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mercoledì 30 novembre 2022

OPPOSIZIONE, SINISTRA, INDUSTRIA, LAVORO
di Franco Astengo

 
La sinistra italiana smarrita tra polemiche interne e inquietanti vicende di personalismo politico in questo momento sembra aver perduto l'idea della necessità di organizzare una incisiva e coerente opposizione rivolta verso il governo maggiormente (e duramente) spostato a destra nella storia della Repubblica. Ci si augura (anche con una certa preoccupazione) che rispetto alla manovra economica in arrivo al parlamento si ritrovi almeno una minima capacità d'intervento. Capacità d'intervento rivolta soprattutto a individuare gli effettivi punti critici sui quali avanzare una "forza della proposta alternativa".
È necessario una visione dell'alternativa che caratterizzi una sinistra moderna in grado di colmare quel deficit di rappresentatività politica che purtroppo caratterizza, dal "nostro" versante, il quadro politico italiano.
Affrontare la questione del lavoro diventa così fondamentale, partendo da un presupposto ineludibile: se il valore aggiunto non decolla non aumenta parallelamente il valore del lavoro. Troppi lavoretti, troppa precarietà (da non confondere con la flessibilità). Ormai in Italia la produttività cresce soltanto in settori come i servizi, il commercio, il turismo.
Deve essere presentato un piano di crescita nei settori industriali decisivi (in ispecie la siderurgia che negli USA e in Cina è stata giudicata settore strategico). Una crescita da avviarsi e realizzarsi attraverso un intervento pubblico programmatorio: un piano industriale inteso quale presupposto di un piano del lavoro complessivo all'interno del quale si affrontino i temi dell'occupazione (stabile) e della crescita dei salari. L'assenza di una crescita di produttività dell'industria rappresenta un vero e proprio tallone d'Achille per l'economia italiana e per la condizione materiale di vita per milioni di lavoratori. L'intero sistema italiano, in base alle rilevazioni di Eurostat, ha un reddito mediano di lavoro, di tutti i tipi, di 14.184 euro che si confronta con i 16.437 del dato medio dell'area Euro. La Germania è a 18.509, la Francia a 17.423.



A questo punto si rileva come il previsto intervento del cuneo fiscale risulti del tutto insufficiente (si ricorda a titolo di cronaca il tasso di inflazione al 12%).
Dal punto di vista dell'inflazione deve essere ricordato come il vecchio accordo sull'IPCA (indice dei prezzi al consumo armonizzato) è del tutto inadeguato perché non tiene conto dell'inflazione dovuta ai rincari delle fonti d'energia: un campo quello delle fonti d'energia nel quale il surplus di profitti accumulati dovrebbe essere utilizzato per il ripristino di un meccanismo di scala mobile per l'adeguamento dei salari. Senza voler invadere il campo sindacale occorre rilevare come in questo momento 6 milioni di lavoratrici e lavoratori sono in attesa di rinnovo del contratto di lavoro (ed è questo un problema politico di primaria grandezza) in particolare nei settori dove al massimo si esprime la precarietà e più basse sono le retribuzioni: commercio, grande distribuzione, vigilanza (settore quest'ultimo dove il rinnovo del contratto manca da sette anni). L'effetto del dumping contrattuale ha portato gran parte dei salari al di sotto dei 10.000 euro annui.
Nel campo salariale esiste ancora il tema del contenimento del divario tra le remunerazioni degli executive, della prima linea e del resto dell'organico aziendale (laddove il divario ha già consentito di assorbire l'effetto dell'inflazione, lasciandone il carico ai livelli operativi).
Infine il confronto con le partite IVA e gli autonomi (al netto del mastodonte rappresentato dall'evasione fiscale) con il lavoro dipendente che possono godere della flat tax è umiliante per il lavoro dipendente. A parità di reddito la differenza sul netto è persino più del doppio (come scrive Ferruccio De Bortoli in un suo articolo apparso il 28 novembre sull'inserto del Corriere della Sera dedicato all'economia). Insomma: ampia materia d'iniziativa, con gli operai che ancora esistono anche se assenti dal dibattito politico, per una opposizione da sinistra. A questo punto potrebbe aprirsi un discorso sull'assenza di una moderna, concreta, pragmatica soggettività politica di ispirazione socialista capace di tenere assieme la complessità delle contraddizioni moderne non relegandosi attorno all'analisi di separate issues, ma forse il discorso ci porterebbe troppo lontano.

