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giovedì 25 novembre 2021

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada

 
La storia

Il calco che dette luogo a storia è greco, che i greci fecero discendere da (istor istoros) στωρ στορος. L’istoros: che sa, sapiente, esperto, testimone è a fondamento dell’στορία (istoria): indagine, ricerca, conoscenza, scienza, racconto, narrazione. Per i greci è storico ciò che attiene alla storia, che è opera di ricostruzione dell’istoros. Per ricostruire i fatti storici ci vuole il testimone, l’esperto, ma, soprattutto, colui che, dai segni, sa ricostruire quello che avviene e quello che è avvenuto. Nel processo di formazione della vita, il sapiente conosce anche quello che avverrà.
I latini resero con la muta h lo spirito aspro di στορία, che rimanda al suono χ dei greci, che si può tradurre, in modo generico, il passare. Essi si avvalsero di una perifrasi di questo tipo per definire historia: passa il tempo del mancare, durante il quale si apprende quello che avviene e quello che è avvenuto. Infatti, tradussero historia: conoscenza, notizia, ricerca storica, racconto, storia, favola, mito, frutto anche dei significati assegnati dai greci a questa stessa parola.
Il concetto di storia presso i latini attenua la scientificità dell’istorìa, perché ingloba anche il concetto di favola e mito.



Da istoros i greci coniarono anche il verbo (istoreo) στορέω: investigo, indago, faccio ricerche, interrogo, racconto, narro, dipingo, che indica, in modo abbastanza puntuale, quali sono i compiti dello storico. Inoltre, da dipingo gli italici dedussero istoriare, che è il racconto per immagini. Da questi elementi si arguisce che compito dello storico è indagare (anche interrogando), è accertare la verità dei fatti per raccontarli.
Cicerone, sulla base della conoscenza della civiltà greca, definì la storia: vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis. A me piace tradurre “La storia è la vita della memoria”: la storia è ciò di cui si sostanzia la memoria, tutto ciò che non bisogna dimenticare, che, pertanto, deve essere ricordato. Per questo motivo, alcuni storici si sono soffermati, a torto, essenzialmente sugli avvenimenti grandiosi, ritenuti veramente degni di memoria.
I fatti storici devono essere la testimonianza fedele dei tempi. I greci denominarono il tempo (chronos) χρόνος, attraverso questa perifrasi: scorre il passare, è ciò che ho dentro l’andare a mancare. Con questa frase, che va decrittata, in realtà affermarono: è ciò che ci vuole per realizzare le creature o le opere umane. I latini, pur utilizzando un simbolo diverso: tempus temporis, dissero, all’incirca, la stessa cosa: è ciò che serve per formare la creatura fino a farla nascere: ci vogliono nove mesi. Pertanto, nel tempo, si fanno le cose, ci sono gli accadimenti, si realizzano i fatti.



Gli storici latini, molto avveduti, per la ricostruzione storica, si avvalsero degli Annali, come fonte storica. I greci avevano definito gli annali: (ta chronikà biblia) τ χρονικά (βιβλία), per cui, durante il Medioevo, ci fu una modificazione fonica e si coniò cronaca. Pertanto, la cronaca, che è la materia prima della storia, come fonte essenziale, viene così definita dal vocabolario Treccani: “Narrazione di fatti esposti secondo la successione cronologica (senza alcun tentativo di interpretazione dei fatti o di critica degli avvenimenti), che costituisce la forma primitiva della narrazione storica ecc. ecc.
Pertanto, gli anacronismi sono manifestazione patente dell’inattendibilità della ricostruzione storica. Inoltre, la storia deve dare una rappresentazione sincronica (d’insieme) di tutti gli accadimenti di uno stesso periodo e diacronica, per far emergere il divenire di un popolo.  
Quindi, la storia, per Cicerone, è testimone dei tempi. È un’espressione molto essenziale e molto evocativa. Lo storico deve dare una rappresentazione completa, nel tempo e nello spazio, della vita di un popolo, degli accadimenti, delle cause dei fatti, come se fosse stato uno spettatore, un testimone. In greco (martyreo) μαρτυρέω significò: sono testimone, in quanto il pastore disse: io sono colui che, avendo seguito passo dopo passo il processo di riproduzione (di tutti gli accadimenti e dei fatti), sono il testimone di tutta la sequenza del processo di formazione. Il concetto di martirio fu dedotto, durante le persecuzioni contro i Cristiani, dalla morte cui furono sottoposti i Cristiani per aver testimoniato la fede in Cristo morto e risorto. Pertanto, (martyria) μαρτυρία significò: testimonianza, mentre per i Cristiani divenne martirio per aver testimoniato la fede in. I latini con un espediente simile coniarono testor testaris: attesto, testimonio, dimostro, da cui dedussero testis testis: il teste, ad indicare colui che attesta. Ai fini della decodifica letterale di testor testaris, indico come dovrebbe essere scritto questo verbo con grafia greca: θεδταορ -> θεστωρ, da tradurre: quando la creatura cresce, tendendo dal mancare (spingendo sempre di più, in quanto, acquisendo nuovi organi, diviene), per me pastore consegue il testimoniare.



