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domenica 11 settembre 2022

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada

 
Inibizione.

Non solo tutto ciò che è reale, ma anche ciò che è umano e quanto attiene ai fatti culturali, come i culti misterici, prende le mosse dal grembo materno. I greci, dalla radice (my) μυ: rimane la creatura (in grembo), dedussero, dapprima, (myo) μύω: mi chiudo, sto chiuso, sto silenzioso (da cui: muto), ma, da μύω ricavarono μυέω: inizio ai misteri, che rimanda a tener chiusa la bocca (in dialetto: mi tiene il muso) al: (mustes) μύστης: iniziato (ai misteri), che, pertanto, viene a conoscenza di ciò che attiene al mistero (μυστήριον), che è non solo l’insondabile, ma anche ciò che è segreto.
Il pastore greco si avvale del suo codice linguistico per rappresentare tutto il reale, ma anche l’ignoto (il non noto, ciò che è sconosciuto e che deve restare precluso ai non iniziati). Le parole non solo leggono, attraverso il mondo intrauterino, realtà virtuali, metaforiche, ma anche i processi della formazione dell’essere e quanto se ne deduce. Come in altra occasione, il pastore greco aveva definito enigma, problema insolubile, il processo di creazione, con la parola mistero indicò l’impenetrabilità dei processi di formazione della vita, non visibili e, quindi, sconosciuti ai più, rivelati all’iniziato (μύστης), che è colui cui la divinità: Demetra e Persefone, Dioniso, Orfeo, si rivela, da cui mistico, in quanto si relaziona con la divinità stessa. Da ricordare che il concetto di ars dei latini ha origine nella capacità di creare l’essere vivente. I greci, inoltre, quando elaborarono (tecne) τέχνη: arte, abilità manuale, ragionarono così: è ciò che si riscontra durante i nove mesi, mentre viene realizzata la creatura. Poi, da τέχνη fu ricavata tecnico e la tecnica. La natura aveva, però, tenuto nascosto tali arti, che, pertanto, non dovevano essere esplicitate al fine anche di non far perdere prestigio sociale all’artigiano, che, in greco fu definito: τέκτων: colui che possiede le τέχναι. Da τέκτων fu congegnato: architetto.



I latini, che usarono, all’incirca, lo stesso codice dei greci, per leggere il reale, per esempio, dalla radice (arch) αρχ (dallo scorrere il passare e/o genera lo scorrere il passare), che tra le tante deduzioni, nella cultura greca, ci fu archè, anche nel senso di principio/origine della creazione, dedussero arca, il grembo come scrigno, e, poi, arcano. Quando definirono secretum: recesso, solitudine, luogo appartato/nascosto indicarono il grembo, dove c’è il frutto secretato della coppia, perché non ancora disvelato dall’ingravidamento, se c’è un detto popolare che ammonisce: se lo sanno in tre, lo sa pure la figlia del re. Pertanto, secretum è sicuramente il luogo dove è allocata la creatura. I latini, inoltre, per indicare segreto, come aggettivo, si avvalsero di tectus: coperto, così come è coperta la creatura in grembo; lo stesso processo avevano usato i greci coniando (delos) δλος, a proposito del grembo, deducendone: visibile, chiaro, manifesto, certo, e, poi, mediante l’alfa privativa (a-delos) -δηλος: invisibile, occulto, oscuro.
I greci, da una radice βλη, presente in alcuni tempi di βάλλω, coniarono (blema blematos) βλμα βλματος, per cui, avvalendosi di una perifrasi di questo tipo: va, dallo sciogliere il generare il rimanere, ciò che lega il tendere, e interpretando e contestualizzando tutti i simboli, dedussero: getto, ferita, coperta, poi, però, ricavarono (emblema) μβλημα: inserto, ornamento in rilievo, mosaico, emblema e ancora: (pro-blema) πρό-βλημα, attribuendo più significati: sporgenza, schermo, riparo, questione,  impedimento, ostacolo, difficoltà, da cui problema, nel senso di ciò che arreca il travaglio alla creatura che deve nascere, e, quindi, problematico.
Dalla parola (thema thematos) θέμα θέματος, da rendere: dal crescere genera il rimanere il tendere, finché si mantiene il legame (che consente la formazione) tra madre e figlio, i greci dedussero: deposito, tesoro, tema, come soggetto di una discussione, come argomento proposto, ma anche come radice di una parola, oroscopo, divisione militare. Da ricordare che da tema fu dedotto anatema, in quanto quel crescere dal legare da dentro il mancare, prefigurava la morte da parto. Ricordo che νά-θεμα significò anche offerta votiva, proprio perché gli dèi scongiurassero quel tipo di evento, che, nel processo di formazione, diventava una maledizione.
Quando i greci pensarono a quanto di celestiale (l’Olimpo) c’è nell’uomo, escogitarono, attraverso il linguaggio del grembo, il mito delle Muse, ispiratrici di tutto il bello della letteratura e della musica.



