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domenica 24 maggio 2026

TACCUINI MILANESI
di Angelo Gaccione


 

Il Palazzo Stampa di Soncino
  
Palazzi che occupano un’intera via ce ne sono diversi a Milano. Ma può anche capitare che gli ingressi si distribuiscano su più vie occupando con la loro stazza un’area considerevole, definendone la forma geometrica ed influenzando il resto dello spazio attorno. Prendiamo per esempio il cinquecentesco Palazzo Stampa di Soncino: l’ingresso al numero 61 si distende in lunghezza per un significativo tratto della via Torino; poi gira nella omonima via Soncino dove c’è un secondo ingresso, il numero 2, e la occupa per intero. La via è lunga quanto il palazzo, 85 dei miei passi ben distesi, contando dall’imbocco di via Torino, e prosegue ripiegando ad angolo nel vicolo di Santa Maria Valle dove c’è un ulteriore ingresso. La vastità dello spazio originario che gli dava respiro si è ridotta nel tempo ad un minuscolo slargo, occupato dalle abitazioni del vicolo. Un po’ più avanti c’è la stretta via Stampa: in pratica, il casato ha messo il suo sigillo su un’intera area. L’imponente colonnato ai lati del portone ci rivela che questo è l’ingresso principale e che dà accesso al cortile d’onore. Trovandolo aperto, seppure protetto da un importante cancello, sono riuscito a sbirciarvi. Le carrozze dell’epoca lo avranno varcato una infinità di volte, con i suoi padroni e i suoi ospiti. 



Da fuori si vede un pezzo di torre che sovrasta il palazzo e si innalza su tre blocchi di grandezze diverse; la sua elevazione raggiunge un’altezza di ben 42 metri. Alla sommità svettano due colonne che reggono un globo terrestre su cui poggia un’aquila bicipite che a sua volta regge una corona: si tratta dei simboli di Carlo V d’Asburgo e dei suoi vasti domini imperiali. Il motto Plus Ultra su quelle che dovrebbero evocare le Colonne d’Ercole, dal basso non si legge, ma ingrandendo i particolari delle foto che ho scattato, compaiono delle lettere vergate in posizione obliqua. A farselo costruire, questo Palazzo, era stato il marchese Massimiliano, che si era avvalso dell’architetto della Fabbrica del Duomo, Cristoforo Lombardo. Al tempo della loro realizzazione queste costruzioni devono avere impressionato non poco gli abitanti di quelle che venivano chiamate contrade. Questo è a pochi passi dal Carrobbio che a quell’epoca era un agglomerato di case di artigiani e popolani. Il palazzo di fronte è altrettanto lungo e occupa anch’esso tutta la via Soncino; meno blasonato e con due soli numeri civici: i dispari 1 e 3. Due palazzi per una sola via: potenza del danaro.