Una delle
tesi sostenute compilando questo lavoro è quella dell'importanza del voto al
riguardo del referendum sul lavoro indetto dalla CGIL e svolto nel giugno 2025.
Non si raggiunse il quorum ma il voto favorevole ai quesiti superò i 12 milioni
di voti: non lontano quindi da quei 14 milioni di voti che hanno consentito di
sconfiggere l'ennesimo attacco alla Costituzione. Un risultato accantonato
frettolosamente come una sconfitta da dimenticare invece punto di raccolta di
una aggregazione che ha funzionato da piattaforma per il risultato odierno.Come si vedrà le percentuali sul totale degli aventi diritto non risultano
poi così tragicamente minoritarie. Abbiamo così provato a comparare il voto
del No nel referendum costituzionale con il voto favorevole ai quesiti
CGIL, regione per regione (percentuali sempre rigorosamente sul totale degli
aventi diritto). Le distanze percentuali minori
tra il No 2026 e il voto favorevole ai quesiti CGIL 2025 si sono
verificati in Piemonte e Lombardia rispettivamente con un meno 3,43% e un meno
3,76%: dimostrazione dell'esistenza di un problema operaio al Nord al di fuori
da una più complessa "questione settentrionale". Appare evidente che
in Piemonte e in Lombardia siano emersi settori (presumibilmente impegnati
nell'industria) che hanno votato per i quesiti proposti dalla CGIL confermando
soltanto parzialmente l'indicazione del sindacato nel referendum confermativo.
Da notare ancora che il voto 2025 nelle due regioni ha avvicinato molto quello
di Toscana ed Emilia tradizionali capofila delle cosiddette "regioni
rosse" dove può essere permesso affermare che il voto segue in grandi
dimensioni l'indicazione politica generale. In conclusione emergono alcune
questioni di grande rilievo che dovrebbero impegnare da subito il fronte uscito
vittorioso da questa contesa: 1) il considerare questo
risultato del No nel referendum confermativo (considerata appieno la
valenza politica) come punto d'appoggio fondamentale per la costruzione di una
alleanza stabile e strutturata capace di proporre un'alternativa; 2) L'esistenza di un divario
rilevante tra Centro Nord e Sud, accompagnato dell'acuirsi della diversità tra
i centri urbani e le piccole città, gli entroterra, le periferie anche quale
esito della crescita complessiva delle disuguaglianze; 3) La necessità di approntare una
risposta alle problematiche giovanili. Il voto della generazione Z può essere
stato originato, in questa occasione, da un moto per certi versi spontaneo di
anelito democratico ma ha ora bisogno di consolidarsi attorno a una concreta
capacità di proposta; 4) esiste una questione di
"condizione materiale" (aggravata dalla crisi internazionale e dalle
incertezze del governo prima di tutto intorno alla vicenda europea e della
relazione con gli USA) che si riflette in particolare nelle aree più avanzate e
suoi settori maggiormente coinvolti nella fase della post-globalizzazione e
dell'innovazione tecnologica: il tema molto sentito dell'assenza di
programmazione industriale ne fa parte appieno.