Libri
LA PIAZZA LETTERARIA DI VALESIO
di Barbara Carle


Paolo Valesio
 
Il Testimone e l’Idiota è il diciottesimo volume di poesia di Paolo Valesio. Il fitto libro di 278 pagine è incorniciato da una prefazione di Alberto Bertoni, una postfazione approfondita di Anna Maria Tamburini. È diviso in tre parti: Prima parte. I due solitari, Seconda parte. La Voce, Terza parte. La Fiamminga. La prima è fatta di due prospettive che non s’incontrano e sembrano isolate ognuna, infatti solitarie, ma contigue nello spazio del libro. Nella seconda parte, entra La Voce che parla separatamente ad ognuno, mai a tutti e due insieme. Nella terza entra il terzo personaggio, la Fiamminga che scambia mail e telefonate con ognuno separatamente ma che non può sentire la Voce. Si conclude con l’Epilogo dove i tre personaggi s’incontrano a Parigi sotto la statua di Maupassant al Parc Monceau per la prima volta, parlano brevemente e poi ciascuno va per conto suo. Questa sarebbe una piccola pièce teatrale. Generalmente i testi sono brevi ma la forma cambia. La prima ha dei “monologhi” mentre le altre due hanno dialoghi corti, ma a volte sono più lunghi di alcune pagine. Se dovessimo definire la forma, avremo difficoltà, ci sono poesie, “proesie,” dialoghi, scene teatrali. Ci sono molte citazioni, proverbi, e detti in inglese. Ci sono brani in francese, locuzioni in latino e parole in spagnolo che rafforzano il plurilinguismo e lo stile misto. Troviamo una frase da Don Giovanni di Mozart e ripetuti riferimenti a compositori e canzoni arricchiscono la tavolozza. Si cita C. G. Jung e il Bhagavad-Gita. La forma si trasforma; è dinamica come il pensiero. Non si possono negare i temi religiosi, gli interrogativi sulla fede, la speranza, la morte, il bene, il male e altri argomenti ancora, l’umorismo, l’ironia, i giochi di parole e così via, ma, a mio avviso, uno dei fili conduttori si trova nelle citazioni. Sarebbe dunque una messinscena della letteratura. Ungaretti, Valéry e Di Biasio tra altri hanno scritto sul fatto che la poesia consiste in una riscrittura di altri testi, nell’ascoltarli, commentarli, riscriverli, rifiutarli; lo scrittore è lettore e fa parte del grande coro di citazioni. Si comincia con una citazione di Shakespeare, che poi viene citato altre sei volte sempre in epigrafe. Attraverso il libro troviamo più di cinquanta citazioni, non sempre in epigrafe. Alcune volte le troviamo nel corpo della poesia. Altre volte un titolo è una frase come Numquam deorsum (citato da D’Annunzio) De Amicitia (Cicerone), o l’inversione del titolo di De Rerum Natura di Lucrezio in Duologo De Natura Rerum. Altre volte ci sono quasi doppie citazioni come in La minaccia dove l’Idiota sente la Voce dire: “Ti uccido”. E poi l’Idiota cita un passo da Simone Weil: “Uccidere col pensiero/tutto quel che si ama; è la sola maniera di morire. / Ma solo quel che si ama”. Si nota qui la riformulazione di una frase celebre di Oscar Wilde in The Ballad of Reading Gaol: “Yet each man kills the thing he loves”. L’Idiota si interroga sulla frase della Weil: “Cosa vuol dire lei – cosa vuol dire?” Ci offre una possibile spiegazione e sembra trattarsi di uccidere luoghi, abitudini, ruoli e maschere per passare a “territorio nuovo” (Valesio 130). Altre volte si tratta di riferimenti o dediche che in qualche modo nascondono la citazione come in Corale a pagina 136. Questa poesia è dedicata a Leopardi e l’Idiota recita una sua versione del Dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie dalle Operetti morali: “Tutti i morti son pieni di speranza/Cantano boccaperti in coro universale”. Questa poesia, come molte altre, è piena di ironia e umorismo; ci coinvolge nella conversazione tra l’autore e Leopardi. L’altro tipo di citazione che troviamo si produce quando l’autore cita un suo libro precedente come Avventure dell’Uomo e del Figlio, del 1996 o Esploratrici solitarie, 2018, il libro che precede Il Testimone e l’Idiota.

Paolo Valesio

Se qualcuno volesse dubitare di questa mia chiave di lettura, il fatto che troviamo una poesia intitolata La citazione nella terza parte potrebbe convincerlo. Lo scritto a pagina 165 consiste in un breve scambio tra l’Idiota e la Fiamminga su una citazione inserita nel corpo della poesia dallo Pseudo-Dionigi. La Fiamminga fa la citazione e si aspetta la reazione dell’Idiota. Lei lo incita a pronunciarsi chiaramente sul detto religioso filosofico. L’Idiota rifiuta: “un decidere/ che si presenta come un recidere” (165). Vale a dire una premessa manichea fatta di due opposti estremi. Incalzato dalla Fiamminga ad essere più chiaro lui spiega che può concepire e capire opinioni contrarie alla sua senza “credere che il mondo crollerà”. E alla fine cita senza dirlo esplicitamente, ma ogni lettore di Dante può facilmente cogliere l’allusione a Farinata nel canto X dell’Inferno che tronca il dialogo dicendo bruscamente: “[…] e de li altri mi taccio”. Per chiarezza cito La citazione: “FIAMMINGA: «Ti offro questa citazione dallo Pseudo-Dionigi: /“O il dio della natura/È un dio che patisce,/oppure si dissolve/la fabbrica tutta del mondo.”»/ TESTIMONE: «Io stento a capire/ questa estrema ambizione di un decidere/ che si presenta come un recidere.»/ FIAMMINGA: «Eppure tu avrai, sono certa, una come suol dirsi/opinione in proposito.»/TESTIMONE: «Sì, ed è una molto ferma opinione./Ma, vedi, io intrattengo/l’esistenza plausibile dell’opinione opposta/senza per questo credere che il mondo crollerà,/dunque mi taccio»”. Tale lettura è rinforzata da un’altra poesia, L’accoglienza a pagina 172, dove capiamo che l’Idiota è il lettore poeta supremo: “Qualche volta ogni frase che l’Idiota si trova ad ascoltare/gli sembra una citazione:/ è un segno di derealizzazione oppure una sfida/in nome di un grande disegno costruttivo e colorato? / Se le cattura subito al volo/le citazioni si deformano/e, avvizzite, esigono di essere spiegate. Ma se lascia che le frasi volteggino libere, diventano un palazzo/tutto fatto di pietre angolari”.
Questo libro ci offre testi molto variati e diversi; Incarnadine a pagina 153 riprende la parola da Shakespeare e Pound. Qui si tratta di una poesia civica contro “la macelleria” della storia (“Chiunque è post-infante ha già compreso/che la storia è una macelleria:”) ma introduce la parola incarnadine nel testo creando un neologismo: “Non posso incarnadine, posso solo rispondere/al rosso con il bianco/del voto validato, ma muto e vuoto –/ il voto nullo: la scheda con il “No”. Notiamo che Shakespeare con i Vangeli sono i più citati e che Pound era un poeta traduttore lettore dialogico tra le lingue. I suoi Cantos e questo libro di Valesio sono entrambe opere plurilingue e dantesche dove l’io si divide e si riunisce. La forza di questo nuovo e originale libro di Valesio sta nel valorizzare la speranza attraverso il dialogo. Si vede l’evoluzione del libro che comincia con “monologhi” poi passa a dialoghi e duologhi per inscenare una piazza letteraria dove il poeta vive, ascolta, parla e riscrive le voci dei libri e del mondo.
 
