SOFFERENTE SCRIBA DI MANZONI E SBRANA di Giorgio Bolla
Rivisitazione del Notturno dannunziano. Qual è il
discrimine tra ciò che è reale e ciò che non lo è? È la sospensione del
giudizio che conta. Disteso, orbato, sul suo catafalco veneziano Gabriele D’Annunzio
oppone resistenza alla morte, al disfacimento del proprio corpo, alla perdita
del riconoscimento dell’Altro. Il ritorno nell’umano, dopo aver avvicinato le
vette superomiche. Un colloquio privo di orpelli con la Signora, questa volta. Nel
Saggio Soffrente Scriba (Algra Editore, 2026) di Franco Manzoni e Marco
Sbrana nemmeno una lettura particolarmente attenta ed esperta permette di
discriminare quale sia la mano del maestro e quale quella del giovane e
promettente allievo: l’ampiezza e la sapienza dell’analisi letteraria e
filosofica del Notturno di Gabriele D’Annunzio – opera scritta in modo
vertiginoso nel 1916 nel buio della Casetta rossa sul Canal Grande di Venezia
dopo l’incidente aereo che aveva reso temporaneamente cieco il poeta –
associano la sensibilità dei poeti alla esperienza dei critici. A mio parere,
tutti i punti nodali sono affrontati nella ricerca di chiarificazione di un
testo difficile e scritto in condizioni estreme e che adopra una prosa
sperimentale, capostipite per tutta la successiva prosa lirica.
La condizione
speciale dell’isolamento, immersa nelle nebbie lagunari che mi ricordano l’atmosfera
della epidemia di colera evocata in La Morte a Venezia – opera scritta
pochi anni prima (1912) da Thomas Mann – o il ricordo doloroso dei camerati
caduti, in particolare dell’amico fraterno del poeta Giuseppe Miraglia (e qui
mi sovviene l’Ignazio Sanchez Mejias di Garcia Lorca) definiscono questo
rapporto sensoriale, realmente privo di speranza ma provvisto di altissima
dignità, con la morte. Morte che giunge dopo il compimento del disfacimento
carnale. Ma l’uomo, ora non più Superuomo, si ribella e resiste. Nonostante lo
stordimento, lo spaesamento, la frammentarietà dei pensieri e quindi delle
parole D’Annunzio, amorevolmente assistito dalla figlia “Sirenetta”, cerca il
suo ritorno a casa, come un rientro prenatale nell’utero della madre così
amata. È proprio lo sperimentalismo del testo dannunziano che permette la
creazione di una onda di musicalità permanente. Ottenimento di perfetta sinestesia.
Gli Autori del Saggio riescono mirabilmente a spiegare, dimostrando ancora una
volta come solo i poeti sono i conoscitori della sintesi assoluta del
linguaggio. Dunque il Notturno, testo in prosa lirica, nasce dal
confronto brutale ma paritario tra uomo e Signora, del quale si può solo
intuire l’esito finale. Viene scritto a pg. 35 del Saggio: … la volgarità
della morte che estirpa lo splendore.