La parola ha una storia e, talvolta, questa storia influisce sul significato che la parola stessa acquisisce. In greco ci fu una radice, che ebbe molto uso nella civiltà latina ed italica, si tratta di λαθ/ληθ (genera lo sciogliere il crescere/dallo sciogliere genera il crescere, che indica l’abbozzo del grembo materno, che, sicuramente viene portato dalla gestante), che dette luogo a λανθάνω: nascondo e a lete/Lete. I latini la utilizzarono nel senso originario: lateo, da cui latente, ma anche per formare il supino latum di fero, che dette luogo al participio passato latus, con il significato di: portato, da cui, fra l’altro, latore. Con il prefisso re da fero/latum, i latini dedussero refero/relatum: porto indietro (da cui: pronome relativo), riconsegno, riporto, riferisco, da cui, per citare solo qualche parola, il sostantivo: relatus: il riferito/il riferire, come esposizione/racconto, da cui relatore e relatio relationis: narrazione, racconto, ma anche come collegamento: relatio causarum. Da relatum fu dedotto nella lingua italiana relativo, che ha dato luogo a relatività e a relativismo, come contrario di assoluto. Molto probabilmente questo significato di relativo rimanda alla perifrasi di λαθ: genera lo sciogliere il crescere, a voler significare che dalla crescita del grembo c’è una crescita in sé (assoluta), quella immediatamente prima della nascita, che viene valutata senza confronti con altre grandezze, e c’è una grandezza che è in relazione con gli stadi del processo.
In latino, c’è la radice sol, che, con l’aggiunta di desinenze, prefissi e suffissi con altre desinenze, dette luogo ad innumerevoli significati. Ciò lascia presumere che il sigma acquisisce, nei vari contesti, significati diversi, da collegare a δ: manco/lego e a θ: cresco. Molto probabilmente, solvo/solutum: slego, slaccio, libero è da scrivere: so-λυω. Il pastore latino, che conosceva λύω: slaccio, slego, a suo modo, precisò un atto che faceva tutte le mattine: aprire il cancello dell’ovile, asserendo, con una similitudine: (così come) nel processo formativo, dal legare del grembo, avviene lo sciogliere (ad indicare l’uscita/la nascita, anche come acquisizione di libertà). Da questo verbo furono dedotti: solubilis (che si può sciogliere), quindi: soluto e solvente, solutio: lo slegare, che divenne anche sdebitarsi: solutio rerum creditarum, pagare in unica soluzione. Si ricorda che risolvere un debito, per alcuni, significò riacquistare la libertà.



Con questa radice fu coniato dal contadino latino sol solis, inteso come l’astro che fa fruttificare, attraverso questa perifrasi: dall’ho lo sciogliere il mancare, che è la dissoluzione del seme, va a legare, consentendo la fruttificazione. Da sole furono dedotti: solare e da solatio si ebbe insolazione. Dalla radice che dette luogo a sole si formulò il verbo: soleo: sono solito, ho il costume, uso, ho commercio (amoroso) con, in cui la perifrasi: dall’ho lo sciogliere il mancare rimanda all’utilizzo, attraverso la fecondazione, della riproduzione animale e, quindi, vegetale. Da soleo furono dedotti: solito, insolito, ma anche: insolente e insolenza. Inoltre, dalla stessa radice di soleo fu dedotto il verbo deponente solor/solatus sum: consolo, conforto, che contestualizza il momento della nascita, per cui il pastore dice: quando il bambino nasce (manca), emette dei gemiti, per cui a me tocca consolarlo. Inoltre, in solor si legge soprattutto quel che si fa nel mancare per la perdita delle persone care. Quindi, furono dedotti consolato e consolazione e solacium, reso dal Leopardi con sollazzo. C’è da ricordare che, nel mio dialetto, u cunsu (l)u era ed è il pranzo che parenti e/o amici facevano/fanno a chi è provato dal lutto.
Infine, la radice sol, che dette luogo all’aggettivo solus solius: solo, che sta solo, unico, straordinario (nel senso che fa cose grandiose tutto da solo), deve leggersi: dal crescere il flusso spermatico; poi con us del nominativo aggiunsero: si genera landare a legare, mentre, con ius del genitivo, completarono: che produce il mancare, che è la creazione. Tra i tanti dedotti, ci furono: solerte, sollecito, solium (seggio, soglio, anche quello pontificio), solenne, ad indicare, inizialmente, il giorno della nascita.



