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venerdì 11 febbraio 2022

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada

 
Il concetto


C’è una radice latina cap, che ha dato origine a molti significati. Questa, che, con l’alfabeto greco, si dovrebbe scrivere con la lettera χ, si può rendere così: fa dal passare, che indica: il perdurare nel grembo durante la gestazione, il passaggio come nascita, il divenire di una parola così come diviene l’essere in formazione. Il pastore latino completò la perifrasi e definì cap-ut capitis l’organo strutturato per favorire la nascita della creatura, che, essendo ormai troppo cresciuta ed essendosi incuneata in uno spazio molto stretto, necessita di azioni di sfondamento. Dalle tante funzioni della testa, infatti, concepì la catapulta. Da capo dedusse capitale, in tutte le sue accezioni, anche in quella data da C. Marx. Infatti, il pastore italico pensò all’insieme delle teste del suo gregge, che, con il suo duro lavoro, fruttifica (riproducendosi), senza, però, determinare rendite parassitarie.
Da capo si formarono: capestro, cavezza (in dialetto: capizza), cappio (in dialetto: chiacch’), quindi: acchiappare, in dialetto ancappare (afferrare per il capo), in italiano: incappare (rimanda al capo che, durante il travaglio, si trova in situazioni difficili), quindi: scappo. Quando i latini aggiunsero la desinenza/ suffisso: ax acis e formarono capace, nel senso di: contiene molto, pensarono sicuramente al grembo che, per la sua elasticità, può contenere molto. Gli italici aggiunsero un altro significato: ciò che si forma nel grembo è frutto di grandi qualità ideative e creative, per cui a capace assegnarono il seguente significato: ha potenzialità e attitudini per, da cui si generarono: in-capace, a rappresentare non solo l’inetto, ma anche il minus habens, e l’astratto: incapacità. Gli italici dedussero anche capiente, nel senso di: può contenere, quindi: capienza e incapienza. In italiano c’è, inoltre, il verbo cap-ire sia nel senso di spazio che può contenere, sia nel senso di comprendere, che si può collegare a capio di afferrare, ma anche che dal grembo ho cognizioni illuminanti sullo stato dell’essere.



I greci codificarono λαμβάνω: prendo, afferro, abbraccio, m’impadronisco di, catturo, che legge questo contesto: quando la creatura è nel grembo, per cui il pastore greco dedusse quanto appena detto, in quanto la creatura in formazione è imprigionata. Poi, coniarono (syllambano) συλλαμβάνω: prendo insieme, chiudo, serro, arresto, da cui il deverbale: (syllepsis) σύλληψις: il prendere insieme, l’arresto, l’afferrare, ma anche sillessi, che indica il prendere insieme della concordanza a senso della figura retorica.
I latini, aggiungendo a cap la desinenza io (ad indicare ciò che si genera dalla radice), tradussero il verbo cap-io: prendo, afferro, m’impadronisco, m’impossesso, ma anche intraprendo, che è ciò che si deduce, che si genera da dentro il passare, in quanto pensarono a due momenti del processo di formazione dell’essere: quando la creatura è nel grembo reclusa e legata alla madre e nel momento della nascita quando viene presa dall’ostetrica/ mammana, prima da uno dei capi (la testa), poi, dai piedi, quindi dalle estremità.  
Da ricordare che prehendo: prendo rimanda allo stesso contesto: il periodo della gestazione e quello della nascita, in quanto la perifrasi, alquanto vaga, è la seguente: è ciò che consegue da dentro il passare il mancare, che è anche il periodo d’incubazione (se altri ricavarono: apprendo e comprendo). A proposito di prehendo, bisogna ricordare che la lettera h corrisponde al simbolo χ dei greci.
Dal participio passato capt-us: preso, furono dedotti: capt-ivus: prigioniero, cattiv-ità, in-cattiv-ire, che indica la ferocia della belva intrappolata, cattivare e ac-cattivare per indicare l’esca che si usa per intrappolare, catturare. Inoltre, da captus, fu dedotto capt-ura/catt-ura e catturare; anche nel mio dialetto si hanno: incatturare (legare il preso) e incatturato. Da ricordare che cattivo della lingua italiana rimanda a (kakotes) κακ(ό)της: cattiveria (se c’è la cattiveria, c’è un cattivo). Le parole della lingua italiana: riscattare e riscatto, che è il prezzo da pagare per riavere una persona cara caduta nelle mani dei nemici o dei briganti estortori, furono dedotte da captus (da: colui che è stato preso).
I latini da emo/emptum: compero, libero a prezzo dedussero red-imo/ redemptum e, quindi, redentore e redenzione, che rimandano allo stesso contesto logico di riscatto. Bisogna ricordare che i prefissi ris e rid significano entrambi: va a scorrere il legare, per cui con riscatto la perifrasi fu: è ciò che avviene quando il catturato è nelle mani dei nemici, mentre con redemptus si indicò: è il prezzo pagato per colui che era legato (nelle mani dei nemici).
I greci da λύω: sciolgo, libero avevano dedotto (to lytron) τ λύτρον, che è un neutro e che, in casi come questi, indica cosa si può evincere da una parola, per cui dal concetto di liberazione si passa alla liberazione per riscatto dei tanti caduti nelle mani dei nemici.



