Pagine

sabato 31 gennaio 2026

LO SMARRIMENTO DELLA POLITICA
di Franco Astengo


 
Tra etica ed estetica
 
La presentazione del numero di “Critica Marxista” dedicato ad Aldo Tortorella, svoltasi il 29 gennaio a Genova, non ha fornito semplicemente un’occasione di incontro tra personalità politiche che hanno attraversato le temperie del ’900 in particolare sulla frontiera del PCI e neppure ha costituito soltanto l’occasione per ascoltare relazioni brillanti ed impegnate (Roberto Speciale, Mattia Gambilonghi Marco Doria, Vincenzo Vita). Relazioni misurate ad esplorare soprattutto l’insieme del (disastrato) rapporto tra politica e cultura; quella connessione che aveva rappresentato la “stella polare” dell’agire politico di Tortorella come dell’insieme di una intera generazione di dirigenti e militanti della sinistra italiana. Se vogliamo inquadrare seriamente il senso complessivo del dibattito svolto allora dobbiamo usare la categoria dello “smarrimento della politica” ed entrare nel merito dello sforzo compiuto per ricercare le cause profonde: cause profonde la cui analisi potrebbe rappresentare un vero contributo per una ricostruzione di senso che appare difficile ma necessaria ed urgente.
Abbiamo registrato, infatti, lo scompaginarsi di tutte le categorie e di ogni individuazione di “frattura sociale”, in un affastellarsi di contraddizioni al riguardo delle quali è mancata una capacità di lettura e di proposta politica.
In Italia, lo scioglimento dei grandi partiti di massa su cui si era appoggiata la fase della ricostruzione post-bellica, ha reso particolarmente accentuato il divario tra esercizio dell’autonomia del politico ed evolversi delle dinamiche sociali. A questa considerazione si può aggiungere che, nel tempo, è mancato il rimprovero più severo che poteva essere rivolto ai protagonisti di quei “fraintendimenti dell’etica marxiana” che avevano dato origine agli inveramenti statuali del ’900: quello del tradimento dell’Utopia.



Dimenticando che U-topos significa “luogo che non c’è”. Se non c’è, però è soltanto perché non lo si è trovato e, dunque, bisognerebbe continuare a cercarlo, senza far sfoggio di ottimismo ma anche al di fuori dal ripiegamento da un pessimismo passivo. Forse è il caso di esaminare più a fondo la materialità del crollo di molte parti dell’“involucro politico” dentro al quale abbiamo vissuto le nostre esistenze di militanti. “L’agire politico”, ben oltre le regole dettate dalla politologia ufficiale, si è infatti trasformato in un confronto ristretto tra l’etica e l’estetica. Da un lato oggi, almeno nel dilaniato Occidente capitalistico, appare, infatti, egemone il rapporto tra l’estetica e la politica. L’estetica intesa come “visibilità” del fenomeno politico portato nella dimensione pubblica. Una “forma del politico” laddove anche la più stridente contraddizione rimane “sovrastruttura” e il pubblico può essere oggetto soltanto di un processo di una gigantesca “rivoluzione passiva”. Un’estetica il cui obiettivo è quello dell’anestetizzazione del “dolore sociale”. Una “anestetizzazione del dolore sociale” mantenuta, nel caso di reazioni impreviste, attraverso la repressione immediata delle eventuali insorgenze (individuali e collettive). Il confronto, però, a questo punto non può davvero che avvenire tra l’estetica e l’etica: l’etica intesa come il termine che designa le regole della condotta umana relativamente alla sfera del dovere, di ciò che è giusto/lecito fare, contrapposto a ciò che è ingiusto e/o illecito. È soltanto attraverso il filtro dell’etica che può essere consentito di guardare alla politica attraverso un costante confronto critico. 



La nostra tradizione ci dice, però, che i rapporti tra etica e politica non possono essere soltanto necessariamente conflittuali, perché l’etica può ricevere una incarnazione teorica nello Stato (Hegel) o nella classe oggettivamente rivoluzionaria (Marx): nelle forme, cioè, che apparivano allora mature del divenire storico. Come abbiamo visto l’esito del ’900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è stato risolto. Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del “governo” poiché proprio l’esito del ’900 ha posto il problema di verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali degli altri).



Estensione dei diritti nel senso di allargamento delle libertà o ricerca dell’uguaglianza nel nome dell’Utopia? Proprio attorno a questo interrogativo conserviamo il lascito più pregnante che ci ha lasciato proprio Aldo Tortorella.
Le risposte non possono star dentro al vecchio recinto della ricerca sulla priorità delle contraddizioni ma nella ripresa del confronto tra etica ed estetica. Ricostruire, perché è il caso di ricostruire, l’idea dell’etica pubblica intesa come idea portante dell’esistenza di criteri morali cui dovrebbe ispirarsi l’azione pubblica, l’agire politico, quella “democrazia pubblica” che riguarda la conduzione della vita dei cittadini. Una riconnessione, in sostanza, che deve avvenire tra principi ispiratori e pratica corrente: ciò che oggi sembra proprio essere venuto a mancare anche nelle stesse proposizioni di una filosofia politica unicamente legata all’estetica che ci appare non solo egemone ma addirittura dominante in una notte nella quale “tutte le vacche sembrano nere” anche perché attorno a noi spirano venti di guerra.