La risposta della letteratura. Ogni epoca
elegge il proprio linguaggio dominante. Il nostro ha scelto quello della
diagnosi. L’inquietudine diventa disturbo, la malinconia sindrome, l’eccesso
d’energia squilibrio da modulare. In nome dell’efficienza e della stabilità, la
fragilità tende a essere trattata come un’anomalia tecnica. La riforma sancita
dalla Legge Basaglia, promossa da Franco Basaglia, ha rappresentato una
conquista civile: la chiusura dei manicomi ha restituito diritti e dignità a
persone per troppo tempo relegate ai margini. Ma ogni conquista apre nuove
domande. Se i muri sono caduti, quale idea dell’uomo li ha sostituiti?
L’istituzione totale è stata superata, ma la tentazione di tradurre ogni
disagio in protocollo resta forte. Non si tratta di negare la malattia mentale
né l’utilità dei farmaci. La sofferenza psichica può essere grave, devastante,
talvolta mortale. La cura è necessaria. Ma quando la classificazione diventa
l’unico sguardo possibile, l’essere umano rischia di essere ridotto a
etichetta. Qui interviene la letteratura. Non per opporsi alla scienza, ma per
ricordarle che l’uomo non coincide mai interamente con la sua cartella clinica.
In Uno, nessuno ecentomila, Luigi Pirandello mostra la
frantumazione dell’identità come vertigine conoscitiva: la crisi non è soltanto
disfunzione, è scoperta della molteplicità. In Il giovaneHolden,
J. D. Salinger racconta l’irrequietezza giovanile senza medicalizzarla: l’insofferenza
è domanda di autenticità. E ancora: Alda Merini, che ha conosciuto l’esperienza
dell’internamento, ha trasformato la ferita psichica in parola luminosa. Nei
suoi versi il manicomio non è solo luogo di costrizione, ma anche spazio in cui
l’identità, pur ferita, continua a cantare. La poesia non cancella il dolore,
ma lo sottrae al silenzio. Allo stesso modo Antonia Pozzi ha
attraversato un tormento interiore che oggi qualcuno sarebbe forse tentato di
tradurre in formula clinica. Eppure la sua scrittura non è sintomo: è coscienza
acuta, sensibilità radicale, ricerca di senso fino al limite estremo. La letteratura
non romanticizza la sofferenza. Non suggerisce che il dolore sia un privilegio
o una scorciatoia verso il genio. Ma rifiuta che venga ridotto a errore
biologico. Restituisce biografia dove c’è solo codice, singolarità dove c’è
categoria. Il rischio della psichiatrizzazione diffusa non è la cura in sé, ma
la cultura che la circonda: l’idea che l’equilibrio continuo sia la misura di
tutto e che ogni scarto debba essere corretto. Eppure l’essere umano è anche
dismisura, ambivalenza, contraddizione. Non tutto ciò che inquieta è
patologico; talvolta è ricerca, talvolta è conflitto creativo. La scienza
misura ciò che può essere misurato. La letteratura custodisce ciò che eccede la
misura. La prima interviene sui sintomi. La seconda interroga il senso. In un
tempo che tende a nominare rapidamente per poter gestire, la scrittura
rallenta. Ascolta. Racconta. Ricorda che nessuna sigla potrà mai esaurire una
vita intera. La risposta della letteratura al problema della medicalizzazione
dell’umano non è un rifiuto della psichiatria, ma un invito alla complessità.
Curare, sì. Ma senza dimenticare che ogni persona è storia irripetibile, voce
unica, ferita che chiede non solo trattamento, ma comprensione.