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sabato 24 febbraio 2024

IL CASO NAVALNY
di Maurizio Vezzosi



Mosca. I dubbi sulla vicenda di Alexey Navalny forse non verranno mai del tutto chiariti. Scrivo da Mosca, da dove mi sto per muovere per recarmi nuovamente verso il fronte ucraino. Quasi nessuno in Russia è persuaso dall’ipotesi di un coinvolgimento diretto di Vladimir Putin. Almeno apparentemente non vi alcun motivo credibile che possa giustificare una scelta del genere, tanto più in una mente ultrarazionalista e calcolatrice. E non certo per una questione di scrupoli. Dopotutto, perché uccidere un oppositore già detenuto che non rappresenta alcuna minaccia rilevante per il potere costituito? Perché ucciderlo dopo il clamoroso successo dell’intervista rilasciata al giornalista statunitense Tucker Carlson ed i possibili risvolti di questa? E perché farlo a ridosso delle elezioni presidenziali di marzo e dopo la presa di Avdeevka? A queste domande, si aggiungono la curiosa sincronia tra la morte di Alexey Navalny e la presenza di sua moglie Yulia alla conferenza di Monaco e le pesanti dichiarazioni di sua madre Ludmila. Il rigore della logica porta ad escludere l’ipotesi dell’ordine diretto di Vladimir Putin. Così come la tempistica della morte di Alexey Navalny porta a considerare assai poco realistica l’ipotesi di una morte naturale. Rilevare che Vladimir Putin abbia nelle sue mani un potere enorme è quasi banale: non lo è, invece, ricordare come in generale e nella Russia dei nostri giorni la natura del potere non sia del tutto monolitica, al di là di ogni apparenza. In questo senso, la possibilità che Alexey Navalny sia stato ucciso con l’intento di bloccare sul nascere un possibile dialogo con gli Stati Uniti è a mio avviso da considerare. Resta comunque un fatto indiscutibile: la vicenda nel suo complesso si è trasformata immediatamente nell’ennesimo argomento per giustificare l’invio di armi all’Ucraina, imporre nuove sanzioni e rinnovare l’oltranzismo antirusso, in primo luogo a Washington e Londra.