Pagine

sabato 24 settembre 2022

PACE
di Pierpaolo Calonaci
 


Le formule sono inessenziali al problema della pace.  
 
Leggo con attenzione l’intervista ad Agnoletto su “Odissea” di lunedì 12 settembre 2022 [https://libertariam.blogspot.com/2022/09/le-voci-della-ragione-vittorio.html] durante questo ennesimo periodo di guerra che rievoca in me l’immagine di quando nei paesi, allo scoppio della Prima guerra mondiale, la gente piangeva perché sentiva la catastrofe; il pianto rimandava al senso della fragilità umana che la guerra minava. Oramai da lustri nei paesi la vita sociale è uniforme al liberismo produttivo della città che distoglie, edulcora oppure cancella il senso della tragedia che ogni guerra, anche in chiave economica, comporta. Vivendo in una piccola frazione collinare di un paese del fiorentino sento molto questa uniforme normalizzazione. Se l’arte della dialettica politica esiste ancora, questa è contraddistinta dal movimento con cui posizioni antitetiche non     siano gelosamente difese ma esercizio di messa in discussione delle loro proposizioni in vista di un’utilità per la formazione del pensiero. Da questo presupposto vorrei cominciare col dire che la personale condivisione dei contenuti espressi nell’intervento di Agnoletto è piena, lo è meno riguardo all’articolazione di alcuni tra questi concetti: articolare, nella prospettiva che intendo qui offrire, riguarda il modo di rendere il discorso meno divulgativo, meno occluso. 



Mi riferisco in particolare all’assoluta importanza (sulla quale questo contributo vuol soffermarsi) di uscire da ogni trattato e ogni organizzazione internazionale che abbiano (ancora!) la guerra come mezzo e la pace come fine. Invero questa correlazione, determinata storicamente, ha dalla sua la forza legittimante di tutto l’ordine sociale per renderla “normale”, conducendoci - questo è l’unico dato empirico - a vivere appesi ad un baratro dal quale pare non vi sia uscita. Che la pace sia un problema, difficile, composito, conflittuale, dialettico, contraddittorio financo ambiguo e spesso retorico è questione che talvolta si dimentica: scivolando su quella buccia di banana che indica la prassi gandhiana come bacchetta magica. Gandhi, la sua lotta etico-politica diventano precetti e formule buone da esportare ovunque, frutto solo di de-storicizzazione. Troppo spesso il pacifismo si apparenta al proselitismo del più bieco opportunismo, un sociologismo fine a sé stesso, in quanto la questione, in medias res - che la pace sia il problema per eccellenza - questo tipo di atteggiamento non lo pone affatto. Se allora la pace è il problema occorre rigorosamente porlo innanzitutto, non risolverlo. È perciò una questione di metodo correlato al modo di articolarlo col fine di acquisire un abito mentale capace di pensare le condizioni, le caratteristiche e le determinazioni con le quali il problema della pace si ponga scientificamente alla stregua di altri problemi teoretici e pratici. Poiché il rischio, almeno secondo la mia sensibilità, è che l’analisi di Agnoletto, e la sua conseguente pratica politica, si chiudano in una sorta di lista delle ricette: “per costruire la pace è necessario uscire dai trattati di proliferazione di qualsiasi arma si tratti”. È apodittico. Ma non pone il problema della pace come teoria e prassi quotidiane che si possano rivolgere all’uomo in modo da indurlo a ripensare  la coscienza (di classe) come atto critico, autoriflessivo, emancipante che abbisogna di formazione, di pazienza, di sobrietà. Come non viene posto adeguatamente il problema dell’organizzazione storica e politica dello stato nel quale ogni governo opera in un certo modo, entro determinati rapporti di forza. Denunciare l’endemica sudditanza dei vari governi nazionali è importante ma rischia di occultare l’elemento cardine che non è del governo ma dello stato: la sicurezza. 