Un altro aspetto della storia è il divenire dell’uomo e dei popoli con il passare del tempo, che, come si è detto, riguarda l’aspetto diacronico. Questo si evince nei processi storici, sulla base anche del fatto che le creature tutte sono in fieri continuo, non solo durante il processo di formazione dell’essere, ma anche dopo: concezione empedoclea, contrapposta a quella parmenidea. I latini coniarono fio: divengo (che è ciò che l’andare della creatura determina) e venio, che è il percorso della creatura nel grembo materno, da cui dedussero de-venio. Anche i greci con (ghignomai) γίγνομαι rappresentarono non solo il nascere ma anche il divenire. La creatura nasce, quando ha completato il divenire, per cui la metamorfosi appartiene a tutti i viventi.
La ricostruzione storica dovrebbe essere veritiera: lux veritatis, che è finalità molto difficile da raggiungere per tanti motivi, anche perché le ragioni dei vinti non collimano con quelle dei vincitori. Inoltre, lo storico deve essere obbiettivo, per cui deve avere la capacità critica, avvalendosi del vaglio metodologico-scientifico dei documenti.
La parola critica è parola dedotta dal verbo κρίνω: distinguo, interpreto, decido, penso, stimo, ritengo, giudico, che, nel gergo dialettale, rimanda al giudizio soggettivo, alla maldicenza nei confronti dell’assente, mentre, per i greci, indicò il massimo dell’oggettività. Infatti, da κριτός, aggettivo verbale, furono dedotti: κριτής: interprete, arbitro, giudice, κριτήριον: norma, regola per discernere il vero dal falso, e l’aggettivo κριτικός: del giudice, atto a discernere, a giudicare. Inoltre, con (kritikà tecne) κριτικά (τέχνη) indicarono l’arte del giudicare, la critica.
Giudicare è compito non facile, perché la sentenza/giudizio non è del tutto disgiunta da elementi soggettivi.



Il cristianesimo e il Manzoni introdussero nei processi storici la Provvidenza, che è Dio che interviene, come nel Vecchio Testamento, nelle vicissitudini del suo popolo. Il Manzoni, inoltre, nell’Adelchi, evoca la Nemesi storica, che è Dio che fa giustizia degli errori dei padri. Dal verbo νέμω: distribuisco, spartisco, assegno, i greci dedussero il deverbale (nemesis) νέμεσις: giustizia distributiva: dare a ciascuno il giusto dovuto. Poi, questo concetto fu mitizzato e divenne Nemesi anche come Giustizia divina e/o Vendetta: Dio vindice.
Infine, nella ricostruzione storica delle origini della civiltà greca e latina spesso i fatti s’intrecciano con il mito e l’epos. A (mythos) μθος, che fu dedotto da μυθέομαι: dico, espongo, tratto, racconto, i greci attribuirono diversi significati: parola, racconto, diceria, fama, racconto favoloso, mito (nel senso suo proprio), intreccio della tragedia. La parola mito fu il risultato della seguente perifrasi attinente al processo formativo: è ciò che nasce (manca) dai racconti grandiosi. Se la storia delle origini è il racconto della nascita degli dèi e di tante Personificazioni: Diche/Giustizia, Chrono/Tempo, Erinni/Furie, Nemesi/Vendetta, Ananke/Fato, Morfeo/Sogno ecc., con l’πος (epos): parola, oracolo, racconto epico (dedotto da επεν: dico, discorro, celebro), vengono esaltati gli eroi umani (semidei), che, con l’assistenza degli dèi, compiono imprese leggendarie e lotte titaniche, degne di essere celebrate.
Omero e Virgilio sono i modelli insuperati di un genere poetico, ma anche di una ricostruzione storica favolosa.
L’essenza della mitologia e della fabula è il germinare di eventi leggendari da inizi di poco conto, vili e quasi spregevoli. I latini, appunto, con fabula, indicarono quello che si favoleggia di vicende grandiose, di cui mancano testimonianze dirette.
La favola è anche la diceria, che, spesso, è inventata, come la favola scenica. Nella storia arcaica c’è sempre il mito, l’epos, la fabula.
Mi piace concludere con delle espressioni del linguaggio parlato: non fare storie! / quante storie! / nel senso di farla lunga, e dire storie, nel senso di accampare scuse, a cui nessuno presta fede.