Il santo bevitore È un
toccante inno di civiltà e poesia, il Santo bevitoreprodotto dal Teatro
Out Off e messo in scena fino al 22 marzo con il progetto dell’Officina
Teatrale Mirandola e la collaborazione di Recula Teatro. La giovane compagnia rivisita il
racconto del 1939 di Joseph Roth, reso noto in Italia nel 1988 dal film di
Ermanno Olmi, ambientandolo in una stazione in
disuso della metropolitana di Milano. La comunità di senzatetto, sei personaggi
in cerca di passato, di istanti che hanno reso o potrebbero ancora rendere la
vita degna di esser vissuta, creano un cerchio magico di voci, canti, aneddoti
e preghiera. Sono individualità emarginate — una delle quali, sin dalle prime
battute, sull’orlo del gesto finale e dell’uscita di scena — ma unite da uno
spirito di solidale unione attraverso il gesto, la voce, il racconto. Spirito
che i sei giovani interpreti trasmettono bene con il loro
entusiasmo. Il regista Tommaso di
Pietro, che con Blu Silla è anche drammaturgo dello spettacolo, è in scena con
voce e chitarra nel ruolo di cantastorie e coro in un dialetto lombardo
sicuramente svecchiato ma suadente. Coordina lo slancio della compagnia e delle
parlate che variano da altri dialetti, a lingue straniere, a mere emissioni
vocali. L’identità di gruppo, sospesa in un sottoterra tenero e grottesco,
rappresenta bene attraverso il gioco scenico la personalità multipla di Andreas
Kartak, l’alcolista che riceve in dono da un misterioso benefattore duecento
euro e, attraverso quell’inesplicabile gesto di generosità, entra in relazione
con “la piccola santa Teresa”, con la quale è chiamato a saldare un conto
economico che è anche religioso, spirituale e sociale. La leggendadi
emarginazione e redenzione è divenuta così un
corale poemetto civile. I toni scuri della scena, rotte con efficace scansione
drammaturgica dalle luci improvvise e dal frastuono di un invisibile treno
metropolitano, illuminano anche la passione e lo slancio empatico della giovane
compagnia.