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lunedì 20 novembre 2023

RENCONTRE AVEC UN LIVRE
di Silvio Aman


 
Rassegna sul racconto a cura di Cesare Vergati per Bookcity 2023.
 
«Pioveva, una pioggerella da battesimi settembrini, e ho pensato fosse meglio entrare in libreria. Oltretutto, la giovane commessa aveva delle belle braccia nude, e su una di loro un vero giardino di rami e fiori variopinti. Anni dopo mi sono chiesto come mai, fra tanti libri abbia scelto il tuo, così poco visibile, messo in alto e di costa».
«Mi ricordo: nulla ti spingeva ad alzare la testa, quando ne avevi davanti di più comodi sui banconi o all’altezza degli occhi».
«Infatti, l’ho alzata, e nella fila ti ho scoperto – ma tu non sei mai stato alla comoda altezza del nostro sguardo – e se non mi avesse colto il desiderio di uscire a passeggio non ti avrei forse mai incontrato, oppure in un “clima psichico” differente e con altri esiti».
«Più o meno validi di quando mi hai fatto risorgere?»
«Scrivere di te è come girare attorno a un vaso di vetro istoriato con figure di vario genere, per cui ben poco si vede oltre la buccia».
«E in quel giorno sei proseguito col rischio di perdermi…»
«Di due passi, per poi ritornare».
«Scusa, se seguo lo spirito della narrazione per cui ci veniamo a trovare dove non sarebbe possibile, ma ho subito compreso, che a non piacerti troppo era il mio cognome di valligiano, mentre ti attirava il titolo».
«Proprio così, per seguirti lungo le tue vedute boschivo-lacustri, ora poetiche, ora soltanto se stesse».
«E oltre a questo, cosa trovavi in me?»
«Estatici precipizi e inquietanti levità… ma ti ho subito amato così!»
«Scusa, mi sorge un dubbio: parli dell’autore o dell’écriture?»
«Caro, sentivo di leggere te, in quell’astuccio color avocado – e cosa altrimenti?»
«Avocado... ma se sono bois de rose? Eh già, tu mi vedi attraverso una sorta di daltonismo psico-retinico».
«Prendo l’occasione per dirti, che non esistono tabelle cromatiche in grado di conoscere le tue tinte: ognuno ha la sua, ma tu, sul piano espressivo, sei riuscito a raggiungere l’ultravioletto e l’infrarosso, raggirando Medusa».
«E che c’entra Medusa?»
«C’entra, perché dagli spiragli dei tuoi libri, in cui passi continuamente du Coq a l’âne, nessuna realistica Medusa è mai riuscita a pietrificare gli sguardi ondeggianti che ti avvolgevano, e solo quando, sul lago di Thun, ti sei trasformato in un unico occhio, hai fatto tu stesso chi impietra, e allora addio chiare, fresche e dolci acque». 
«Eh, sì, guardavo trasformando me stesso in un unico occhio alla stregua di un cieco, ma se tu sei un lettore…»
«E cos’è un autore cui manchi chi lo raccolga? Tu hai scritto dei texstes plurielles, qualcosa di specular fiabesco che eseguivi come si farebbe con un liuto».



«E se mi apri sentirai anche l’aroma dell’olio di lino, cioè quello della stampa d’antan, per le note “di testa” come si dice dei profumi, e in tale aroma echeggia qualcosa di algoso e marino, sebbene io sia del tutto lacustre… purché attorno al “marino” tu non vada a chiedere precisazioni al Saint-John Perse degli Amer o all’olfattivo Grenouille di Patrick Süskind. E perché specular fiabesco?»
«Non chiederò a questi due che hanno lo sguardo a venti gradi dal suolo, mentre noi a sessanta verso le nubi baudelairiane. – Ma no, volevo solo dire che nello specchio delle tue mobili immagini c’è sempre qualcosa di gentilmente sognato».
«E certo ben lungi dal cogliere me! In molti hanno provato a de-finirmi… Poi, lo sai cosa ho detto à la Rimbaud, o se vuoi alla Rambo, nel libro in cui ero una sorta di benjamino della vita, per dirla col Settembrini della respirazione amorosa a Davos: “Abbandono la civiltà europea” e quando sono dolcemente impazzito: “Via, non mi seccate di nuovo con questa cartaccia stampata!”»
«Me lo ricordo, caro Jacob-benjamino, e questo libro-schermo, dove il piovigginoso, floreale e commovente télos è solo provvisoriamente teletico… Non mi ricordo più cosa volevo dirti».
«Ti verrà».
«Sai quanto spiace, quando le parole non vengono, perché così si disturba l’interlocutore, il quale, seccato dall’impossibilità di parlare a sua volta, incomincia appunto con il “Ti verrà”. Ah, ecco, volevo dire che questo piccolo libro, forse perché il primo della tua anfrattuosa raccolta, ha assunto per me qualcosa di mitico… del resto, il primo amore non si scorda più, se posso parlare così».



«Non preoccuparti: noi scorriamo lungo lo spirito della narrazione, per cui puoi fare tutto da te. Però, attento al mitico, aggettivo da atleti, vetture e profumi. Per l’amor del Cielo, sai bene cosa può diventare nel nostro mondo!»
«Ah, non v’è dubbio, ma dopo averti raccolto in libro, in me è avvenuta una sorta di cristallizzazione stendhaliana in grado di influenzare gli altri».
«Ma in fondo è così anche per l’autore: lui non si dimentica le prime pagine di adolescente, magari d’infimo ordine… è l’effetto “prima volta” per cui, se è vero che le successive si mostrano ben più solide, non hanno più lo stesso charme. Noi amiamo l’adolescenza e l’anelito, non il frutto maturo».
«Eh, sì, Vergänglichtkeit… Tutto declina, tranne il sogno d’amore, eppure ogni cosa si mostra proprio in questo incessante declino».
«Ma torniamo all’argomento: come fai a illuderti con tuo orecchio cardiaco e da cicisbeo di sentire tante cose del mio animo, pur continuando a ripetere singula est ineffabilis, se ci divide questa carovana di segni e immagini acustiche prive di oggetti?»
«Forse perché nel leggerti avverto una sorta di contiguità esistenziale».
«Ah, di nuovo la frase del signor Goethe y Weininger, che per capire l’altro occorra essere come lui! Ma noi lo siamo semmai tramite echi e tratti sinottici, mentre qui mi conferisci il tuo sentire sulla base dell’imitazione affettiva... Insomma, tu, da buon lettore, mi hai eseguito, come si fa con le note musicali, e in gran parte inventato».
«È vero, ma non ti ho letto per riprodurre una lapidario».