 

Paolo Valesio
Il Testimone e l’Idiota
La Nave di Teseo ed., 2022.

 

PER PAPI
di Fabio Minazzi

Papi e collaboratori di "Odissea"
per il decennale

Fulvio Papi l’ultima voce della “scuola di Milano
 
A novantadue anni si è spento domenica 20 novembre un importante filosofo come Fulvo Papi. Nato a Trieste nel 1930, ha sempre vissuto a Milano, dove si è laureato in Statale con un Maestro come Antonio Banfi (1886-19579, di cui è diventato assistente, mentre ha iniziato a lavorare al quotidiano socialista Avanti!, prima per la pagina culturale, poi per la politica estera e, infine, come vice-direttore, collaborando con Riccardo Lombardi (1901-1984). In questa veste, allo scoppio dei “fatti dell’Ungheria” (1956), pubblicò, in prima pagina sull’Avanti!, un coraggioso corsivo, in cui difendeva apertamente gli studenti e gli operai insorti, mentre l’Unità, diretta da Pietro Ingrao (1915-2015), inneggiava ai carri armati sovietici. 
La sua formazione ha trovato una straordinaria realizzazione nella monografia Il pensiero di A. Banfi (1961), con cui il pensiero del filosofo milanese è inserito, in modo coerente e rigoroso, nel contesto internazionale, illustrando le differenti movenze del razionalismo critico. Questo imprinting riemerge nell’Antropologia e civiltà di Giordano Bruno (1968, poi 2006) che costituisce, ancor oggi, un punto di riferimento per gli studi bruniani perché la filosofia del nolano è declinata alla luce dei grandi temi della modernità. Lasciando il lavoro giornalistico, Papi diventa docente di Filosofia teoretica nell’ateneo di Pavia, dove insegna per 35 anni, dando vita ad una regolare ed originale attività di studio e ricerca, documentata dai suoi numerosissimi volumi. Tra questi si segnalano gli studi sul Kant precritico Cosmologia e civiltà, 1969, su Marx Il sogno filosofico della storia, 1994 e il fondamentale Dalla parte di Marx 2014, in cui delinea la genealogia critica della contemporaneità, su Hegel (2000), su Antonia Pozzi (2009 e 2013), sulla filosofia dell’arte (1992), sul fare filosofico (1998), sull’ontologia (2005), sul pensiero del nulla (2009), su Bruno (2010), etc. etc.
Intrecciando pensiero e memoria, Papi costruisce un suo originale stile che matura in Vita e filosofia (1990), in cui la “scuola di Milano” (Banfi, Cantoni, Paci e Preti) è studiata nelle sue movenze e nelle sue varie progettualità, volte a costruire una nuova teoresi in grado di riscattare l’Italia dalla cultura fascista. Fioriscono così indagini sui Racconti della ragione (1998), La memoria ostinata (2005), Banfi, dal pacifismo alla questione comunista (2007), la formazione in epoca fascista (Per andare dove, 2020 e Figli del tempo, 2021), etc.
Con Papi muore l’ultima grande voce della “scuola di Milano” che si intreccia con la cultura di questa città che già Gramsci, negli anni Venti, segnalava costituire il “problema Milano”. A Milano esiste infatti una tradizione di ascendenza internazionale e illuminista che attesta la vocazione europea di questa metropoli nel momento stesso in cui pone alle forze della sinistra il compito di costruire una nuova cultura alternativa a quella che nutre il fascismo permanente della nostra tradizione.
                                                                        

 

 

 

FULVIO È QUI

Papi con Aniasi e Scalfaro

Pubblichiamo la testimonianza di Felice Besostri tenuta al cimitero di Lambrate al funerale di Fulvio Papi, e il ritaglio dell'Avanti! con l'articolo senza firma di Papi.
 
Fulvio è stato, anzi è ancora, un socialista di altri tempi, rigoroso e coerente con i valori di una scelta, che quando si compie dovrebbe essere per tutta la vita. Proprio per questo dire d’altri tempi è sbagliato, è di questo tempo perché, quelli come lui sono essenziali per non far morire la speranza. Basta leggere i suoi ultimi scritti per capire che il socialismo nella libertà e in democrazia è una risposta necessaria. Si muore soltanto quando il nome non viene più pronunciato o anche pensato come ricordo, perciò Fulvio non è morto domenica, ma è qui con noi e lo sarà per molti anni ancora. Già lo ricorda mia figlia, di cui ha letto ed apprezzato la tesi di laurea in filosofia e lo ricorderà ai suoi figli. Una consolazione per la sua cara e amata Marisa, non sufficiente a colmare il suo dolore, ma renderlo un po’ più lieve sentendo l’affetto che la circonda di tutti quelli che, insieme a Lei e al figlio Daniele, hanno amato Fulvio, maestro di vita. [Felice Besostri]



La presa di posizione della Direzione del Psi sui fatti d’Ungheria riportata sul quotidiano l’Avanti! Papi in qualità di redattore scrisse un editoriale molto duro che poi la Direzione fece proprio.


Lo scritto senza firma di Papi


Poeti
PER ANTONIA POZZI                                                     
 


Smarrimento di tempo e senso
in una sabbia
privandoti della luce nell’anima
credevi alle magie
di quelle povere parole
che intensamente guardano
se si mettono a cercare i misteri
non lasciandosi increspare
da fantasie e desideri
 
L’anima sì che fugge dalla carne
e chiede le ali
steli vivi nel vento delle certezze,
come l’erba che cresce
per le notti giovani dei poeti
e annega in tensione di vento
 
Leggera barca fatta di pietra
lasci gli ormeggi
te ne vai con la bussola delle stelle
verso il lago azzurro
portando la nostalgia di ciò che è vero
e di ciò che è sognato nel dolore
 
Barca poesia madre di suoni
che provengono
dall’organetto del cuore
quando piano s’allontana
e canta sulla malinconica strada
dove vanno a morire
le foglie dei pioppi
 
Si chiudono le porte
le vele si perdono
nell’ultima sera d’un sogno
 
Zaccaria Gallo

 

Libri
PARTIGIANI

 
Il romanzo di Elisabetta Violani
.
 
