PALESTINA: GIORNALISTI ITALIANI
Contro la congiura del silenzio.

Giornalisti uccisi a Gaza
A Gaza sono stati uccisi più
giornalisti in un anno e mezzo che in tutte le guerre mondiali, in Vietnam, nei
Balcani e in Afghanistan messe insieme.
Erano tutti palestinesi. Non è un effetto collaterale. È
una mattanza premeditata. È un attacco mirato al diritto di informare. Alla
libertà. Alla civiltà. Duecentodiciassette colleghi assassinati – forse di più
– mentre indossavano il giubbotto con la scritta PRESS.
Uccisi insieme alle famiglie, ai figli, ai loro sogni e
alle loro speranze di pace.
Hanno pagato il loro prezzo al diritto-dovere di servire
l’opinione pubblica del mondo intero. Ma ora più che mai è il nostro stesso
silenzio a presentare il conto. Di fronte a questa strage di colleghi, era
lecito attendersi un coro unanime di sdegno da parte dei nostri giornali, le
nostre televisioni, le nostre radio. Ma quest'unanimità non c'è stata. Sullo
sdegno ha prevalso in larga parte il silenzio, e la mistificazione della realtà
secondo le veline dell’esercito israeliano e del suo governo.
Anche tra noi giornalisti, in molti tacciono per paura di
essere etichettati, discriminati, isolati. Tacciamo per non disturbare. Questo
silenzio è comodo. Ma non è muto; parla. E non è gratis; costa. Ogni parola
taciuta allontana dalla verità e dalla storia. E ogni verità omessa rende
complici.
Complici di una strage permanente del popolo palestinese,
del diritto internazionale, dei più elementari diritti umani.
Complici di un Genocidio (altrimenti definito dal
segretario generale dell’Onu Antonio Guterres “campo dì sterminio” e su cui la
Corte internazionale di Giustizia si appresta a sentenziare in base alla
definizione dell’Onu del 1951).
Se non denunciamo ora, se non ci esponiamo ora, quale
giornalismo difendiamo? Chi guarderà a noi come modello? Non i giovani
reporter.
Loro guarderanno a Gaza. Ai cronisti che hanno scelto di
raccontare sapendo che poteva costare loro la vita. E molti, troppi, l’hanno
immolata per questo.
Il nostro silenzio parla. E un giorno griderà che abbiamo tradito la
nostra missione. Che invece di difendere le notizie, le abbiamo censurate.
Che invece di custodire la libertà, l’abbiamo
abbandonata.
Che invece di difendere i diritti e la democrazia, li
abbiamo sabotati.
Per questo intendiamo ribellarci a questa congiura del
silenzio che soffoca verità e giustizia e disarma le coscienze.
Alziamo finalmente la testa!
Le adesioni dei giornalisti vanno inviate ai
seguenti indirizzi e-mail:
massimoamato1205@gmail.com
g.giov2011@gmail.com
Complete di nome cognome, testata di appartenenza.
