LA GRANDE BONACCIA
DELLE ANTILLE di Franco Astengo
Questo
2025 di ferro e di fuoco (non ci inoltriamo in dettagli) sembra non aver
sortito alcun effetto sulle dinamiche in corso nel sistema politico italiano. Scrive l’IPSOS in conclusione di
una articolata analisi pubblicata ieri dal Corriere della Sera: “Si
consolidano dunque le buone performance dell’esecutivo e della premier (valutazione
espressa pur dopo aver analizzato il tema dei dissidi interni alla coalizione
di governo). Per di più quest’anno - e ancor di più dello scorso anno -
sembra difficile la costruzione di una alternativa praticabile resa complessa
dalle resistenze negli elettorati”. Insomma: le grandi difficoltà
della situazione internazionale, i temi di carattere economico e sociale, la
crescita delle disuguaglianze e - di converso - le grandi mobilitazioni dell’autunno
sia sul tema della pace sia sulle questioni sociali promosse dai sindacati
(CGIL e organizzazioni di base) non hanno smosso quasi nulla, anzi si è
prodotto un arretramento: anche i risultati delle “distillate” elezioni
regionali hanno fatto venire in mente Italo Calvino e la sua “Grande Bonaccia
delle Antille”. Ciò nonostante l’opposizione e in
particolare il PD non paiono aver aperto significativi canali di riflessione:
anzi si insiste sullo schema dell’ostinazione unitaria sviluppata in
chiave personalistica, apprestandosi a deleterie “primarie di coalizione” verso
le quali si stanno formando “correntoni” utilizzati per segnare il posto nella
fila delle candidature prossime a venire. Poco risalto viene fornito al
fatto che in mezzo a tutto questo (oltre ai già ricordati eventi
internazionali) si colloca una pietra d’inciampo non da poco rappresentato dal
referendum sulla magistratura che si sta esitando a trasformare (come sarebbe
giusto) in un voto sulla democrazia costituzionale. Soprattutto è assente una
riflessione sulla carenza strutturale nell’offerta politica che sta alla base di
quel fenomeno che ormai ha passato il livello di guardia dell’astensionismo
elettorale: segnale evidente della disaffezione (non tanto e non solo verso le
urne) e dell’esistenza di un vero e proprio “collo di bottiglia” tra la
condizione economica e sociale di buona parte della popolazione e quello che un
tempo si definiva “sbocco politico”. Abbiamo accennato al deficit
strutturale nell’offerta politica: un deficit riscontrabile soprattutto sul
piano della progettualità (anche la stessa ricerca dell’IPSOS già citata
fornisce un’idea di vacuità nella promozione delle scelte politiche affidate
ormai, come del resto sta avvenendo da molto tempo, per la gran parte all’immaginario
costruito tra TV e social): punti fondamentali di quello che dovrebbero
rappresentare le emergenze di un programma della sinistra appaiono
assolutamente dimenticati come la costruzione europea, il rifiuto al ritorno
alla logica dei blocchi, la programmazione economica da parte del “pubblico”,
la redistribuzione del reddito, il lavoro giovanile, lo stato sociale dalla
sanità agli anziani. Soltanto così si potranno
affrontare le già citate “resistenze negli elettorati” e prospettare davvero
una adeguata costruzione coalizionale. Si tratta soltanto di esempi buttati giù
a caso, perché la questione vera (anche nel rapporto tra le diverse forze
politiche che tra ambiguità e oscillazioni varie compongono l’opposizione) è
rappresentata dall’assenza di una espressione di egemonia prima di tutto
culturale. In realtà l’impressione è quella di una resa, di un cedimento alla “leggerezza
dell’immaginario” dietro alla quale si cela la personalizzazione e l’ulteriore
arretramento nella funzione storica dei soggetti politici. È il caso di
ricordare, infine, molto banalmente la scadenza referendaria che si svolgerà
nei primi mesi del 2026 e - ancora - l’assoluta deteriorità di primarie di
coalizione nella denigrata ipotesi di una modifica della legge elettorale che
imponga di nuovo l’indicazione del capo/a della coalizione (norma fra l’altro
di dubbia costituzionalità).