Tra etica ed estetica La
presentazione del numero di “Critica Marxista” dedicato ad Aldo Tortorella,
svoltasi il 29 gennaio a Genova, non ha fornito semplicemente un’occasione di
incontro tra personalità politiche che hanno attraversato le temperie del ’900
in particolare sulla frontiera del PCI e neppure ha costituito soltanto l’occasione
per ascoltare relazioni brillanti ed impegnate (Roberto Speciale, Mattia Gambilonghi Marco Doria, Vincenzo Vita). Relazioni misurate ad esplorare
soprattutto l’insieme del (disastrato) rapporto tra politica e cultura; quella
connessione che aveva rappresentato la “stella polare” dell’agire politico di
Tortorella come dell’insieme di una intera generazione di dirigenti e militanti
della sinistra italiana. Se vogliamo inquadrare seriamente il senso complessivo
del dibattito svolto allora dobbiamo usare la categoria dello “smarrimento
della politica” ed entrare nel merito dello sforzo compiuto per ricercare le
cause profonde: cause profonde la cui analisi potrebbe rappresentare un vero
contributo per una ricostruzione di senso che appare difficile ma necessaria ed
urgente. Abbiamo registrato,
infatti, lo scompaginarsi di tutte le categorie e di ogni individuazione di
“frattura sociale”, in un affastellarsi di contraddizioni al riguardo delle
quali è mancata una capacità di lettura e di proposta politica. In Italia, lo
scioglimento dei grandi partiti di massa su cui si era appoggiata la fase della
ricostruzione post-bellica, ha reso particolarmente accentuato il divario tra
esercizio dell’autonomia del politico ed evolversi delle dinamiche sociali. A
questa considerazione si può aggiungere che, nel tempo, è mancato il rimprovero
più severo che poteva essere rivolto ai protagonisti di quei “fraintendimenti
dell’etica marxiana” che avevano dato origine agli inveramenti statuali del ’900:
quello del tradimento dell’Utopia.
Dimenticando che U-topos
significa “luogo che non c’è”. Se non c’è, però è soltanto perché non lo si è
trovato e, dunque, bisognerebbe continuare a cercarlo, senza far sfoggio di
ottimismo ma anche al di fuori dal ripiegamento da un pessimismo passivo. Forse
è il caso di esaminare più a fondo la materialità del crollo di molte parti
dell’“involucro politico” dentro al quale abbiamo vissuto le nostre esistenze
di militanti. “L’agire politico”, ben oltre le regole dettate dalla politologia
ufficiale, si è infatti trasformato in un confronto ristretto tra l’etica e
l’estetica. Da un lato oggi, almeno nel dilaniato Occidente capitalistico,
appare, infatti, egemone il rapporto tra l’estetica e la politica. L’estetica
intesa come “visibilità” del fenomeno politico portato nella dimensione
pubblica. Una “forma del politico” laddove anche la più stridente contraddizione
rimane “sovrastruttura” e il pubblico può essere oggetto soltanto di un
processo di una gigantesca “rivoluzione passiva”.Un’estetica
il cui obiettivo è quello dell’anestetizzazione del “dolore sociale”. Una
“anestetizzazione del dolore sociale” mantenuta, nel caso di reazioni impreviste,
attraverso la repressione immediata delle eventuali insorgenze (individuali e
collettive). Il confronto, però, a questo punto non può davvero che avvenire
tra l’estetica e l’etica: l’etica intesa come il termine che designa le regole
della condotta umana relativamente alla sfera del dovere, di ciò che è
giusto/lecito fare, contrapposto a ciò che è ingiusto e/o illecito. È soltanto attraverso
il filtro dell’etica che può essere consentito di guardare alla politica attraverso
un costante confronto critico.
La nostra tradizione ci dice, però, che i
rapporti tra etica e politica non possono essere soltanto necessariamente
conflittuali, perché l’etica può ricevere una incarnazione teorica nello Stato
(Hegel) o nella classe oggettivamente rivoluzionaria (Marx): nelle forme,
cioè, che apparivano allora mature del divenire storico. Come abbiamo visto
l’esito del ’900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è
stato risolto. Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del
“governo” poiché proprio l’esito del ’900 ha posto il problema di verificare
fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non
solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non
è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a
fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute,
istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse
disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali
degli altri).
Estensione dei
diritti nel senso di allargamento delle libertà o ricerca dell’uguaglianza nel
nome dell’Utopia? Proprio attorno a questo interrogativo conserviamo il lascito
più pregnante che ci ha lasciato proprio Aldo Tortorella. Le risposte non
possono star dentro al vecchio recinto della ricerca sulla priorità delle
contraddizioni ma nella ripresa del confronto tra etica ed estetica. Ricostruire,
perché è il caso di ricostruire, l’idea dell’etica pubblica intesa come idea
portante dell’esistenza di criteri morali cui dovrebbe ispirarsi l’azione
pubblica, l’agire politico, quella “democrazia pubblica” che riguarda la
conduzione della vita dei cittadini. Una riconnessione, in sostanza, che deve
avvenire tra principi ispiratori e pratica corrente: ciò che oggi sembra
proprio essere venuto a mancare anche nelle stesse proposizioni di una
filosofia politica unicamente legata all’estetica che ci appare non solo
egemone ma addirittura dominante in una notte nella quale “tutte le vacche
sembrano nere” anche perché attorno a noi spirano venti di guerra.