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domenica 14 giugno 2026

SOFFERENTE SCRIBA DI MANZONI E SBRANA
di Giorgio Bolla


 
Rivisitazione del Notturno dannunziano.
  
Qual è il discrimine tra ciò che è reale e ciò che non lo è? È la sospensione del giudizio che conta. Disteso, orbato, sul suo catafalco veneziano Gabriele D’Annunzio oppone resistenza alla morte, al disfacimento del proprio corpo, alla perdita del riconoscimento dell’Altro. Il ritorno nell’umano, dopo aver avvicinato le vette superomiche. Un colloquio privo di orpelli con la Signora, questa volta. Nel Saggio Soffrente Scriba (Algra Editore, 2026) di Franco Manzoni e Marco Sbrana nemmeno una lettura particolarmente attenta ed esperta permette di discriminare quale sia la mano del maestro e quale quella del giovane e promettente allievo: l’ampiezza e la sapienza dell’analisi letteraria e filosofica del Notturno di Gabriele D’Annunzio – opera scritta in modo vertiginoso nel 1916 nel buio della Casetta rossa sul Canal Grande di Venezia dopo l’incidente aereo che aveva reso temporaneamente cieco il poeta – associano la sensibilità dei poeti alla esperienza dei critici. A mio parere, tutti i punti nodali sono affrontati nella ricerca di chiarificazione di un testo difficile e scritto in condizioni estreme e che adopra una prosa sperimentale, capostipite per tutta la successiva prosa lirica. 



La condizione speciale dell’isolamento, immersa nelle nebbie lagunari che mi ricordano l’atmosfera della epidemia di colera evocata in La Morte a Venezia – opera scritta pochi anni prima (1912) da Thomas Mann – o il ricordo doloroso dei camerati caduti, in particolare dell’amico fraterno del poeta Giuseppe Miraglia (e qui mi sovviene l’Ignazio Sanchez Mejias di Garcia Lorca) definiscono questo rapporto sensoriale, realmente privo di speranza ma provvisto di altissima dignità, con la morte. Morte che giunge dopo il compimento del disfacimento carnale. Ma l’uomo, ora non più Superuomo, si ribella e resiste. Nonostante lo stordimento, lo spaesamento, la frammentarietà dei pensieri e quindi delle parole D’Annunzio, amorevolmente assistito dalla figlia “Sirenetta”, cerca il suo ritorno a casa, come un rientro prenatale nell’utero della madre così amata. È proprio lo sperimentalismo del testo dannunziano che permette la creazione di una onda di musicalità permanente. Ottenimento di perfetta sinestesia. Gli Autori del Saggio riescono mirabilmente a spiegare, dimostrando ancora una volta come solo i poeti sono i conoscitori della sintesi assoluta del linguaggio. Dunque il Notturno, testo in prosa lirica, nasce dal confronto brutale ma paritario tra uomo e Signora, del quale si può solo intuire l’esito finale. Viene scritto a pg. 35 del Saggio: … la volgarità della morte che estirpa lo splendore.