Un libro nuovo che spezza il paradigma del romanzo del Novecento. Costruito su una architettura linguistica incalzante ove i fatti e i personaggi non lasciano respiro. Coniglio, così chiamato per la sua presunta inadeguatezza ad un gruppo genovese sbandato sulle montagne del genovese, soffre la sua diversità (è un disertore tedesco), regge il racconto con le sue paure, le sue angosce, l'ansia di non sfigurare con i compagni più esperti. Ma si fa alla fine apprezzare per la sua umanità portando sulle spalle un compagno ferito e nel preferire il carboncino, che tiene nello zaino e con il quale disegna la vita che gli appare, al mitra usato dagli altri con perizia. Costruito sul dialogo incessante e martellante tra i personaggi dell’avventura, con pochi e rari collegamenti dell’autrice, il romanzo è anche un diario scritto in presenza durante le peripezie. Il climax o la catarsi per Coniglio coincide con la fine della guerra e il ritrovarsi con Bruna, la giovane donna che l’aveva avviato alla lotta partigiana.
Roberto Taioli
   

Elisabetta Violani
Sono Coniglio, partigiano
Echos Edizioni, 2021
Pagg. 118 € 13.00.

 

SCIOPERO CONTRO LA GUERRA




AL TEATRO DELLA MEMORIA
Si replica domenica 4 dicembre alle ore 16
Via Cucchiari n. 4 Milano.






martedì 29 novembre 2022

A FULVIO PAPI
di Gabriele Scaramuzza

 
Papi con Ernesto Treccani

Non ricordo quando esattamente ho conosciuto Fulvio Papi. O meglio, l’unica data certa (è Papi a ricordarlo, e la sua memoria è assolutamente inconfutabile) è il 13-14 maggio 1967, a Reggio Emilia, in occasione del Convegno di Studi Banfiani, di cui furono poi pubblicati gli Atti col titolo Antonio Banfi e il pensiero contemporaneo da La Nuova Italia a Firenze nel 1969. Lì c’era sicuramente Papi, e c’ero io; ricordo soprattutto il viaggio comune di ritorno verso Milano in macchina, con sua moglie Marisa e Egle Becchi. Non risulta invece comprovata dai fatti (e dai ricordi più circostanziati di Papi) la mia ipotesi (tenace) di averlo di sfuggita incontrato prima, a Milano, negli anni attorno al 1962, in cui preparavo la tesi. Anche dopo di essa continuavo a occuparmi di Banfi, e frequentavo la casa di corso Magenta 50, dove ancora viveva la vedova Daria Banfi Malaguzzi.    
Tra i primi scritti di Papi che ho letto, e mi sono rimasti impressi, naturalmente c’è Il pensiero di Antonio Banfi, indispensabile per la mia tesi, e tuttora insostituibile per qualsiasi approccio a Banfi. Ho poi letto, ça va sans dire, gli scritti, numerosi, e comunque imprescindibili, che Papi ha dedicato al suo maestro, fino a Antonio Banfi. Dal pacifismo alla questione comunista; e ho anche tenuto conto di sue testimonianze orali, che ho raccolto in tante conversazioni telefoniche. Sono venuti poi i suoi scritti sugli allievi di Banfi - da Vita e filosofia (in cui viene il termine “La scuola di Milano”, corrente poi tra noi tutti) a Gli amati dintorni e La memoria ostinata. Ma soprattutto ho amato L’infinita speranza di un ritorno, dedicato alla poesia di Antonia Pozzi, non pochi scritti narrativi; hanno calamitato la mia attenzione gli scritti dedicati a Vittorio Sereni, e poi a tanta arte. È strano però che miei tentativi di parlare di musica con lui sono caduti nel vuoto: una volta mi ha detto che non se la sentiva di scrivere sulla musica, perché gli mancavano le specifiche competenze. Cosa su cui non mi sentivo del tutto d’accordo: temevo che la (pur invidiabile) competenza rischiasse l’affidarsi a un unico linguaggio, scartandone altri possibili e talvolta necessari.



Ho recensito taluni scritti di Papi, anche su “Odissea”, e della mia attenzione si è mostrato grato. Mi ha anzi ricambiato recensendo a sua volta i mei scritti di questi ultimi anni, con una capacità di penetrazione, una generosità, e una volontà di valorizzazione unica. Di questo gli resterò nel mio sempre grato. 
Concludo risalendo ai suoi ultimi giorni. Non era in senso proprio “malato”, viveva rinserrato in casa da anni, senza poter mai uscire, passeggiare, ritrovarsi sotto gli alberi di fronte al suo amato lago. Ma era sempre lucido, disponibile, attivo nella lettura e nella scrittura. Ha scritto fino agli ultimi attimi precedenti il tracollo; è morto scrivendo forse si può dire; un po’ come in diverso ambito Mitropoulos e Sinopoli sono morti dirigendo. Progettava una accolta di scritti sotto il titolo Il tempo e la doppia anima. Sabato 19 l’ho sentito verso sera, ed è stata l’ultima telefonata: si è parlato del tema delle “Conversazioni di Estetica” del prossimo anno alla Fondazione Corrente: L’arte e il sogno, proposto da Silvana Borutti. Ci ha aderito con entusiasmo e ha condiviso la partecipazione a esse della sua allieva Monica Luchi.
La sua vita sembrava stesse riprendendosi, con intima adesione a sé: il ravvivarsi della vita ai limiti della morte è un classico; anche se per lo più non è così. 
C’è stato in Fulvio Papi un intensificarsi di progetti, della voglia di fare, al proiettarsi verso un “più che vita” caro a Simmel e a Banfi: Che gioia si dice siano state le ultime parole di Goethe, e (per trasposizione non so quanto attendibile) di Antonio Banfi, che su Goethe ci ha lasciato uno dei suoi saggi migliori. A me è tornata in mente anche l’esclamazione Oh! Gio…ia! di Violetta prima della ricaduta finale. So che Fulvio, non verdiano ma sempre disponibile verso i gusti e le ragioni altrui, mi perdonerà questa conclusione.

