior successo nelle zone rurali della Germania meridionale, facendo appello più agli elettori conservatori che preferiscono le decisioni locali alla politica di partito. I gruppi dei Liberi Elettori sono attivi in tutti gli Stati tedeschi.  2017 Parte maggioritaria 589.056, 2021 1.334.093 (più 745.037); Parte Proporzionale 2017 463.292; 2021 1.127.171 (più 663.779). Voti che probabilmente sono mancati alla crescita di Verdi e FPD.

 
In sostanza gli elementi da sottolineare sono (al momento):
 
a) il calo della CDU (la CSU mantiene sostanzialmente le posizioni) si misura in direzione dei Verdi e secondariamente della FDP;
b) la crescita dell'SPD si misura con la caduta della Linke. Un andamento che assume un duplice significato: da un lato una richiesta di "radicalizzazione" nella offerta di governo dei socialdemocratici; dall'altro (se si guarda anche al risultato norvegese) una richiesta complessiva di riposizionamento a sinistra;
c) la flessione dell'Afd coincide con un arroccamento territoriale verso Est. Un fatto che assume un significato geo politico profondo rispetto alle dinamiche europee in termini di sicurezza e immigrazione.

VIRUS


Opera di Shamsia Hassani

“Il Coronavirus ci sa fare.
Abbraccia la gente calorosamente.
E poi la soffoca”.
Nicolino Longo