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venerdì 10 giugno 2022

GLI AUTORI E I LORO LIBRI
di Gabrio Vitali

Gabrio Vitali

Odissei senza nostos, Gabrio Vitali parla del suo nuovo libro.
 
La composizione del libro Odissei senza nostos, che si presenta come una sorta di mia autobiografia culturale, nasce dall’essermi accorto che alcune riflessioni sull’opera letteraria e il suo rapporto con l’evolversi della civiltà umana, presentate pubblicamente in diverse occasioni e in tempi e luoghi non necessariamente fra loro contigui, rivelavano un filo conduttore comune, una griglia di lettura sostanzialmente univoca, una mappatura articolata, ma coerente, mi pare, di un modo di vedere – e di vivere – la scrittura poetica e letteraria. E in fondo, è bastato trovare un ordine di senso a una cronologia - invero un po’ a macchia di leopardo - di occasioni e di sollecitazioni, perché gli argomenti di varie conferenze e interventi sparsi venissero a costituire come il tema di un unico ciclo di lezioni, che si presentano nel volume come tappe, più o meno lunghe, di un percorso di riflessione unitario, cioè con un inizio e con una conclusione, per quanto provvisoria ed emendabile come tutte le conclusioni.


 

L’assunto che pervade le pagine del libro è che l’opera di scrittura letteraria - in particolare l’epica, ma non solo - fondi la sua più originaria struttura e la sua motivazione più profonda nel rapporto che intercorre fra l’esperienza antropologica del nostos, il viaggio che cerca il ritorno, e quella dell’eksodos, il viaggio che cerca un altrove. Di tale rapporto si alimentano, a mio modo di vedere, sia il racconto, sia la scrittura che lo narra. Se è del tutto evidente, infatti, che solo chi ritorna può raccontare e dar senso e conto dell’avventura del proprio viaggio, è vero altresì che ogni scrittura poetica rappresenta un viaggio verso qualcosa cui si desidera dar forma per poterlo possedere e comunicare.
Fin dagli studi di Vladimir Jakovlevič Propp sulle origini dei racconti di magia e sulla morfologia della fiaba, sappiamo che la struttura del viaggio iniziatico sta all’origine delle antiche narrazioni mitiche dedicate al percorso dell’eroe, che parte alla ricerca di qualcosa, viene assistito da un aiutante magico, si cimenta con l’esperienza di un altrove, in cui lo attende il superamento di prove e lo scontro con l’antagonista, e ritorna poi al luogo di partenza trasformato e in grado di trasformare. Sappiamo poi che, nelle successive grandi narrazioni letterarie, la struttura del viaggio del protagonista (sia esso Odisseo o Enea o Dante o... Renzo Tramaglino) fonde anch’essa la linearità del movimento di andata alla circolarità di quello del ritorno. Ma, in queste come in quelle, non senza che rimanga una tensione fra i due movimenti, non senza che sia necessaria una soluzione di continuità che comportino la trasformazione dell’eroe e l’acquisizione da parte sua di una capacità di trasformazione: ogni viaggio raccontato è dunque un viaggio iniziatico o, in altri termini, un viaggio di formazione.
Partire, insomma, trasforma. E tornare produce trasformazione. Sia che il percorso del viaggiatore avvenga in senso verticale, come quello di Dante, sia che avvenga in senso orizzontale, come quello di quasi tutti gli altri. E in tutti questi viaggi della grande opera letteraria c’è quasi sempre, a sostenere l’eroe, implicita o esplicita, magari multipla, la figura di un aiutante, di un consigliere, spesso di un maestro (... o di una maestra) che si fa condizione e garanzia della possibilità di trasformazione dell’eroe e del suo successo. È, questa del maestro, quasi una metafora della scrittura letteraria che guida ed educa l’autore - e poi soprattutto il lettore – alla chiara e progressiva linearità del procedere dei suoi significanti e, insieme, alla molteplice e circolare radialità dello svilupparsi dei suoi significati.


 
Vitali in cucina
mentre prepara il couscous

Sembra, quindi, che nella struttura originaria della scrittura letteraria e delle sue narrazioni si sia riflessa e innestata l’esperienza antropologica del viaggio che è stata imprescindibile, sia nella forma del nòstos che in quella dell’esodo, nell’evolversi della civilizzazione umana del pianeta. Sappiamo tutti, infatti, che nomadismo e stanzialità, fin dagli inizi paleolitici dell’avventura dell’homo sapiens, stanno alla base delle categorie fondamentali di spazio e di tempo, all’interno delle quali soltanto si può originare il pensiero umano che conosce e organizza il mondo.
Il nomadismo concepisce il tempo come linearità e successione. Come sarà poi per il mercante, il cacciatore o il pastore nomade deve raggiungere una meta nuova, più lontana, che viene dopo di quella in cui si trova, che sta in una successiva fase del tempo, diversa dall’attuale. E lo spazio è luogo del percorso ininterrotto all’inseguimento di selvaggina, alla ricerca di nuovi pascoli, di altre sorgenti d’acqua. Lo spazio e il tempo si sviluppano in linea retta ed è fondamentale che il domani sia diverso dall’oggi. Il cambiamento portato dal domani è condizione di vita, di sopravvivenza. Il passato è la lontananza dall’oggi, il futuro è la sua trasformazione. Il tempo del viaggiatore, del nomade, del mercante, come ha mostrato Jacques Le Goff, sarà il tempo dell’orologio, le cui lancette non si devono mai fermare. Il loro spazio è quello dell’esodo, quello dell’andare oltre, dell’andare altrove.