L’analisi della radice sol ha anche l’intento di cercare di capire i significati cui rimandano i termini: assoluto e assolutamente.  Il concetto di Assoluto, come principio di tutto, è da collegare sicuramente a solus, che passò ad indicare: uno solo, ma anche: il Solo (che inglobò il significato di: ατός: da sé). Infatti, i latini da questo aggettivo avevano dedotto un altro aggettivo: absolutus, a cui attribuirono i significati: compiuto, perfetto, completo, non limitato, in quanto dissero: a ben pensarci (ab), l’abbozzo del grembo porta a pensare ad un essere che crea da sé la creatura. I greci avevano sviluppato questo concetto, formulando con una perifrasi, che va interpretata, il verbo: ατ-αρχέω: esercito il potere in forma assoluta, in quanto pensarono al monarca orientale che esercitava da sé (concetto presente in ατός) tutto il comando, da ρχω: comando, sono a capo. Da questo verbo si formò ατ-αρχή, che non indicò solamente il monarca assoluto, ma anche il principio assoluto/Dio, in quanto il filosofo, che è nel pastore, intravide, nel principiare da sé, Dio creatore. Allora l’Assoluto è l’essere perfetto che da solo origina il tutto. Il potere assoluto è quello che esercita una sola persona: il monarca, in greco anche: ατο-κρατής (autocrate): padrone assoluto, da κρατ-έω: sono forte, sono potente, che trova la sua deduzione: ατ-αρχία autarchia, che è il potere di chi si autodetermina. Tra l’altro, mi piace sottolineare che nel mio dialetto mangiare fagioli assoluti significa mangiare una minestra di soli fagioli.
Pertanto, quando si parla di ablativo assoluto, si parla di un inciso, staccato dal contesto, che è da collegare ad: absolvo/absolutum. Quando si parla di superlativo assoluto, si vuole prescindere da ogni comparazione e l’aggiunta dei suffissi τατος e issimus, propri del greco e del latino, indica il massimo della crescita in sé di qualsiasi qualità posseduta dalla creatura. Nel dire che una fanciulla è bellissima, si vuole, senz’altro, indicare che quella fanciulla possiede, di per sé e in sé, il massimo della bellezza. Per quanto riguarda assolutamente, bisogna ricordare che gli avverbi, in greco e in latino, si formano dagli aggettivi, per cui questo avverbio rimanda ad assoluto nel senso di perfetto, la cui perifrasi, probabilmente, faceva pensare ad una affermazione di per sé vera, indiscutibile, riguardante il processo di formazione dell’essere, così come in greco da λος: tutto, intero (anche: completo) si formò: λως: completamente, affatto, assolutamente.



Tutte queste esemplificazioni sono addotte per dimostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, che, molto spesso, non è la radice a dare significato, ma l’intera perifrasi e che, se da parola nasce parola, talvolta, la lettura ad litteram dei singoli simboli fonico-grafici porta a nuove contestualizzazioni del processo e, quindi, a nuovi significati. Inoltre, queste considerazioni servono anche ad esplicitare l’espressione: la parola intesa come metafora del grembo, nel senso che, tante volte, il significato è un traslato, in quanto, ad esempio, con la perifrasi del verbo medio γίγνομαι, che fu formato dalla radice γεν (da dentro il generare) il pastore greco ricavò, per sé, genero, nel senso di mettere al mondo, contestualizzando tutto il processo generativo, poi, da questa radice dedusse dei deverbali: genesi come creazione e come origine del processo creativo, γένος/ γένους come nascita, come genere/specie, genetico, come età, come etnia ecc., attraverso questa perifrasi: da dentro il generare il legare consegue il mancare.
Da habeo: ho, che richiama il verbo χω: ho, tengo, frutto di questa perifrasi: è ciò che consegue per la gestante durante i nove mesi, trasformato in hibeo nei verbi con prefisso, i latini dedussero impedisco, trattengo,  fermo, arresto, in quanto il pastore latino pensa che la creatura, legata nella bolla, è impedita, è trattenuta, quindi deduce, dal participio passato inibita, l’inibizione, che indica l’impossibilità a fare quel vorrebbe, in quanto legata/impacciata nei movimenti, da qui il senso di castrazione che accumula l’inibito, da qui anche inibizione come  il freno morale, da altri detta contenimento, per meglio dire: ritegno. Inoltre, furono elaborati: cohibeo: tengo insieme, tengo stretto, tengo chiuso, per cui altri pensarono che, se si chiude a sette mandate, non si lascia passare, concetto attribuito a coibente. Infine, fu coniato: adhibeo, dai molti significati, fra i quali noi usiamo adibire, nel senso di utilizzare e di usare
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