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mercoledì 2 aprile 2025

SU PRODI E L’EUROPA
di Stefano Vannucci


Romano Prodi

Ho letto l’articolo di Giacomo Costa su Prodi e l’Europa su Odissea del 19 Marzo. Concordo con le sue osservazioni, ne ho tratto allo stesso tempo un senso di desolazione nel leggervi il resoconto dell’intervista di Prodi rilasciata al Fatto del 15 Marzo, che non avevo letto. Quel senso di desolazione mi è suscitato non tanto da quello che Prodi dice - che è almeno in buona parte corretto - ma da quello che omette, e dalla conseguente debolezza ed inconsistenza del messaggio politico che trasmette. Come fa osservare Giacomo Costa alla conclusione del suo articolo, la cornice di riferimento condivisa per raggiungere e consolidare una situazione di pace e sicurezza condivise non può che essere qualcosa che assomigli ad una ‘legge internazionale’: che non può che essere allo stato attuale la carta dell’ONU. 
Ma la rilevanza - per non dire l’efficacia - della carta dell’ONU presuppone che gli stati aderenti - a cominciare innanzitutto e soprattutto dai membri dotati di armi di deterrenza termonucleare - riconoscano la piena legittimità e la rilevanza dei reciproci interessi, e la necessità di concorrere a negoziare soluzioni reciprocamente accettabili in caso di controversie suscettibili di generare conflitti. Dunque, in sostanza, il comune riconoscimento della realtà di un mondo multipolare. Ed il comune riconoscimento della legittimità degli interessi di sicurezza di ciascuno dei ‘poli’, come minimo. Espressi nel concreto dalle rispettive politiche estere. 
Per dimensioni di economia e popolazione complessiva, l’Europa (intesa nel senso usuale, come entità che esclude la Russia) ha tutti i numeri per essere uno di questi ‘poli’. Ma esercitare tale ruolo richiede la capacità di articolare una propria politica estera, che a sua volta richiede una istituzione di governo unitaria rappresentativa (dunque in pratica legittimata dal voto): che l’UE tuttora non ha, o almeno non ha ancora. Ed è solo sulla base di una comune politica estera, che ha senso parlare seriamente di una difesa comune. Ed è inoltre proprio dalla natura della politica estera prescelta che dipendono necessariamente caratteristiche e dimensioni appropriate della difesa comune. Ora, una UE che rinuncia ad articolare una propria politica estera accettando al contrario di esercitare un ruolo vassallo di un altro ‘polo’, e per di più di un ‘polo’ non disposto a riconoscere la realtà multipolare perché determinato ad affermarsi come unico ‘polo’ dominante sugli altri, è una UE che scommette tutte le sue carte sulla realizzazione della aspirazione del suo polo-guida alla ‘uni-polarità’. E accetta di farlo sebbene sia chiaro che quella aspirazione ‘unipolare’ del polo-guida di cui la UE ha scelto di farsi entità vassalla si è sempre più concretizzata in un accantonamento di fatto della carta ONU e nel conseguente discredito della ‘legge internazionale’. 

E nel concomitante tentativo di rimpiazzarla con un ‘ordine basato su regole’ o ‘ordine liberale’ ossia con un ‘ordine unipolare’.



Questo tipo di entità-vassalla a cui la UE ha di fatto accettato di ridursi non può ora aspettarsi di avere un ruolo significativo sulla scena internazionale senza neanche cominciare a liberarsi dalla condizione di ‘vassallaggio’ (e dal suo polo-guida come tale, non dall’uno o dall’altro dei leaders politici di quel ‘polo’). Tanto più quando il suo polo-guida si trova a sua volta costretto a riconoscere suo malgrado la realtà multipolare delle relazioni internazionali. 
Sono tutte connessioni abbastanza ovvie che ci si aspetterebbe emergessero almeno implicitamente nel ragionamento di un politico esperto e di ‘lungo corso’ come Prodi. E che naturalmente suggeriscono che, una volta riconosciuto infine anche dagli USA che il conflitto ucraino è di fatto essenzialmente un caso di guerra per procura degli USA contro la FR (ed un caso estremo del genere, oltretutto, per la significativa partecipazione diretta di personale tecnico-militare USA), una entità non dotata di una politica estera autonoma dagli USA non può sensatamente essere coinvolta nella trattativa di pace. Niente politica estera propria (cioè autonoma), niente ruolo possibile nella trattativa. E, allo stesso tempo, nessun possibile ritorno di credibilità per la legge internazionale senza un pieno riconoscimento della realtà multipolare da parte di tutti. Eppure, queste connessioni piuttostoovvie sono evidentemente assenti nel ragionamento di Prodi. Che, in particolare, insiste a rivendicare un ruolo negoziale per la UE senza sollevare il problema della costruzione di istituzioni europee in grado finalmente di identificare un interesse comune europeo, e di articolare sulla base di tale interesse una politica estera europea autonoma. Come minimo, molto ma molto deludente. La via da fare per un ritorno alla ragionevolezza dei paesi europei sembra ancora lunga. E spero di sbagliarmi, ma i destini della UE mi sembrano al momento ancora più grami.
 
[Siena 31 Marzo 2025]