Pagine

martedì 17 febbraio 2026

REFERENDUM: PARTITA APERTA
di Alfonso Gianni


 
Il No nel referendum avanza anche nei sondaggi.
 
Gli ultimi sondaggi vedono il No in netta risalita: la rilevazione di You Trend dell’11 febbraio stima il No in vantaggio del 2,2% sul Sì, dati confermati anche più recentemente (vedi Giovanni Diamanti su repubblica.it, del 16 febbraio). Diciamo la verità: il merito non è tutto delle ottime argomentazioni contenute nel materiale di propaganda allestito dal Comitato civico del No, presieduto da Giovanni Bachelet, che trovate cliccando su www.referendumgiustizia2026.it. L’insieme dei sondaggi capovolgono quindi la narrazione iniziale che voleva attribuire al Sì una facile vittoria. L’esito del referendum è in realtà contendibile. All’avanzata del No ha certamente contribuito inconsapevolmente anche il ministro Nordio. Ogni volta che apre bocca si capisce sempre meglio quale è la posta in gioco in questa partita. La sua esternazione in una trasmissione televisiva su La7 non lascia equivoci. Il ministro concede “generosamente” che il Pd un domani potrebbe ritornare al governo e in questo caso si ritroverebbe “ancora una volta con questa sovranità limitata dalle interferenze e dalle pressioni della magistratura”. Non è la prima volta che lo dice, peraltro, segno che ne è proprio convinto. L’obiettivo della maggioranza e del governo è infatti quello di rendere la “politica” zona franca, libera da presunti lacci e lacciuoli che le metterebbe una invasiva magistratura. In queste ultime ore il ministro ha ulteriormente caricato la sua aggressività definendo addirittura “paramafioso” il metodo con cui opera il Consiglio Superiore della Magistratura (vedi repubblica.it del 16 febbraio). Ciò che è insopportabile per le destre è precisamente l’equilibrio dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – che è precisamente uno dei pilastri su cui si fonda non solo lo stato democratico ma anche quello liberale. Solo che questa destra non conosce freni. Il suo è un disegno che punta alla destrutturazione e quindi alla rottura della Repubblica costituzionale. Un piano non originale – i precedenti di Gelli come della Trilateral non vanno dimenticati – che si articola in diversi passaggi. Il primo è stato quello dell’Autonomia differenziata. La Corte Costituzionale ha sì messo dei paletti, ma ha impedito il referendum interamente abrogativo, per quanto richiesto da un milione e trecentomila firme di cittadine e cittadini. In questo modo il più che spregiudicato Calderoli ha potuto agevolmente aggirare gli ostacoli posti e arrivare alle pre-intese con quattro regioni del Nord, segnando un punto a favore della secessione dei ricchi e della rottura dell’unità del Paese, anche se non ancora definitivo.
Il secondo passo è rappresentato dalla legge Meloni-Nordio contro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il terzo, se dovesse vincere il Sì nel referendum di fine marzo, si articola a sua volta in due progetti, il premierato, il sogno non nascosto della Meloni, e una legge elettorale fintamente proporzionale ma in realtà ultra-maggioritaria, dal momento che consegnerebbe alla coalizione con il solo 40% dei voti un premio di maggioranza che la porterebbe al 55%, dandole quindi una maggioranza assoluta nelle aule parlamentari quanto fittizia nel Paese.


Questo disegno, proprio perché si articola in passaggi tra loro legati, può essere spezzato se il No prevarrà nel referendum, all’opposto diventerà praticamente travolgente se dovesse vincere il Sì. Per questo è stata importante la raccolta di firme, oltre 540mila in tre settimane, promossa da un gruppo di 15 cittadini e la successiva ordinanza della Cassazione (non a caso sotto il tiro della destra) che ha valorizzato la partecipazione popolare all’indizione del referendum, che invece Nordio aveva dichiarato essere “inutile”, proprio perché il referendum - sia quello abrogativo di leggi ordinarie che quello costituzionale sulle modifiche della Carta -  è lo strumento di democrazia diretta previsto dalla nostra Costituzione, con il quale i cittadini decidono direttamente la sopravvivenza o meno di leggi o parti di esse.
Bisogna insistere in queste settimane sia sul testo che sul contesto politico istituzionale, se si vuole raggiungere e convincere quella maggioranza di cittadine e cittadini che tutti i sondaggi ci descrivono ancora indecisi o addirittura indifferenti, spesso perché privi della necessaria conoscenza della materia. La quale è sicuramente rivestita di tecnicalità di non immediata comprensione, ma neppure indecifrabile. Anzi.
Che il cuore della legge non sia la separazione delle carriere diventa subito chiaro quando si portano i dati che dimostrano che i passaggi da giudice a pubblico ministero e viceversa sono inferiori all’1%, dal momento che su questo aspetto era già intervenuta la legislazione precedente, come la cosiddetta riforma Cartabia.


In realtà il nocciolo sta nella divisione in due del Consiglio superiore della magistratura e nella creazione di un organo come l’Alta Corte disciplinare nonché nello scandaloso metodo di elezione tramite il sorteggio che per la parte “laica” avviene tra chi viene indicato da parte di un Parlamento controllato dalla destra. È proprio questo l’artificio con cui le forze fedeli al governo possono garantirsi una sorta di controllo sugli atti che competono al Csm. Le conseguenze possono essere che tra i magistrati vengono sorteggiate figure inadatte a quel delicato compito, e tra i “laici” possono passare in tutto o in maggioranza i fedeli al governo del momento. Qui sta il vulnus all’indipendenza della magistratura che è la condizione perché essa svolga il necessario bilanciamento nei confronti degli altri poteri.
Chi ci perderebbe sarebbero i semplici cittadini. Ne abbiamo una prova in positivo con la recente iniziativa della procura di Milano che ha posto sotto amministrazione giudiziaria la società che gestisce il servizio a domicilio per Glovo, denunciando lo sfruttamento algoritmico e le forme di caporalato che cancellano diritti e condannano a bassissime retribuzioni i riders, cioè i ciclofattorini. È difficile pensare che una magistratura intimidita e schiacciata dal potere politico avrebbe potuto muoversi contro poteri economici così forti anche a livello internazionale. Lo può fare invece solo una magistratura indipendente e libera da ogni forma di controllo del governo di turno, venendo così incontro al bisogno di giustizia indispensabile soprattutto per chi si trova negli scalini più bassi della condizione sociale.