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venerdì 10 settembre 2021

MUSEO FATTORI
LA LIVORNO DELL’OTTO-NOVECENTO
di Ilaria Clara Urciuoli

Villa Mimbelli

Dopo Villa Puccini continua il nostro percorso
tra i musei meno affollati.
 
L’identità di Livorno è netta, come netta è quella dei livornesi scanzonati, irriverenti, accoglienti, malinconici eppure perennemente aperti al futuro che incombe, come spesso le città di porto sono. Questa identità, tanto forte quanto l’inconfondibile calata, li rende facilmente riconoscibili nel panorama toscano all’interno del quale tuttavia faticano forse un po’ a emergere come centro culturale. Ed ecco allora che una bella realtà come quella del Museo Fattori e di Villa Mimbelli (due facce di una stessa medaglia rappresentante il gusto alla fine dell’Ottocento) resta ancora poco frequentata.
Una storia non semplice quella del museo, atteso in città da quando nel 1857 alcuni cittadini labronici donarono al comune il dipinto di Enrico Pollastrini Gli esuli di Siena per realizzare, a partire da quel dipinto a tema storico, una pinacoteca cittadina. L’attesa durerà vent’anni, fino all’alba del 15 gennaio del 1877 quando, nel primo piano dell’ex Palazzo Granducale, verrà finalmente inaugurata. È modesta pel numero di quadri, ma tant’è; la Pinacoteca ora l’abbiamo anche a Livorno, e si farà più importante man mano che i molti facoltosi della città si ricorderanno che nell’ex palazzo reale, ci sono delle stanze destinate a provare che un po’ d’amore verso le belle arti lo nutriamo anche noi figli di Labrone: così la Gazzetta livornese commentava l’evento.


Giovanni Fattori

Ed in effetti così fu: la collezione crebbe anche grazie al Comune che, poco dopo la morte di Giovanni Fattori nel 1908, acquistò un consistente numero di sue opere e a lui dedicò il museo che nel frattempo cambiò sede. A frenare gli entusiasmi arrivò la Seconda Guerra Mondiale: i bombardamenti del 1944 colpirono la pinacoteca, distruggendo quel primo quadro che per le grandi dimensioni non si riuscì a mettere in salvo. In quegli stessi anni anche Villa Mimbelli veniva devastata dalla presenza dell’esercito tedesco prima e americano poi. Quelle mura ormai spoglie avevano salutato da tempo la ricchezza che Francesco Mimbelli (sue le iniziali presenti negli ornamenti) aveva riservato alla villa a partire da quando, nel 1859, aveva deciso di spostarsi a Livorno. Due piani nobili arricchiti con le decorazioni di Annibale Gatti e dei fratelli Della Valle e uno (il terzo ovviamente) per la servitù, contornati da un grande parco in cui trovano spazio anche i granai e la casa del guardiano: la residenza doveva essere e fu traccia evidente dell’agiatezza raggiunta attraverso il commercio. 


La gigantesca tela per la battaglia
di San Martino

Tutto questo sfarzo si trasformò in eco negli anni della guerra e in quelli che seguirono, fino al 1979, quando viene acquistata dal Comune di Livorno e prendono il via i lavori di restauro. Impegnativi, molto. Ma è al termine dei lavori, sul finire del 1994, che le sorti del Museo Fattori e quelle di Villa Mimbelli si uniranno vedendo proprio in questo spazio la nuova sede museale.
Queste due storie restano il sottofondo della visita che oggi facciamo al Museo e alla Villa. Emergono a più riprese: a volte con delicatezza, ad esempio quando ci imbattiamo nel bozzetto della prima grande tela, Gli esuli di Siena, che il Comune volle acquistare dopo la distruzione dell’opera; a volte con forza e incisività quando la visita della villa ci porta a conoscerne il proprietario. Lo pensiamo un gran viaggiatore - il suo lavoro certo ci spinge a pensare questo - e un uomo curioso e affascinato dal bello nelle sue varie realizzazioni locali che ha voluto riportare all’interno della sua villa, realizzando al piano terra tante stanze in stili diversi. Passare dalla Sala di rappresentanza all’attigua Sala turca con biliardo era di per sé un viaggio che continuava nella Stanza da pranzo per approdare nella Sala da fumo in stile moresco, costellata di colori brillanti (oro, rosso, azzurro) e preziosi mosaici.