La stanzialità, invece, concepisce il tempo come circolarità e ripetizione. Il contadino deve arare, seminare, irrigare, mietere e raccogliere secondo la stessa scansione di tempo. Deve sperare che il ciclo del tempo si ripeta nel ritorno regolare delle stagioni e delle costellazioni, del freddo e del caldo, della pioggia e del sole; tutto secondo un cerchio e una misura. Se nel domani non si ripete l’oggi, ci sarà preoccupazione, disperazione, tragedia. E lo spazio è il luogo in cui l’orizzonte circonda come un cerchio il campo seminato, il silos dove è raccolto il grano, il villaggio e poi la città, dove il grano viene distribuito o venduto e il pane cotto nel forno. Il tempo e lo spazio si presentano come circolari ed è fondamentale che nel domani, l’oggi possa tornare: il rinnovarsi continuo dell’oggi nel domani è condizione di vita, di sopravvivenza. Il passato è l’oggi che c’è già stato e che garantisce che il domani sarà l’oggi che ritornerà. Il tempo del contadino sarà così il tempo scandito dalla campana del tempio o della chiesa che, ogni giorno, ripete con regolarità i suoi richiami. Il suo spazio sarà quello del nostos, del ritornare a casa dopo il viaggio o il lavoro, del ritornare al silos del grano e al villaggio della propria gente.
Ma Predrag Matvejević, in un suo bellissimo libro sull’argomento, sostiene che proprio la nascita del pane unisce linearità e circolarità del tempo e dello spazio: il viaggio alla ricerca del pane si unisce alla sedentarietà della sua produzione. Nella figura a spirale che unisce la linea e il cerchio, dunque, si amalgamano cicolarità e linearità, ripetizione e cambiamento, tradizione e rivoluzione, memoria del passato e speranza del futuro. La spirale diventa allora la forma-matrice del movimento della storia umana, così come, nella struttura del DNA, essa è la forma-matrice dell’evoluzione della vita umana.
Tutto questo fa parte anche dell’antropologia dell’opera letteraria. Come restituzione e conservazione della memoria e del valore dell’esperienza e, insieme, come rivelazione di nuove possibilità di senso dell’esistenza e di conoscenza di noi stessi. La spirale, dunque, fra esodo e nostos.


 
Odisseo

Nel nostos c’è, quindi, la continua tensione di un esodo che, in fondo, rimane irrisolto. Il viaggio di ritorno, infatti, soggiace, come struttura portante e natura stessa, alle grandi narrazioni, dall’Odissea all’Eneide, dai romanzi cavallereschi alla Commedia, dal Furioso ai Promessi sposi, che tutte raccontano la ricostruzione e il rinnovamento di un’appartenenza a se stessi, al mondo, alla storia. Ma, in esse, il viaggio all’altrove s’intreccia a quel percorso e rende incerto e non del tutto conchiuso il suo compimento e, con esso, lascia inevaso il senso ultimo dell’esperienza e delle cose che non tanto la narrazione in sé, ma certo la scrittura, che le racconta e le trattiene nel testo, non riesce ad afferrare. Del resto, dai nostri grandi poeti come Dante e Leopardi, abbiamo appreso il valore e la fatica di quella che Italo Calvino descrive come la tensione della parola verso l’indicibile, verso l’ineffabile, verso ciò che non può essere detto. Anche qui una tensione quindi. Alla quale, tuttavia, la poesia non può rinunciare.
Cosa cantano, quindi, di così attraente e annichilente insieme, le Sirene dell’Odissea? Chi è davvero la Matelda di cui la poesia di Dante s’innamora nel Paradiso terrestre del Pugatorio? Come può la scrittura catturare la luce che dia senso, armonia e pace alla prova che facciamo del mondo, affinché il finire e la morte delle cose non abbiano, sulla vita e sulla storia, l’ultima parola? Qual è il rapporto fra esperienza ed espressione in narrazioni che indagano gli snodi importanti della nostra epoca, quali i romanzi di Luigi Meneghello sulla Resistenza e sul Dopoguerra italiani? E infine: che relazione c’è fra domande come queste e i nostoi e gli esodi della nostra esistenza, con gli spazi e i tempi della storia, con i movimenti materiali e valoriali della civiltà? Insomma, a cosa ci serve la letteratura? La poesia?


 

Ho sempre detto ai miei allievi, fino all’estenuazione, che la poesia, di qualsivoglia cosa parli e in qualsiasi tempo sia stata scritta, è sempre contemporanea. Perché parla sempre di te, di te adesso e del tuo mondo. Il punto è saperla leggere e ascoltare. Questa è quasi una banalità, lo ammetto, ma l’affermarla mi ha sempre permesso di sottolineare un aspetto importante per far capire la funzione civile dell’opera letteraria: la risposta del lettore, la sua assunzione di responsabilità, la sua presa di posizione. La poesia, quella vera, in versi o in prosa che sia, costringe sempre a un’interrogazione sul senso e sul valore della tua vita, della condizione umana che sperimenti, della storia che ti tocca in sorte di attraversare, dello stadio di evoluzione della civiltà sul pianeta in cui il tuo tempo si colloca. E la domanda fondamentale che sempre ti fa è: che responsabilità ti assumi tu, lettore, a riguardo dell’umanità, della vita e della bellezza, oggi?
La poesia è esigente: bisogna accettarne la sfida e l’interrogazione, bisogna provare a rispondere. Pena il restare Odissei senza nostos.