RICORDO DI UN MAESTRO
di Silvana Borutti



Un’allieva di 57 anni fa. Ricordo del mio Maestro.
 
Nel novembre 1965, tra noi studenti del secondo anno di Filosofia (otto in tutto), si diffuse la notizia dell’arrivo di un nuovo professore di Filosofia morale. Eravamo in uno studio al primo piano del Cortile delle magnolie, uno dei cortili più belli del corpo centrale, rifatto nel Settecento per volere di Maria Teresa d’Austria, dell’Università di Pavia. Ci chiedevamo come sarebbe stato il nuovo professore (avevamo già avuto come docenti Vittorio Enzo Alfieri, il vecchio signore con un gusto un po’ antiquato per la filologia del testo filosofico, Remo Cantoni, l’affabulatore signorile che univa l’antropologia, la grande letteratura e Merleau-Ponty, Carlo Tullio Altan, l’antropologo che parlava il linguaggio di una disciplina nuova e molto coinvolgente). Ecco che un nostro compagno ci dice, compiaciuto per la primizia: il professore è alto, e ha begli occhi azzurri. L’attesa di uno sguardo azzurro è stato il mio primo incontro con il mio maestro. Non so perché lo scelsi come maestro, non avendo io allora alcuna idea o progetto per il mio futuro; so però che lo feci con convinzione. Pensandoci in questi giorni, fra i miei ricordi è emerso un frammento di ricordo. Lo voglio però raccontare, questo frammento irrilevante, perché per me aveva avuto un significato. All’inizio di una lezione di Filosofia morale, forse nel 1966 (ma sono sicura che fosse martedì, alle cinque del pomeriggio: la memoria ha degli strani grumi di intensità), il professore mi rivolse un saluto affettuoso, e vedendomi imbarazzata mi disse qualcosa come: «Ma non sia così scorbutica!» Non mi sono mai sentita così informe in vita mia, e credo di aver pensato che avrei dovuto dimostrargli qualcosa; anzi, a dirla tutta provai un sentimento di sfida.



Il corso era sull’analisi del linguaggio morale: un affresco dei temi su cui si stava affermando lo stile analitico del filosofare. Un corso molto à la page, dunque, ma che Fulvio Papi fece con il rigore e la puntigliosità che gli veniva dall’ascendenza neokantiana. Quel corso fu come entrare nel mondo dei concetti, e capire che il linguaggio non parla delle cose, ma della loro traduzione in un mondo simbolico condivisibile; nello stesso tempo, però, Fulvio ci insegnava che, se non bisogna avere una concezione realistica, cosale, dei concetti filosofici, tuttavia la filosofia non è pura astrazione, ci insegnava che c’è sempre un rapporto tra la pensabilità e la realtà delle cose. Per una intelligenza ricettiva, ma informe come la mia, era un bello shock, e decisi di chiedergli la tesi; era una sfida a me stessa, e forse insieme una sfida al professore che mi trovava scorbutica.
In realtà non ho mai riflettuto molto sulla faccenda del maestro, su che tipo di maestro fosse il professor Papi. Ma molti anni dopo, in una conversazione con Giorgio Lunghini, anche lui maestro di generazioni di economisti, rispondendo a una sua domanda, finii per far emergere dei tratti di Fulvio come maestro: tirai fuori alcuni aspetti di come lo ho immaginato come maestro, e che cosa ho creduto di imparare da lui. Lunghini mi chiese allora: «È finito il tempo dei maestri?»



E ci mettemmo a ragionare su cosa sia un maestro, e se ce ne siano ancora in circolazione. Io ragionavo ovviamente pensando a Fulvio, e dissi che un maestro è qualcuno che esercita il magistero in un’alchimia di distanza e vicinanza, e che insegna il valore del tempo nella formazione. Me ne ricordo, perché poi scrissi anche qualche pagina sul tema.
Che il magistero avvenga nella distanza e insieme vicinanza tra maestro e allievo, è cosa di cui ci accorgemmo subito, noi allievi di Filosofia morale nel 1965/66. Noi ragazzi sapevamo che il professore veniva da un’altra storia, che aveva la distanza esperienziale di una vita vissuta secondo diversi registri del sapere e del saper fare, che non sapeva solo fare delle belle lezioni, ma aveva ricoperto ruoli rilevanti nella vita pubblica; che aveva un pensiero politico e una preoccupazione civile. Aspetti che lo rendevano più interessante e meno professorale. Credo che questi aspetti fossero importanti nel dettare lo stile del suo magistero, uno stile distaccato e insieme attento. Tanto che io mi facevo un punto d’onore a non chiedere troppo al professore: sprovveduta com’ero, avevo però probabilmente capito la sua sapienza nel darsi e nel sottrarsi, per costringere l’allieva che io ero all’autonomia e alla scelta di un proprio percorso di pensiero. È del resto un fatto che Fulvio Papi ha avuto una scuola numerosa, ma i suoi allievi non l’hanno imitato, hanno seguito ciascuno la propria strada. E ciascuno l’ha interiorizzato a suo modo.