Il concetto di sicurezza appartiene ad una data organizzazione culturale ed etica dello stato, rappresenta appieno la logica del  suo essere nazione. Se una nazione, infatti, pone la propria esistenza come obiettivo della vittoria, può voler ottenere come frutto della vittoria solo la garanzia della propria sicurezza; cosa che sembra innocente, ma che significa in realtà l’eliminazione del pericolo che l’ha condotta alla guerra; ora, questo pericolo è un’altra nazione, o diverse altre nazioni (S. Weil, Sulla guerra, p. 98). Se non tocchiamo questi tasti rimaniamo ingabbiati nella  retorica della domanda per cui se non ci saranno più armi in giro automaticamente accadrà la pace? Se si lascia ancora taciuto il problema di porre la pace - rinunziando inoltre a demistificare l’apparato simbolico e linguistico con cui la sicurezza è sinonimo di vita “pacifica e normale” - essa diventa puro tecnicismo, avulsa dalla realtà; roba che si rimbalzano gli intellettuali, i tecnici, i politici di carriera e i loro governi e che ancora una volta viene sottratto dalle mani della collettività e degli individui che la compongono. Che dovrebbero essere i protagonisti storici di nuovi e coraggiosi modi di pensare le relazioni sociali, quindi lo stato. È questo che vorrei indicare attraverso il senso di queste righe. Riportare la pace in quanto problema significa restituirlo all’ambiente storico-sociale da cui esso è stato cancellato affinché qualcuno ce lo risolva o ci fornisca quei metodi o quei mezzi ai quali solo in misura ridotta (o mancante) una collettività vi si è davvero impegnata. La lotta di classe, pur nelle sue necessarie differenziazioni  attuali rispetto al passato e nella sua sempiterna lotta per non diventare dogma, non può rinascere sotto queste condizioni. Operare invece in questo modo ripropone il problema della pace come capacità e volontà quotidiane in cui ognuno è coinvolto in prima persona; coinvolgimento che dovrebbe giungere a esprimersi, come atto politico, in forme di organizzazione in cui il dissenso e il consenso siano organizzati (cfr. Gramsci) o non siano; non  siano, ad esempio, esperiti con un voto già morto dato per un “dovere” civico ma rappresentino invece il nerbo stesso della ricerca sistemica per una unità di intenti e di intelligenze. 



E dell’innegabile e ineliminabile fatica di lunga lena di cui questa ricerca è intrisa; un consenso così conquistato e maturato, dove la pace sia oggetto di riflessione pratica quotidiana, rivela inoltre che le qualità civiche e morali - che oggi vengono solo imposte tramite un’educazione repressiva e normalizzatrice - nella loro essenza devono essere partorite solo nella libertà che è autodisciplina. Se la pace continua a non essere posta come il problema, offrire soluzioni (mi verrebbe da dire verticistici sia detto con rispetto senza eccessiva polemica…) diventa esso stesso parte  del problema, elemento di confusione che non fa altro che fare lievitare la matassa inestricabile di cui il collasso attuale si nutre per proliferare e generare angoscia, paura, rabbia, morte. Certo è che la pace non è un blando medicamento, un placebo. Allora occorre neutralizzare quell’ilotismo intellettuale (cfr. Gramsci) che tanto caratterizza i rapporti sociali di classe che governano la vita culturale. Se davvero il problema della pace lo si vuol porre, ciò deve avvenire a fianco di quello della formazione critica e intellettuale (noetica in senso aristotelico) dell’individuo (a cui nessuno guarda più, tanto meno la scuola che è luogo storico della riproduzione sociale del dominio, cfr. Bourdieu). Individuo che non viene più visto come oggetto-pedina di consenso (Il soggetto delle norme, cfr. P. Macheray) di interessi eterogenei ma si forma e viene aiutato in questo, secondo tutti quei modi che ne rispettino l’individualità, le propensioni naturali, gli istinti tanto quanto le forme educative con cui raffrenarli, correggerli e superarli. Se non è eccessivamente pleonastico, asseverare che la pace non è assurta a problema è perché l’uomo non è giunto ad essere  problema a stesso. La pace come ricettacolo è spurio viatico che serve a mantenere inalterati gli equilibri di un sistema di terrore tramite linguaggi  che ne dissimulano le verità nocive.