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mercoledì 24 novembre 2021

IL PARADOSSO TEDESCO
di Lisa Mazzi


Berlino. In questo periodo di interregno, in cui Angela Merkel e i suoi ministri sono solo facenti funzione e la coalizione semaforo, cioè quella nata dopo le votazioni di settembre, non è ancora ufficiale, visto che le trattative tra i gialli – partito liberale – i rossi, cioè i socialdemocratici e i Verdi, non sono, ancora concluse, così come il prossimo Cancelliere, che sicuramente sarà Olaf Scholz del partito socialdemocratico, ufficialmente non è ancora in carica. Una cosa però appare certa e cioè che il 25 novembre, nonostante le altissime cifre di ricoveri, contagi e decessi, mai raggiunte prima d’ora, si porrà ufficialmente fine alla “pandemia di carattere nazionale”, cioè allo “stato di calamità” togliendo al governo federale la possibilità di prendere decisioni valide per tutti i Länder e riportando la responsabilità dell’operato in seno ai Parlamenti federali. Nel frattempo, i tre probabili coalizionari stanno letteralmente sudando sette camicie per mettere a punto una nuova legge “per la protezione dalle infezioni”, che combatta al meglio la presenza di questa virulenta e, purtroppo assai spesso, letale malattia, ora dichiarata endemica e non più pandemica, diffusa dal SARS-CoV-2. Col passare dei giorni, infatti, i picchi in determinate regioni si susseguono con una velocità talmente allarmante da rendere necessarie nuove restrizioni e nuovi emendamenti. Anche se ancora le ultime decisioni vengono poi messe in atto dai presidenti dei Länder secondo la legge vigente, che però da domani non sarà più in vigore… Il grande problema della Germania è costituito da un lato da gruppi eterogenei  no vax , vuoi per paura e disinformazione, vuoi per credenze esoteriche di vario genere, vuoi perché di estrema destra quindi con una forte tendenza alla destabilizzazione politico-sociale, dall’altro, contrariamente alla proverbiale “efficienza tedesca”, dalla lentezza con cui l’apparato statale reagisce ai moniti dei virologi più seri e preparati come quelli della Charitè e del Robert-Koch-Institut di Berlino, tanto per citarne alcuni qui nella capitale, ma ce ne sono altri, tra cui non poche donne, sparsi per il resto della nazione e da una digitalizzazione così carente, che nella sanità non ha ancora raggiunto il livello dell’Italia.



Libertà vo cercando ch’è si cara…”
In nome della libertà individuale e nella convinzione che lo stato, non possa arrogarsi il diritto di decidere su un possibile “dovere” dei cittadini e cioè quello di  lasciarsi vaccinare per non far soccombere l’intero paese e non essendo ancora troppi in grado, o non volendo esserlo, di distinguere tra un “dovere” e una “costrizione” ecco che il numero di vaccinati in Germania ha raggiunto solo il 67% e quello dei non vaccinati per esempio nella fascia d’età compresa tra i 50 e i 60 anni è ancora troppo elevato per sperare in un arginamento veloce del virus. Il “dovere”, dunque, è una categoria dell’etica, a cui, in un paese civile, si dovrebbe rispondere per umana solidarietà, se non si vuole andare verso il disastro economico e si arrivi ad un numero catastrofico di decessi. Quelli che considerano il vaccino come una costrizione, un’imposizione che lede il principio di libertà individuale e protestano con violenza in nome di essa sono privi, a mio parere, del senso civico, che la vita in collettività impone proprio per il buon funzionamento della stessa. Questo inneggiare al proprio diritto non vede solo sprovveduti o adepti di gruppi esoterici, ma ha visto anche medici, fino a poco tempo fa illustri sconosciuti, voler emergere e proclamare sulla prima pagina dei giornali o in televisione a gran voce già per fine ottobre anche in Germania il “freedom day”, come se questo avesse un potere taumaturgico e ci liberasse delle orribili profezie, che le “Cassandre” di turno avevano realisticamente previsto per le settimane seguenti. 