Si sottolinea ancora una volta che: d’accatto, accattone, accattonaggio, il dialettale accattare prendono origine da: (ktaomai) κτάομαι: acquisto, guadagno, mi procuro, possiedo (in quanto chi acquista qualcosa, possiede la cosa). Ricordo che, in dialetto, il bimbo che nasce s’accatt’d’ (si acquista). In greco c’è un altro verbo, anche questo medio-passivo, che significa: compero e fu reso con il simbolo: (priamai) πρίαμαι. Anche questo verbo indica ciò che fa il pastore quando nasce la creatura. I latini si servirono di questa radice per formare l’aggettivo: proprius, nel senso di: appartenente solo a (me, a te ecc.), esclusivo, personale. Quindi da proprio furono dedotti: proprietà, proprietario, propriamente, appropriarsi, appropriato ecc. A dimostrazione che questo verbo greco contestualizza la nascita e che la radice è dinamica, ricordo che, nel mio dialetto, ci sono le seguenti espressioni: m’ nn’ prei’ (me ne preio): me ne rallegro (dell’evento nascita) ed è spreiut(a), ad indicare colei che, a causa del parto, ha perso la naturale floridezza.
Il verbo capio, con i prefissi, probabilmente per apofonia, diventa: cipio. Logicamente questa trasformazione implica anche delle modifiche di significato. Quindi, dedussero: in-cipio: do inizio, incomincio, in quanto, durante i nove mesi (lasso di tempo del passare), si intraprende un’opera, una creazione; per cui si ebbero incipiente e incipienza.



Molti filologi fanno discendere incetta da inceptus; in realtà, incetta è parola dedotta da un altro etimo latino. I latini, per indicare l’azione del comperare insieme, del comperare in blocco, si avvalsero di co-emo/co-emptum, da cui dedussero uno dei significati di co-emptio: acquisto in grande quantità, acquisto in blocco. Gli italici trasformarono o-e (co-emptus), che forma iato, nel dittongo oe, per cui pronunciarono inco-emptus incemptus, da cui il significato dedotto di incetta. Ricordo che lo stesso processo, per indicare incetta, c’era stato in greco, in quanto συν-ωνέομαι significò: compro in massa, accaparro e συν-ωνή rimandò a: incetta, accaparramento.
Quindi, fu coniato: adcipio/accipio: accolgo, ricevo e da acceptus (in chi è stato accolto, in chi ha accolto) si evincono colui che ha accettato e, quindi, l’accettazione della creatura. Dall’acceptus si deduce un altro significato: acceptio: l’ammettere, nel senso di: entrare a far parte, per cui, con l’espressione: accezione della parola, si indica il significato ormai accettato di una data parola.
I latini, inoltre, coniarono accipiter, accipitris: sparviero, il rapace, che, passando, invola agnelli e capretti.
Poi, ci fu re-cipio/receptum: torno indietro, mi rifugio, ricevo di nuovo, recupero, accolgo, che dette luogo a recipiente, al sostantivo receptus: rifugio, ricovero, ricetto, che ha dato luogo nel mio dialetto a: u ricitt’, che indica giaciglio/letto, ma anche ristoro, a ricettarsi, nel senso di trovare riposo dopo le traversie di una giornata faticosa, da cui ricettivo (che accoglie), ricettività, receptor: accoglitore, poi ricettatore, quindi: recezione (reception degli inglesi) e ricezione (di onde sonore).
Poi fu coniato ex-cipio/exceptum, che contestualizza la nascita di chi ha trascorso i nove mesi: tiro fuori, estraggo. Quindi, attribuendo a ex il significato di: dal mancare (perché morto?) il prendere/il preso, dedussero quanto si esclude, quindi: eccetto, eccezione, eccezionale. Da ciò che è stato escluso si passò al concetto di fare una riserva, una limitazione/clausola, da cui il significato di: eccepire.



