Alla Presidente Meloni, al
Ministro Tajani e al Ministro Crosetto Presidente Meloni, Ministro
Tajani, Ministro Crosetto. Scrivo a voi da Gaza perché ho
vissuto molti anni in Italia e la considero una terra vicina. E scrivo in una notte in cui il
vento a Gaza sembra parlare da solo. Non è un vento normale: è un vento che
entra nelle ossa, scuote le tende come fogli di carta e costringe migliaia di
persone a restare sveglie per paura che il proprio riparo venga portato via. È
un rumore continuo, simile al mare in tempesta, senza sosta. Mentre vi scrivo, famiglie intere
sono fuori sotto la pioggia, nel buio, stringendo ai bambini coperte che non
scaldano. Hanno paura che la tenda crolli, che il vento la strappi, che
qualcosa cada dall’alto. E mentre il vento passa, il freddo brucia. È strano pensare che nel 2026
esistano ancora luoghi dove una tenda decide la vita o la morte. Una tenda che d’inverno è un
frigorifero e d’estate un forno. Una tenda che non protegge da
niente, neppure dalla memoria di ciò che è stato perso. Gaza vive così da oltre due anni:
bombardamenti, fame, mancanza di cure, malattie, poi ancora fame, poi ancora
freddo. E oggi i numeri dell’ONU parlano chiaro: 95.000 persone in
malnutrizione acuta. Bambini morti di freddo. Anziani morti di freddo. Non per
un missile: per il freddo. E allora la domanda che vi rivolgo
non è tecnica, né diplomatica. È una domanda che riguarda la
coscienza, quella dimensione che nessuna carriera politica potrà mai sostituire: Come volete che la storia vi
ricordi? Il mondo vi guarda. Ogni epoca ha avuto la sua
tragedia. Ogni epoca ha avuto il suo punto
in cui era impossibile far finta di non vedere. Noi oggi viviamo uno di quei
momenti. So che la politica è complessa. So che gli equilibri
internazionali sono fragili. So che ogni parola pesa. Ma pesa anche il silenzio. E il
silenzio, in certi momenti, pesa molto di più. Tra dieci, venti, cinquanta anni,
quando qualcuno leggerà cosa è accaduto in questi mesi, nessuno ricorderà le
sfumature diplomatiche o le frasi calibrate. Ricorderanno solo chi ha parlato e
chi no. Chi ha protetto la dignità umana e chi ha preferito la prudenza alla
verità. Di Gaza resteranno i nomi dei
morti. Dei leader resterà ciò che hanno scelto
di fare mentre quei morti chiedevano aiuto. Per questo vi scrivo. Non per ottenere una risposta, non
per farvi cambiare linea politica con una lettera: sarebbe ingenuo pensarlo.
Scrivo perché c’è un dovere che va oltre la politica, ed è il dovere di
lasciare una traccia. Salvare le vite dal freddo, adesso e una voce che dica:
questa cosa non può essere normale. Vi chiedo di usare la vostra
posizione per fare e dire almeno questo. Per affermare che nessun popolo
deve morire di freddo, fame e abbandono. Per ricordare che la dignità non è
negoziabile. Perché, che lo vogliamo o no, la
storia sta già scrivendo questo capitolo, e un giorno qualcuno lo leggerà e
giudicherà. Non dimenticherà le vittime. E non dimenticherà nemmeno chi
aveva la possibilità di dire una parola e non l’ha detta. Con rispetto, ma senza
rassegnazione. Con dolore, ma senza silenzio.