Il tempo è l’altro elemento rilevante nella sua opera educativa. Nelle nostre frequenti conversazioni, quando mi fui un po’ liberata del mio carattere timido e scorbutico, lui ed io tornavamo spesso a ragionare sul tempo di una vita, delle sue contingenze, delle sue tensioni simboliche e progettuali, e delle sue cadute di persuasione. Così il maestro mi liberava dall’affanno delle accelerazioni artificiali, delle “full immersions”, e mi incoraggiava a prendermi il tempo della comprensione e della formazione, della Bildung intesa come progetto che si forma nel tempo e che dà forma al tempo. Del resto, con un altro maestro, Mario Vegetti, avevo letto nel Fedro la faccenda dei giardini di Adone, che sprecano i semi in una fioritura velocissima, nella stagione sbagliata. Quanto alla domanda «È finito il tempo dei maestri?», questa domanda portò Lunghini e me a riflessioni un po’ negative, e forse un po’ banali, sull’eclisse dei maestri. Ma una considerazione resta vera: nell’epoca dei maestri televisivi e dei loro best-sellers, la preoccupazione dell’imitazione, del diventare come lui, prevale sul tempo della formazione e dell’identificazione, prevale sul tempo del diventare con lui, approfittando della sua distanza esperienziale. Non saprei dire compiutamente come sono cambiate le figure magistrali all’epoca della televisione e di Internet; so però che Fulvio Papi è riuscito a restare un Maestro anche quando cucinò un risotto parlando di filosofia con Andrea Pezzi, nella trasmissione televisiva “Kitchen”. 

MANOVRA POLITICA
di Franco Astengo
 


La neo-Presidente del Consiglio lo ha rivendicato con "chiarezza": questa è una manovra politica. Di conseguenza si tratta di una manovra di destra, da valutare non tanto e non solo con il bilancino del peso in cifre dei vari provvedimenti ma - appunto - della loro scaturigine politica, e di conseguenza sociale vista la matrice "storica" degli estensori. Una manovra di impostazione ideologica (si veda la questione delle modifiche dell'opzione donna in materia di pensioni) e corporativa con il deficit orientato ad aiutare le imprese (abolizione progressiva del reddito di cittadinanza, flat tax incrementale per gli autonomi, detassazione dei premi di produttività venduta come versione "tassa piatta" per i dipendenti). Qualche venatura populista (marca Forza Italia) la si ravvede nella rimodulazione della rivalutazione delle pensioni.
In realtà è la rivendicazione "politica" che appare davvero controcorrente: un richiamo di distacco verso la linea del governo Draghi verso la quale Fratelli d'Italia compì un'abile "opposizione di Sua Maestà". Una rivendicazione di appartenenza, quella della manovra politica, rivolta soprattutto ad approfittare del vuoto di espressione del PD che annuncia una mobilitazione di piazza scoprendosi per adesso privo di obiettivi: mentre il M5S può sbandierare comunque la difesa ad oltranza del reddito di cittadinanza come punto di appoggio nella lotta contro la povertà. L'opposizione paga ancora l'assenza di visione complessiva, già pagata nel corso dell'amorfa campagna elettorale. L'opposizione alla manovra dovrebbe essere accompagnata anche da una forte iniziativa politica sulle grandi questioni di politica internazionale: prima fra tutte la richiesta della pace e di nuovi equilibri individuando e respingendo l'azione più pericolosa che questo governo sta compiendo: quella di voler far coincidere la NATO con l'UE che significa assieme sudditanza USA e spostamento a Est dell'asse europeo.
Torniamo però all'assenza di visione al riguardo dello specifico della critica alla manovra di bilancio. Un'assenza di visione che riguarda soprattutto i temi delle scelte da compiere sul piano sociale che dovrebbero precedere quelle da compiersi sul piano delle poste di bilancio con l'abbandono di ipotesi concrete di programmazione economica rivolta nel senso del riequilibrio: prima fra tutte la patrimoniale, di seguito la riduzione delle spese militari, la programmazione industriale (esiste un'enorme questione di iniziativa pubblica sui grandi nodi dell'industria: primo fra tutti quello riguardante la siderurgia); la destinazione del surplus delle aziende energetiche che dovrebbe essere destinato a fronteggiare la crescita dell'inflazione ( con il ripristino anche temporaneo di un meccanismo di scala mobile) e ancora l'espressione di una chiara visione del PNRR rivolto alle priorità del deficit infrastrutturale, delle energie alternative e del riequilibrio Nord/Sud.
Non secondaria sarebbe un'espressione di forte opposizione alle grandi opere: "in primis" il dannato Ponte sullo stretto.
 

 

FERMARE LA GUERRA
Unione Sindacale Italiana






PADRE ERMES
Alla Basilica di San Carlo al Corso




Musica
L’ARTE DELLA FUGA
 


Al Museo Bagatti Valsecchi.
 
Al Museo Bagatti Valsecchi di Milano si è svolto un interessante concerto inserito nella stagione musicale-letteraria dedicata alle donne. Questa grandiosa opera di J.S. Bach ha fatto da pretesto per parlare di una “grande donna” che affianca un “grande uomo”. Parliamo di Anna Maddalena Bach, seconda moglie del sommo compositore, sono stati letti alcuni brani tratti dalla “Piccola Cronaca di Anna Maddalena Bach” in cui Maddalena racconta dal suo punto di vista la genesi dell’Arte della fuga, un racconto intenso e partecipato fatto dalla moglie premurosa che ha supportato e amato il “genio” anche in questa prova compositiva impegnativa, l’ultima di Bach. Graziella Baroli, che ha presentato il concerto, ha esortato il pubblico a non farsi intimorire da quest’opera così complessa dal punto di vista compositivo ma a farsi trascinare dalla musica e a lasciarsi andare in un mondo di sensazioni, di sogni e pensieri, e per meglio realizzare questo ascolto è stata letta una poesia di T. S. Eliot tratta dalla raccolta di poesie Quartet. Quattro sono le voci delle fughe e quattro sono gli strumenti che le realizzano: due violini, viola e cello, il violone e il cembalo fanno da ripieno.


Momento di grande impatto la fine dell’ultima fuga che è incompleta perché Bach morì prima di portarla a compimento. A questo punto per sottolineare l’anima religiosa del compositore è stato letto Il Magnificat tratto dal vangelo di San Luca, di cui esiste anche un bellissimo commento fatto da Lutero. Grande successo di pubblico, la sala piena e purtroppo alcune persone non hanno potuto entrare.



Gli interpreti: Giambattista Pianezzola e Claudia Monti violini, Marco Calderara viola, Claudio Frigerio violoncello, Nicola Moneta violone, Graziella Baroli cembalo, Anna Cernuschi voce recitante.