Ma anche altri personaggi di spicco, quando si parla del “dovere” di vaccinarsi, osano sì annoverarlo tra le ipotetiche possibilità della nuova legge, ma tirano poi subito il freno, sempre in nome della libertà e del diritto individuali. Mi sono chiesta se esista una differenza semantica tra la parola Pflicht e la sua corrispondente italiana “dovere” che porti ad una serie di associazioni più negative da parte dei germanofoni. In effetti seguardiamo bene, sono proprio i paesi di lingua tedesca: Germania, Austria e Svizzera, nonché la regione altoatesina ad avere la maggior parte di persone renitenti al vaccino. Scetticismo innato? Archetipi collettivi? Guardando sul Duden, il vocabolario tedesco per eccellenza, troviamo che Pflicht deriva dal verbo pflegen (curare) già presente nell’antico alto tedesco e nel tedesco medioevale, ma contiene in sé anche la connotazione dell’obbligo, essenzialmente come l’italiano. Nel 1859 il romanziere tedesco Willibald Alexis (per altro uno pseudonimo, ma è conosciuto sotto questo nome) pubblicava un romanzo dal titolo “Ruhe ist die erste Bürgerpflicht” “Il silenzio (o la calma) è il primo dovere del cittadino”. 



In verità, il popolo tedesco non è ciarliero. Che il titolo di questo romanzo abbia avuto in passato un effetto deterrente perché la parola Pflicht è stata intesa come un obbligo? Certamente no, ultimamente si è pensato che l’origine del rifiuto dei vaccini sia da ricollegarsi alla diffusione delle dottrine antroposofiche che hanno trovato grande diffusione in Svizzera e nel Sud della Germania, dove oggi il virus raggiunge incidenze elevatissime. Ma anche il nazismo con le sue teorie del Blut und Boden (il sangue e la terra), della fonte dell’eterna giovinezza e della superiorità della razza ha contribuito non poco al rifiuto dei vaccini, che si pensava venissero diffusi dagli ebrei con conseguenze letali per la razza ariana. A rendere ancora più problematica la situazione ha contribuito alcuni giorni fa Jens Spahn facente ancora funzione del ministro della sanità invitando le persone a fare il terzo vaccino con la Moderna, visto che la Germania ne dispone ancora di parecchie fiale, che, se non utilizzate, a fine febbraio scadrebbero. Questa frase rivolta ai cittadini, che già faticano a comprendere il senso della terza iniezione, li ha depauperati dell’unica sicurezza che a loro restava secondo il motto non c’è il due senza il tre, se due di Biontech Pfizer sono andate bene, andrà bene anche la terza e invece no quelle della Pfizer ora vengono razionate, per finire prima quelle di Moderna in odore di scadenza. Sia medici che pazienti sono insorti di fronte a questa inattesa manovra che confonde le idee e la disponibilità ad accettare un vaccino made in Germany, piuttosto che uno made in USA. Gli anziani soprattutto, si sa, sono spesso abitudinari, senza che questo sia da considerarsi un difetto e l’idea di una nuova inaspettata esperienza può dare adito a pensieri “trasversali” del tipo “ma perché proprio io?” oppure “se stanno per scadere, forse non sono più buone”, dimenticando che tra metà novembre e fine febbraio esiste un notevole lasso di tempo e la scadenza di un medicinale non è mai fissata all’ora x del giorno x. 



Ministro, o meglio ex ministro Spahn a parte, questa decisione, pur nella sua carente modalità di comunicazione, è stata forse una delle sue migliori, se si guarda a ritroso la sua gestione della pandemia e nel frattempo i  virologi e gli studiosi dei vaccini si affrettano a placare gli animi assicurando che il vaccino di Moderna è eccellente, pur essendo un prodotto americano, e anzi la vaccinazione eterologa, cioè con vaccini diversi, dovrebbe addirittura aumentare le difese. Impazienti siamo dunque in attesa di domani per aspettare quali normative andranno in vigore e quale sarà il testo finale della legge per la prevenzione delle infezioni in vigore nei vari Länder. La lettura non sarà di facile comprensione basandosi quasi esclusivamente sul valore della lettera G. La lettera G, in forma abbreviata, perché per correttezza grammaticale si dovrebbe dire ge, è il prefisso dei participi passati in tedesco, e in questo caso si riferisce a tre parole chiave es 3G significa vaccinato (geimpft), guarito (genesen) e testato (getestet), vaccinato ovviamente doppio o triplo, guarito da non oltre sei mesi dal Covid e testato cioè sottoposto ad un test antigenico in un apposito laboratorio. In quale situazione sarà obbligatorio presentare questa certificazione lo sapremo con esattezza domani, così pure se le G saranno due o tre e avranno un + di accompagnamento. Anche il mondo pandemico, anzi scusate endemico rimane bello perché è vario.