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giovedì 12 febbraio 2026

LA FRAGILITÀ DELLA MEMORIA E DELLA STORIA
di Pierpaolo Calonaci


 
«Nel giorno in cui ricordiamo la fine di un genocidio,
guardiamo a come fermarne un altro che è in corso»
Laboratorio ebraico antirazzista
 
Nessuno ha il diritto di obbedire.
Hannah Arendt
 
Per commemorare la Giornata della Memoria, il Comune di Montespertoli, in provincia di Firenze, dove risiedo, ha scelto una modalità che, intellettualmente e umanamente, mi ha lasciato perplesso e sconcertato (per stare sotto le righe). Senza tante perifrasi, richiamo le parole che Tomaso Montanari ha usate nel suo discorso celebrativo della Giornata della Memoria presso l'Università per stranieri di Siena da lui magistralmente presieduta: “non citare la parola “Gaza” nelle cerimonie ufficiali di oggi significa tradire la memoria di quelle vittime e il senso stesso della Giornata della Memoria” .
 
La storia che il popolo ebraico ha subìto, e con lui tutte le “minoranze” (Rom, omosessuali, disabili, persone di pelle nera, testimoni di Geova e tutti coloro che erano bollati quali “diversi” e perciò assassinati dal totalitarismo nazifascista). Durante la commemorazione è stata sottolineata doverosamente che quella storia così drammatica non deve essere un oggetto da mettere sugli scaffali di un museo della memoria ma la memoria: denominatore comune di storia e storiografia che devono assolvere, oggi più che mai, il compito di strumento di conoscenza affinché quello a cui essi furono sottoposti, e che li cancellò, non si ripeta: Mai più. Sebbene un inciso s'imponga: ogni anno in occasione di questa ricorrenza, tornano a risuonare quelle parole, con il loro portato storico, conoscitivo, assiologico e ontologico. È un gran bene! Ma rimane qualcosa che mi desta disagio e preoccupazione; come se il loro contenuto civico non fosse ancora e nonostante tutto, entrato a fare parte del DNA della coscienza di ciascuno. Altrimenti i fascisti al governo, i loro discorsi sulla superiorità della razza bianca, il sovranismo con i suoi nazionalismi ancora dappertutto riemergenti, dove attingerebbero forza e consenso? E qui sta uno dei parossismi più sconcertanti sul piano logico e storico: la destra attuale è diventata il riferimento della maggioranza dei rappresentanti istituzionali della Comunità ebraica.


 
Il punto dolente (molto dolente) sono le proprietà che costituiscono quel Mai più secondo quello che si è svolto a Montespertoli.
Quel Mai più è stato riservato ad un popolo soltanto. Quella Giornata della Memoria racconta un'idea di storia che risponde appieno alla locuzione ne quid repubblica detrimenti capiat: nemica acerrima del materialismo storico quale indagine sulle condizioni di produzione dei rapporti sociali dominanti bensì funzionale ai requisiti di normalizzazione del sapere storico - quando ai suoi occhi scientifici la realtà mostra chiaramente che eventi drammatici per la vita umana si stanno perpetuando. Affermare Mai più e poi tacere sul presente tragico di un genocidio in corso, è rifugiarsi dietro al dito dell'indifferenza. Da qui, è questo il nocciolo, giungere a compiere il passo (molto preoccupante) di un concetto di Olocausto ad uso esclusivo di un solo popolo, il gesto è breve. Possiamo appellarci a Gramsci, quando rammenta che occorre dubitare recisamente e demistificare l'identificazione tra storia e la funzione sociale che l'ordine dominante via via le assegna, in quanto la storia viene deformata e usata solo per rapporti di forza organici ad ogni regime culturale dominante, storicamente determinato.



Quindi, se ho visto bene, la curvatura cui è stata sottoposta la Giornata della Memoria ha ottenuto l'effetto di commemorare lo sterminio degli ebrei usando solo un lato della storia, quello retroattivo. Ossia, non ha messo in collegamento ciò che a loro è accaduto con quanto sta oggi accadendo ai palestinesi. Questa metodologia tradisce, secondo me, un'impostazione tanto valida nell' avere documentato lo sterminio sistematico degli ebrei ma non si accorge (?) che vi rimane costretta, scivolando nel classico cul de sac; così il metodo storico si scinde al suo interno. E piega la storia agli interessi della politica. Questo non è da derubricare quale errore o svista. Questo non volere vedere l'attualità drammaticissima della condizione palestinese (e pure quella della maggioranza del popolo israeliano che sostiene avidamente il Sionismo ebraico) è configurabile quale normalizzazione della storia. In particolare, per lo scopo di queste righe, la normalizzazione del genocidio palestinese. Cioè, la sua negazione.