 

PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI


 

 
Più libri più liberi è la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria e si svolge a Roma nel mese di dicembre. Più libri è la prima fiera italiana dedicata esclusivamente all’editoria indipendente dove ogni anno circa 500 editori, provenienti da tutta Italia, presentano al pubblico le novità ed il proprio catalogo. Cinque giorni e oltre 650 eventi in cui incontrare gli autori, assistere a reading e performance musicali, ascoltare dibattiti sulle tematiche di settore.
 
I Libri per la pace
Mimesis Edizioni sarà presente con gli ultimi libri di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici scritti in collaborazione con molte altre personalità del mondo della cultura, della politica, dello spettacolo, dell'attivismo sempre in prima linea per la pace e i diritti umani e contro ogni guerra e prevaricazione imperialista.
I principali titoli presentati da Mimesis Edizioni sono Riace. Musica per l'umanità, il celebre libro con intervista a Mimmo Lucano che è stato presentato in RAI da Fabio Fazio nella molto seguita trasmissione Che Tempo che fa. Poi sarà esposto Memoria e Futuro un autentico manuale di nonviolenza attiva con gli scritti di grandi uomini di Pace da Moni Ovadia a Alex Zanotelli a Vittorio Agnoletto. E non ultimo il libello Resistenza e Nonviolenza creativa che rappresenta una analisi descrittiva di azioni di donne e uomini più o meno celebri portatori di impegno contro la dittatura nazifascista, ma anche in epoca contemporanea, che hanno dato il loro piccolo e grande contributo per la pace, per i diritti umani e per un mondo libero da totalitarismi e ingiustizie e prevaricazioni sociali.
Pamphlet Ecologico è il libro postumo di Virginio Bettini a cura di Laura Tussi, Fabrizio Cracolici e Maurizio Acerbo con scritti di Paolo Ferrero e del giovane accademico e ricercatore di professione in un istituto universitario in Scozia David Boldrin Weffort che fin da piccolo ha conosciuto e si è formato sui saggi e i libri del noto ecologista di fama mondiale Virginio Bettini. Bettini sempre inserito nelle commissioni di inchiesta a livello mondiale contro il nucleare, insieme a Laura Conti, Barry Commoner, Alex Langer e Giorgio Nebbia. Saggio fondamentale. La follia del nucleare: come uscirne con la rete ICAN, campagna per il disarmo nucleare universale insignita del Premio Nobel per la pace 2017 di cui tutti noi attivisti per la pace e la nonviolenza siamo testimoni e instancabili promotori.
E dulcis in fundo un Romanzo di Oliviero Sorbini dal titolo Le Rivelazioni. Un suggestivo racconto di narrazione che presenta una metempsicosi di vite e di ideali tra più protagonisti che rappresentano la molteplicità di noi attivisti che lottiamo contro le estreme minacce che incombono sull'umanità: la guerra e il nucleare, i dissesti climatici, la disuguaglianza sociale globale e per comprendere il tutto, la violenza strutturale contro i più fragili del pianeta.
 
Il progetto: Più libri più liberi. 
L’obiettivo è quello di offrire al maggior numero possibile di case editrici uno spazio per portare in primo piano la propria produzione, spesso “oscurata” da quella delle imprese più grandi, garantendogli la vetrina che meritano. Una vetrina d’eccezione nella capitale. Il vero cuore della fiera è il programma culturale: incontri con autori, reading, dibattiti su temi di attualità, iniziative per la promozione della lettura, musica e performance live scandiscono le cinque giornate della manifestazione in una successione continua di eventi.
[L. T.]

 

lunedì 28 novembre 2022

MONTE DI PIETÀ
di Franco Astengo

Il palazzo del Monte di Pietà di Vicenza

I giornali locali titolano "Code al Monte dei Pegni, lite tra i clienti, picchiata un'anziana". Succede a Savona piccola e tranquilla città di provincia post- operaia, in declino economico e di identità: età superiore alla media (la provincia è la più longeva d'Italia), immigrazione minima, lunghe file di negozi chiusi in particolare nelle vie che collegano il centro alla periferia.
Il Monte dei Pegni corrisponde all'antico Monte di Pietà dove i poveri "impegnavano" i pochi beni in cambio di denaro utile per le spese quotidiane; beni che poi si cercava di riscattare mesi dopo con grande fatica e, qualche volta, con il risultato di vederseli battuti all'asta. Si impegnava di tutto: in particolare, nella forma classica, la biancheria o le posate e le stoviglie magari ricevute come dono di nozze. Allora "Il Monte" si trovava in pieno centro storico, in un palazzo avito che oggi ospita un importante museo: anche in quel tempo si vedevano le code per depositare e riscattare, parte di un indimenticabile panorama umano. Adesso ci troviamo oltre allo stadio dei "Compro oro": siamo al segno di una povertà diffusa, magari vissuta dignitosamente da anziani rimasti soli, una "povertà da giacche rivoltate" come accadeva un tempo di cui sembrava persa la memoria. Roba da anni'50, da quel neorealismo di cui Andreotti, grande interpreta della censura di un'Italia dalla facciata perbenista, diceva "i panni sporchi vanno lavati in casa". Tutto questo accade nel Nord del Paese, alla vigilia del luccichio natalizio, con attorno la vacuità di un presunto turismo marino, anche in questo caso molto di facciata nell'affannarsi della reciproca voracità dello spendere e dell'accumulare da parte delle categorie espressioni della modernità di un corporativismo ben espresso dal recente voto politico.
Una città, Savona, dalla borghesia ricca che ha storicamente riempito le banche senza investire con gli imprenditori venuti dall'estero per lanciare l'industria alla fine dell'800. Una città, Savona, che ha vissuto davvero la lotta di classe condotta da quella che si definiva "classe operaia forte, stabile, concentrata" poco incline anche verso il consumismo degli anni '60.
Una città nella quale le disuguaglianze continuano sottilmente a crescere avendo come risultato larghi vuoti soprattutto nel "lineare" centro ottocentesco, modellato sulla Torino anni'30-'40 del XIX secolo e di conseguenza sulla Parigi di allora : appartamenti sfitti e in decadenza, facciate antiche ormai consunte in un panorama dove spuntano ancora gioielli liberty accanto all'invasione del cemento risalente alla frenesia degli anni del grande scambio della  deindustrializzazione/speculazione edilizia, la cui espressione più evidente rimane la noia dell'essere punto di passaggio della crocieristica fiera delle vanità. La lite davanti al Monte dei Pegni sembra l'emblema di una "pervasività" del declino. Amministratori di buona volontà stanno cercando di fronteggiare questo stato di cose soprattutto recuperando alcuni importanti contenitori storici e da lì tentare il modellarsi di una nuova identità. Un tentativo da incoraggiare con fiducia: rimane però la sensazione dell'antico che afferra il nuovo e cerca di trascinarlo nel ritorno alla triste povertà di un tempo lontano mentre rimane il ricordo delle ciminiere da cui usciva il fumo degli altiforni: laddove stava la Savona del lavoro.

