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venerdì 23 dicembre 2022

MEMORIA E PRESENTE   



Trieste. Ieri pomeriggio (21-12-2022) sono passata in via Ghega a Trieste. Ero di fretta e avevo le borse della spesa pesanti, ho superato due piccole targhe quadrate di bronzo incastonate sul marciapiede davanti al portone di un palazzo. Per la fretta avevo proseguito per venti metri. Poi mi sono fermata ed ho deciso di tornare indietro e leggere cosa era scritto su queste piccole targhe. Anche perché ricordavo il racconto di un ragazzo palestinese che le aveva viste in Germania e fotografate. Aveva poi raccontato le sensazioni di una persona che ha vissuto la persecuzione e si è poi trovata di fronte alla targa commemorativa di persone ebree che hanno vissuto la persecuzione nazista in Germania. Mi sono fermata sopra le due targhe, ho scattato due foto, però sono rimasta per alcuni minuti ferma lì inchiodata sul posto persa e combattuta in mille pensieri confusi e sentimenti contradittori. Ad un certo punto ho fatto un respiro profondo ed ho acceso una sigaretta. Ho allargato il collo del cappotto che mi soffocava ed ho lasciato ai miei pensieri la libertà di esprimersi in libertà... 
Sinceramente proprio ieri mi ero svegliata molto presto, erano le 5, e acceso il cellulare avevo scoperto che un prigioniero palestinese malato di cancro era morto all’ospedale. L’occupazione aveva dato alla madre il permesso di vederlo solo quando era già in coma. Poi hanno deciso di sequestrarne il corpo. Malgrado non fosse un evento nuovo, anzi succede tutti i giorni in Palestina, ero rimasta molto male di fronte a tanta cattiveria umana. Nel frattempo, nonostante tutto, non riuscivo ad ignorare quelle targhe per due persone che esistevano ed erano state uccise solo per il fatto di essere ebree. Pensavo a chissà quante volte ero passata su quel marciapiede e avevo calpestato le targhe senza accorgermene. Erano lì ed è tutto quello che rimane di persone che esistevano e sono state eliminate solamente per la loro etnia o religione, etnia o religione che loro non avevano scelto ma appartenuta loro per nascita come a tutti noi abitanti di questo pianeta. Cosa sentiranno e penseranno, come me adesso, nei confronti dei palestinesi o dei libanesi e dei siriani che ogni santo giorno subiscono la violenza dall’entità sionista che parla a nome di tutti gli ebrei del mondo? A dir la verità non sono riuscita ad andare oltre quelle targhe e spero di non aver mai calpestato i loro nomi per rispetto alla memoria delle vittime della ferocia umana. E soprattutto spero che ci siano tanti, moltissimi ebrei soprattutto israeliani, che conservino ancora memoria e umanità, e che nutrano questi stessi sentimenti nei confronti delle vittime in Palestina. È molto importante che tutti, nonostante il male stia flagellando l’umanità, conserviamo la nostra coscienza e rimaniamo umani.
 
Mouna Fares


 
PALESTINESI E MARTIRIO
 

Nasser Abu Hamid

Sono Nasser Abu Hamid. Ho messo il mio nome nei libri di storia 3 decenni fa. Nella prima intifada, il mio nome era una metafora della rivoluzione, quando le donne erano orgogliose dei loro figli, dicevano che Assad sarebbe diventato come Nasser. Potevo sopportare l’insopportabile, ma non potevo sopportare nemmeno per un momento un traditore. Mi sono ammalato di cancro per negligenza medica, non sono come te, e non posso andare in ospedale ogni volta che sento dolore, non posso aprire la finestra quando tutti nella stanza si accendono le sigarette. Ma Dio mi ha sempre salvato. Come se mi volesse per qualcos’altro! Ho trascorso più di due terzi della mia vita in prigione, non importa, se non vado in prigione per amore della libertà, allora a che serve la libertà? Sono stato sottoposto a un tentativo di omicidio all’inizio della mia giovinezza. Una dozzina di proiettili hanno trafitto il mio corpo. Il mio corpo ha ceduto alla morte in quel momento, ma la mia mente non ha accettato la morte e la terra era ancora occupata. Quando è scoppiata la seconda Intifada, tutti i miei progetti sono stati cancellati, non posso sposarmi, non posso aprire un’attività privata o una casa, non posso dormire, la patria chiede uomini e chi più di me può rispondere alla chiamata della patria! Non ho fallito nemmeno una volta nell’affrontare il terrorismo israeliano, chiedi alla mia pistola, Bisan, e ti dirà cosa abbiamo fatto insieme. È stata sottoposta a tre tentativi di omicidio durante l’intifada di Al-Aqsa. Ora sono malato terminale e alla mercé del mio carceriere. E hanno avuto l’opportunità di uccidermi lentamente, potrebbero effettivamente uccidere il mio corpo, ma non uccideranno la mia determinazione e volontà, formerò un esercito nei cimiteri e combatterò di nuovo i loro morti!

Nasser Abu Hamid