La normalizzazione è un processo storico che la storia avrebbe, primus inter pares, in virtù della sua epistemologia, invece compito di svelare. Quando i fatti sociali, con il loro portato politico e economico, impattano così tragicamente sulla condizione umana tanto da annientarla, la storia non può e non deve trasformarsi in quello stesso strumento che combatte (la normalità e la normalizzazione). Normalità e storia devono confliggere in un'aporia radicale che mai deve venire meno. Se ciò non accade, la loro identificazione è talmente esiziale da costituire uno dei fattori del funzionamento della legittimazione dei regimi, da quelli totalitari a quelli (ahimè) democratici. Dove le contraddizioni sociali, nelle svariate forme, sono attentamente neutralizzate (normalizzate e naturalizzate), ossia nascoste e negate. Lo stato di guerra permanente che oggi viviamo, senza che ce ne accorgiamo o preoccupiamo (non per tutti) è un lampante esempio di normalizzazione della quotidianità. C'è da rilevare che ogni normalizzazione della realtà umana e della sua storia di oppressione o di annientamento non può fare a meno di una autorità normativa, che non è quella, in questo contesto, del diritto ma quella di un dato ordine sociale e politico. Siccome l’autorità normativa ha buon gioco ad inserirsi come medium tra ogni regolarità surrettiziamente creata, presentandosi come potere che definisce cosa sia buono e cattivo, cosa credere e cosa no, cosa dire e cosa tacere, nasce il dubbio che nell’identificazione tra normalità e storia venga dissimulata propriamente la possibilità di capire chiaramente quelle condizioni di riproduzione del terrore finalizzato al genocidio palestinese. Tutto ciò non è altro che strumentalizzare la memoria.



Cui prodest l'utilità e la necessità della memoria, quando rischia di essere ridotta a storia normalizzata? Con la minaccia reale, in maniera speculare, di rinchiudere la memoria dell'Olocausto ad un'idea di passato, col quale noi Europei vorremmo aver chiuso in modo da aver così risarcito, definitivamente, il popolo ebraico della nostra complicità col regime nazifascista che li annientò. Con questo tortuoso e oscuro procedimento si rischia di fossilizzare, inoltre, il senso morale, la portata educativa, il valore civico di crescita spirituale e umana che storia e memoria intrinsecamente portano. Sono questi i risvolti morali che ci attendiamo dalla Giornata della Memoria? Questo non è altro che strumentalizzare la memoria.
Eppure i corpi dei palestinesi trucidati da molti decenni sono sotto gli occhi di tutti. Le loro biografie (e i loro sudari, ci ricorda la storica Paola Caridi) parlano chiaro. Noi occidentali quei sudari sub specie aeternitatis di lenzuoli li abbiamo appesi alle finestre per non rimanere irretiti in una storia e in una memoria temporalmente limitate. E cieca. Mentre l'indicibile lega il terrore sistematico di allora a quello che oggi stermina i palestinesi. Forse che le sofferenze dei palestinesi sono diverse? In cosa lo sono e per chi lo sono?



 
Davvero l'Occidente crede di avere l'unica parola con cui raccontare la storia?
 
A Montespertoli è andato in onda un modo molto parziale, per nulla universale e poco umano di fare memoria. Come ho descritto, una storia dimidiata. Davanti alla quale esprimo il mio dissenso; dico di no davanti alla sua pretesa metodologica di dire solo una parte di verità storica, sancendo la scissione inequivocabile del passato col presente. In particolare, oggi - che è entrato in vigore l'ennesimo dispositivo di repressione del dissenso anche, e non solo, per la questione israelo-palestinese (dove la legge tutela la sinonima antisionismo = antisemitismo, punendo chi la contraddice) occorre prendersi la responsabilità etica di criticare il Sionismo. E soprattutto assicurarsi che questa critica sia dialettica, relazionale ossia razionale, un movimento teorico della cultura, uno stimolo, un invito sempre aperto a quanti vogliano sedersi per confrontarsi, senza acredine. Il conflitto è l'anima del Logos, ricorda Eraclito. L'epoca moderna, e forse anche prima di questa, associa il conflitto al fare guerra, falcidiando l'essenza stessa della critica.