Jean-Luc Nancy (1940-2021)
è stato uno dei più noti filosofi contemporanei: nel suo lavoro si è
interessato soprattutto ad argomenti riguardanti
le problematiche politico-sociali, le modalità di sviluppo e costruzione della
società e la coesistenza degli individui nella società moderna. Nel 2011
fu invitato dall’Università di Tokyo a tenere una video-conferenza sul tema Fare filosofia dopo Fukushima. Il
volumetto dato alle stampe da Mimesis nel 2016 con il titolo L’equivalenza delle catastrofi riporta
le tesi, provocatorie e inquietanti, da lui espresse in quell’occasione,
prefate da un impegnativo saggio di Giovanbattista Tusa. Di cosa parla Nancy in
queste pagine? Sostanzialmente della nostra apocalisse prossima ventura,
pressoché inevitabile se non si metterà mano a un cambio di rotta radicale
nelle abitudini di vita, nella ricerca scientifica e tecnologica,
nell’indirizzo economico e nelle scelte politiche dell’intero pianeta. Viviamo in un mondo disorientato
e disordinato, assemblato in molteplici e confuse forme prive di una
prospettiva comune e condivisa di sviluppo: un mondo capace solo “di
moltiplicare l’immondo”, in cui qualsiasi emergenza naturale (terremoti,
inondazioni, siccità, eruzioni vulcaniche…) diventa catastrofe epocale e senza
confini. Così è stato per Fukushima, il cui nome rievoca tragicamente nella
rima il primo olocausto nucleare di Hiroshima: nel marzo del 2011 un sisma e lo
tsunami che ne derivò provocarono una catastrofe tecnica, con ripercussioni
sociali, ecologiche, sanitarie, economiche, politiche di cui è ancora oggi
impossibile tracciare un perimetro nel tempo e nello spazio. La stessa cosa
avviene ogni qual volta nel mondo accada un incidente chimico o nucleare,
un’improvvisa e imprevista epidemia, uno sconquasso della natura: tutto ciò
produce “un’interconnessione, un intreccio e persino una simbiosi” degli
effetti della catastrofe, che si riflette su ogni scambio culturale, politico e
commerciale globale.
Se Adorno rifletteva
sull’impossibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz, c’è da chiedersi se sia
ancora possibile oggi fare filosofia dopo Fukushima, dopo ogni devastante
terremoto, dopo le stragi di guerra e gli atti di terrorismo, dopo i crolli
finanziari che coinvolgono le economie nazionali. Nancy accusa l’intero occidente
capitalistico di aver creato negli ultimi due secoli una complessità di sistemi
interdipendenti, con l’unico fine del profitto economico e dell’accumulazione
monetaria, per cui ogni avvenimento locale si ripercuote a livello universale,
con conseguenze inarrestabili e imprevedibili. In questo senso, tutte le
catastrofi sono equivalenti, e ad esse non si riesce più a opporre margini e a
dare risposte in senso filosofico o religioso: l’energia atomica, anche a uso
civile, rimane un pericolo potenziale dagli effetti spaziali e temporali
immisurabili, eccedenti le capacità di controllo tecnico e politico di
qualsivoglia superpotenza.
“La vita nelle sue forme, i suoi
rapporti, le sue generazioni e le sue rappresentazioni, la vita umana nella sua
capacità di pensare, creare, gioire o di tollerare è precipitata in una
condizione peggiore dell’infelicità stessa: uno stordimento, uno smarrimento,
un orrore, uno stupore senza appello”. Che fare, quindi? Come salvare
noi stessi e le generazioni future da questo orizzonte apocalittico che ci
sovrasta, se ogni catastrofe naturale può diventare una catastrofe di civiltà
che si propaga illimitatamente? Ripensando tutto, suggerisce Nancy. A
cominciare da un’idea utopistica di sviluppo inarrestabile, di crescita
economica e tecnica proiettata in un domani sempre più ricco e perfetto.
Pensare il presente, lavorare per il presente, migliorare il presente.
Abituarci all’idea di rifondare una civiltà che, modificando le esasperazioni
economicistiche attuali, aiuti a preparare un domani vivibile e sostenibile per
tutti, nel quale “la produzione conti meno dell’attenzione al fatto stesso
della nostra esistenza”.