Campo di battaglia a Custoza

Così mentre ci accingiamo a salire le scale che ci portano al primo piano, anche quelle tanto preziose da essere silenziosamente ammirate, conserviamo l’immagine di un Ottocento borghese, fatto di ostentazione e di dipinti d’accademia in cui la natura è trasposizione, allegoria, come allegoriche sono le opere realizzate da Eugenio Giuseppe Conti, allievo di Annibale Gatti, agli angoli della volta che sovrasta la Sala di rappresentanza: qui le donne stanno a rappresentare il progresso, il Commercio, la Navigazione e l’Agricoltura, quattro realtà molto importanti nelle attività di Francesco Mimbelli. Ma se nel piano appena lasciato le opere di gusto accademico riescono bene a integrarsi con l’importante edificio, nel primo piano il connubio tra ambiente e quadri esposti stride. In mostra infatti sono i quadri dei postmacchiaioli: Puccini, Ghiglia, Micheli, Liegi, Natali, Nomellini compaiono ma non risaltano all’occhio del visitatore che è distratto dalla ricchezza delle sale della Villa.
È salendo però la seconda rampa di scale, quella percorsa principalmente dalla servitù, che assistiamo alla grande svolta del Museo: negli spazi semplici e poco decorati i quadri esposti ci proiettano in una realtà completamente diversa. Ad accoglierci il busto di un anziano Fattori, immagine di umanità e malinconia; alle sue grandi tele il compito di traghettarci in un Ottocento completamente diverso, fatto di polvere e di buoi, di soldati e volontari, che ai nostri occhi appaiono intensamente attuali.
La tensione emotiva si fa palpabile nelle crude scene di battaglia in cui la fisicità dei corpi sembra trasportarci in prima persona in quella ressa, sudati e coperti di terra come coloro che combattevano a Montebello la Seconda Guerra d’Indipendenza.


Mandrie maremmane

Era passato poco più di un anno da quegli episodi quando Fattori decise di immortalarli in un’opera che sa di istantanea, imponendo così una scena di drammatica attualità a quella grande tela (204 x 290 cm) che avrebbe dovuto essere dedicata a un tema storico e di cui tuttavia il pittore non era soddisfatto. Il restauro concluso nel 1999 ha infatti riportato alla luce il quadro che si trova nel retro: una Scena medicea che gli era stata commissionata da alcuni suoi concittadini. In Un episodio della battaglia di Montebello, 1859 troviamo una nuova sensibilità dunque, sia nei temi sia nei colori, distribuiti a macchie e con accostamenti netti e singolari per la tradizione, che varrà a Fattori l’appellativo di macchiaiolo.
Altri dipinti ritraggono su grandi tele scene militari piene di partecipazione per queste guerre che andavano formando l’Italia: il già citato quadro su Montebello insieme a Hurrà ai valorosi e Un episodio della battaglia di San Martino rappresentano sicuramente uno dei nuclei di maggiore impatto sul visitatore. Tale slancio non si esaurisce nel vedere i quadri di dimensioni inferiori che conservano infatti una forza emotiva strettamente connessa alla riproduzione di una realtà che, proprio perché reale e non trasfigurata, arriva all’occhio dell’osservatore come un omaggio alla bellezza di un mondo amato dal pittore.
Inseriti in questa cornice di gusto romantico emerge con forza ancora maggiore il messaggio – che qui diventa quasi un grido – di vita reale, naturale, concreta, semplice, di vita appunto, lontana dalle allegorie lasciate al piano terra ma pregna di significati e di umanità: quella dei butteri, dei soldati, del fabbro stanco e quasi infastidito, della contadina malinconica.


Un episodio della battaglia
di Montebello

Oltre alle sale dedicate a Fattori l’esposizione continua con molti altri autori: Cabianca colpisce con l’Addio del volontario in cui la vita civile invade la sfera intima e familiare nel dramma del saluto; analogamente Cannicci risalta attraverso il tenero ritratto di una bambina che gioca con dei pulcini ne La mamma delle oche mentre Angiolo Tommasi ci porta nelle strade di una umile Toscana con Vecchi cenci. Meritevole di nota la sala dei ritratti dove spiccano i personaggi Corcos. Probabilmente ora riusciremmo a vedere con occhio diverso e più concentrato anche il primo piano dedicato ai post-macchiaioli.
La visita risulta molto piacevole nel complesso e la stessa villa, con il suo stile favorisce la comprensione della forza innovativa dei macchiaioli. La presenza di pannelli esplicativi potrebbe essere un valido supporto per guidare il visitatore così come in parte lo è il sito del museo che ha una buona struttura ma che andrebbe arricchito. Risulta infatti molto interessante leggere, laddove presente, le informazioni relative ai quadri e, contestualmente, i legami che queste hanno con i documenti presenti nella biblioteca e in altre realtà livornesi. Un museo come questo, che contiene una fetta importante dell’eredità macchiaiola, può e deve dunque puntare ad accrescere la sua fama nel territorio nazionale.