Mediante il prefisso con (coan: dall’ho da dentro cipio) idearono con-cipio/ conceptum: prendo insieme, accolgo dentro di me, ho origine, scaturisco, concepisco, nel senso anche di rimanere gravida. Da chi concepisce si genera il deverbale: concepimento e da chi ha concepito si deduce il deverbale conceptus conceptus (quindi per trasformazione fonica: concetto), che, divenendo, acquisì una pluralità di significati: il trattenuto, il concepito (la creatura in formazione), animi conceptus (disegno, pensiero). Nel grembo si realizza un’insuperabile creazione, che, prima dell’attuazione, viene ideata e tradotta in un disegno, ma, in chi osserva quel grembo, si forma un concetto di quel che sta avvenendo, per cui il vocabolario Treccani definisce concetto: “la nozione che la mente si è formata dell’intima essenza di una data realtà (materiale o astratta), afferrando insieme i vari aspetti e i caratteri essenziali e costanti di questa realtà ecc.”.
Quindi, fu strutturato suscipio/susceptum: prendo su di me, sostengo, sorreggo, accolgo, prendo, ricevo, che legge quanto avviene alla creatura, quando inizia il legame con la madre e, quindi, il divenire della sua formazione. Pertanto, il concetto dell’aggettivo suscettibile di si può capire, in quanto si tratta di una creatura in fieri, pronta ad acquisire un nuovo aspetto, che, in alcuni casi, rasenta la permalosità: “Quanto sei suscettibile!”.
Fu strutturato il verbo per-cipio/perceptum: m’impossesso, m’impadronisco, invado, ricevo, percepisco un salario, una ricompensa, noto, sento, comprendo, intendo, i cui significati furono dedotti, in quanto i latini tennero presente cosa avviene al momento della nascita (per significa alla lettera: fa dallo scorrere: dopo il passare nel grembo): l’acquisizione/possesso da parte del pastore del nato e cosa percepisce (la realtà fenomenica) il pastore durante il passare della gravidanza.
Fu elaborato: inter-cipio/interceptum, che indica cosa può accadere durante (inter alla lettera: è ciò che avviene mentre la creatura tende durante lo scorrere del tempo) la gestazione: prendo frammezzo, porto via, intercettare, sorprendo, interrompo. Pertanto, da chi ha intercettato si evince l’intercettazione.
Fu ideato prae-cipio/praeceptum: ricevo prima, prescrivo, ad indicare che alla creatura che sta in grembo è prescritto il tempo di permanenza e a chi realizza quella creatura vengono date indicazioni tassative. I latini elaborarono precetto, precettore, precettivo, mentre in italiano si ebbe precettare e precettazione.
C’è, inoltre, una radice ceps, genitiv0: cipis che è, sicuramente, da collegare a cap, che si può rendere così: fa dal generare il passare l’andare a legare ciò che nasce (il mancare). Infatti, con l’andare a mancare si indicò: ciò che nasce. Inoltre, i latini conobbero l’avverbio greco πρί(ν): prima, da cui dedussero prior (il primo fra due) e primus: il primo fra tanti, mentre gli italici derivarono l’avverbio prima. Unendo prin a ceps formarono princeps principis: il primo della serie o nel tempo, il più ragguardevole, sommo. Dall’aggettivo furono dedotti principium, anche nel senso di arché, principalis, pricipatus, in italiano principiare, principiante. Con altri avverbi latini, gli italici formarono i verbi: anticipare, posticipare.
Nell’ambito della difesa della repubblica e della sua espansione, Roma adottò un sistema di alleanze (foederatio) con i (municeps municipis) municipes (concittadini) dei municipia, che erano città federate, che, in cambio di vantaggi all’Urbe, mantenevano alcune autonomie ed alcuni diritti.  
Sempre con ceps i latini coniarono particeps participis: partecipe, che prende parte, che indica colui che nel grembo contribuisce a realizzare la parte/le parti. Pertanto, furono formati: participio, partecipare, partecipante, compartecipe, compartecipazione ecc.
I latini, inoltre, coniarono ceps cipitis, formando anceps ancipitis (significando an: da dentro): bifronte, a doppio taglio, ambiguo e praeceps praecipitis: con il capo all’ingiù, a capofitto, precipitoso, che danno la lettura del bimbo nel grembo, quando è con la testa in giù. Coniarono anche biceps bicipitis, ma con il significato: di due teste, diviso in due, a doppio taglio, persino: dilemmatico. Tanto anche per ribadire che, attraverso calchi rigidi, usati come degli stereotipi, il pastore che conia le parole ottiene un simbolo che è sempre, in modo sorprendente, un unicum.