 

L’IMPEGNO FILOSOFICO E CIVILE DI PAPI
di Franco Toscani

Papi con Roberta De Monticelli
alla Sala del Grechetto per il
decennale di Odissea il 27 settembre
del 2013
 
Non è qui possibile render conto in termini esaustivi della grande passione filosofica, culturale, politica e civile di Fulvio Papi (1930-2022), testimoniata anche dalla sua sterminata bibliografia (pensiamo ad esempio ai suoi libri su Bruno, Kant, Marx, Hegel), dal suo lavoro di docente universitario, dalla sua attività di conferenziere, dai suoi interessi politici. In tempi lontani assunse pure, grazie alla collaborazione con Lelio Basso e Riccardo Lombardi, la vicedirezione dell'Avanti! Filosofo e storico della filosofia, allievo di Antonio Banfi, proprio sul suo maestro Papi ha scritto in numerose occasioni testi di assoluto rilievo (qui ricordiamo soltanto la monografia Il pensiero di Antonio Banfi, Parenti Editore, Firenze 1961), non a caso focalizzati spesso sul rapporto tra pensiero e azione, vita e filosofia. Proprio Vita e filosofia. La Scuola di Milano: Banfi, Cantoni, Paci, Preti è il titolo di un altro suo libro uscito nel 1990 presso Guerini e Associati che ci fa comprendere molto di quella "Scuola di Milano", sorta a partire dall'insegnamento di Banfi, alla quale lo stesso Papi appartiene e che costituisce un filone assai importante e stimolante nella storia della filosofia italiana della seconda metà del XX secolo (cfr. anche AA. VV., Sulla Scuola di Milano. Antonio Banfi e Valentino Bompiani nella cultura e nella società italiana dalla dittatura alla democrazia, a cura di F. Minazzi, Giunti, Firenze 2019). Sino all'ultimo, Papi ha mantenuto viva la sua passione politica e civile, mi riferisco qui a quello che probabilmente è il suo ultimo scritto, pubblicato pochi giorni prima della morte il 17 novembre 2022 dalla rivista milanese on line "Odissea" (diretta da Angelo Gaccione) e intitolato in modo eloquente Quando finirà la guerra?, in cui si interroga con inquietudine sulle prospettive e sulla possibile fine della guerra in Ucraina scatenata dall'invasione russa del 24 febbraio 2022. In particolare, qui il filosofo (triestino d'origine e milanese di adozione) pone l'attenzione sui pericoli dei nazionalismi e sovranismi odierni, sull'esigenza della sicurezza e della tolleranza, di una pace da raggiungere sulla base della possibile reciprocità di un'idea di giustizia; poi anche sulla sproporzione, sul contrasto e divario tra l'attuale straordinaria potenza scientifico-tecnologica e il grado di consapevolezza etica dei popoli e dell'umanità nel suo complesso. Papi si pone tra coloro che "non contano niente" e che però non cessano di aspirare a un più degno abitare dell'uomo, secondo una tensione etico-politica irriducibile, la quale non può che essere critica nei confronti delle forme date del potere politico. Per mettere in risalto la statura, l'atteggiamento e l'onestà intellettuale di Papi, concludo queste brevi note rammentando un episodio di cui egli fu testimone, riguardante il suo amico filosofo Franco Fergnani, un altro allievo di Banfi che insegnò presso la Università statale di Milano tra l'inizio degli anni Settanta e la fine del Novecento. L'episodio è davvero emblematico e significativo, merita a mio avviso la massima attenzione. Rievocando la figura di Fergnani (morto nel 2009 e sul cui pensiero sono in via di pubblicazione gli Atti del convegno di studi organizzato presso l'Università dell'Insubria di Varese, a cura di Fabio Minazzi), Papi riferisce di quanto avvenne durante la discussione della tesi di laurea di Fergnani sulla interpretazione marxiana della Fenomenologia dello spirito di Hegel, in cui l'autore della tesi ammetteva apertamente, a più riprese, di fronte al maestro Banfi i limiti e le insufficienze del proprio lavoro. Papi commentò l'episodio sottolineando che durante la discussione delle tesi di laurea non si era mai vista una cosa del genere, a testimonianza della rettitudine morale e intellettuale di Fergnani. Papi stesso, inoltre, ammise apertamente di aver imparato molto da Fergnani, negli anni dei loro studi giovanili, circa l'interpretazione del pensiero hegeliano. Purtroppo non ho mai frequentato Papi, ma negli ultimi anni, soprattutto grazie alla intermediazione di Gaccione e alla collaborazione comune con "Odissea", ho potuto avere con lui un fruttuoso scambio e confronto intellettuale, importanti segni di riconoscimento e di affetto, che mi confortano. Con Fergnani e con Papi se ne vanno altri due grandi vecchi della filosofia italiana, maestri non solo di filosofia, ma anche di umanità, di concreta verità umana, di pensiero vissuto, aperto, libero e antidogmatico, ricco di relazioni e di rapporti.