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lunedì 20 luglio 2026

GENOVA 25 ANNI DOPO
di Franco Astengo
 

19 luglio 2001: G8 di Genova, tre giorni di “innocenza perduta”.
 
In questi giorni si sono accumulate analisi, ricordi, retrospettive: potrebbe apparire ultroneo aggiungere qualcosa. Purtuttavia una chiosa potrebbe esserci concessa. Non furono soltanto incidenti e poliziesca “macelleria messicana”: il tutto, in seguito, delegato alla magistratura e al ricordo. In realtà nel corso di quei giorni abdicò la politica: da un lato ci si rassegnò a una idea della politica concepita esclusivamente come ordine pubblico con il corollario di sopraffazione e di violenza e dall’altro emerse una pratica che considerava la politica come assegnata alla categoria del “movimento senza visione” inteso come fattore del “tutto”. Si aprivano i 25 anni del “disordine”: poche settimane dopo esplosero le “Torri Gemelle” con le conseguenze che ben conosciamo, poi la crisi del 2007, l’emergere dell’insostenibilità ambientale del modello novecentesco di sviluppo capitalistico, il “salto del tappo” della globalizzazione con il ritorno alla geopolitica militarizzata, fino all’attualità densa di pericoli e attraversata da parole che non avremmo mai più voluto sentire: guerra, pericolo nucleare, genocidio. Intanto le democrazie rappresentative dell’Occidente si trovavano erose dall’interno dal ritorno dei peggiori “ismi”: populismo, nazionalismo, razzismo e l’idea della “fine della storia” si mostrava in tutta la sua fallacia. Nazioni considerate terra di conquista del capitalismo globale emergevano come grandi potenze e la richiesta di materiali necessari per l’innovazione tecnologica mutava di segno anche dal punto di vista dei riferimenti geografici.



Nel corso di questi 25 anni non si sono aperte le porte della prosperità, della pace, della democrazia ma si sono presentate sul cammino dell’umanità tappe di un percorso seminato di disillusioni, inquietudini, paure cancellando del tutto il portato sociale, politico, culturale dei “30 gloriosi” del ’900, che già la reaganomics aveva posto in totale discussione. Siamo al punto in cui fa paura il progresso tecnologico e si presenta una spaventosa concentrazione di potere al vertice di chi amministra quello che appare un sapere scientifico rivolto al mutamento radicale nell’insieme delle relazioni sociali. Lo scenario peggiore ci sta presentando il conto. Poco si riflette su di un percorso compiuto nel pensiero teorico dall’insieme delle forze politiche, a partire dal rapporto stilato da Francois Lyotard nel 1979 per conto dell’Unesco (”La condizione post-moderna”) laddove si sosteneva che fossero giunte al capolinea le meta-narrazioni che nella modernità avevano cercato di dare senso unitario alla realtà: l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo. Jurgen Habermas si accorse subito della china che avrebbero preso le cose e avanzò una critica serrata al “pensiero debole” individuandone gli obiettivi che erano quelli della superficialità culturale e del disarmo etico. Quanto abbia pesato il prevalere sulla realtà politica di questo “pensiero debole” post-moderno, di cui a Genova si videro le espressioni, sembra evidente se consideriamo il prevalere di una forma di quel “relativismo politico” che ha avuto il ricasco nell’idea della “decrescita felice”. “Decrescita felice” che ha avuto una stagione di grande fortuna trovando spazio tra i fautori del pensiero delle “moltitudini movimentiste” e nella dannazione del “pensiero forte”, della razionalità concreta, del realismo storicista. 



Proprio il ricordo del 2001 ci chiama ancora a distinguere tra “pensiero debole” e “senso del limite”. “Senso del limite” da cui dovrebbe discendere una teoria di quel “socialismo della finitudine” individuato teoricamente come portatore di una visione di una società nella quale affrontare la complessità delle contraddizioni in atto intrecciando il portato “materialista” con quello “post-materialista” (per dirla in termini semplicistici ma forse più o meno comprensibili). Una distinzione necessaria quella tra “pensiero debole” e “senso del limite” da intendersi come base per una nuova concezione dell’ideologia. Una concezione protesa oltre la semplice idea di una democrazia contrattualistica. Una visione che reclama l’organicità di un’egemonia di visione per una società diversa fondata sull’uguaglianza e la sobrietà. Un “senso del limite, una sorta di “umiltà” d’approccio che rechi con sé un’idea-forza dell’alternativa, ricordando che l’assenza di una sufficiente espressione di soggettività è causa non secondaria delle difficoltà che incontrano i diversi sistemi i cui protagonisti sembrano trovarsi in difficoltà a trovare nuovi equilibri. Sarà soltanto attraverso l’espressione di una critica alla concezione della politica quale mera sfera della mediazione che sarà possibile riformulare una interpretazione attiva del rapporto tra struttura e sovrastruttura. Nella post-modernità sta emergendo una nuova dimensione nel rapporto tra politica e tecnologia e ancora tra questa e la stessa natura umana.



Quando la struttura economica va in crisi si ha un rivolgimento nella sovrastruttura. A Genova 2001 non si riuscì a capire che la chiave per affrontare ciò che si stava presentando sulla scena stava in una diversa concezione della soggettività “non presupposta ma posta; non individuale ma collettiva”. Fu quella di Genova una reazione frutto di uno sforzo generoso ma interno allo spirito dei tempi, di sfrangiamento individualista. A Genova mancò la capacità di comprendere come la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, fosse in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale degli uomini e alle loro condizioni di vita e di lavoro. In quel momento ma anche in seguito si smarrì il senso del comprendere come i diversi momenti della sovrastruttura (le forme politiche della lotta di classe, le forme giuridiche, ecc.) esercitassero e continuassero a esercitare la loro influenza sul decorso delle stesse lotte, determinandone forma e contenuto.
Oggi si tratterebbe di riproporre, nonostante le segmentazioni in atto, l’imperante paura di massa e il relativo rifugio nell’io, la prospettiva della ricostruzione del “blocco storico” da realizzarsi, prima di tutto sul piano teorico, attraverso la riunificazione delle categorie d’uso della politica di marca anglosassone (policy, politics, polity). Lo scopo dovrebbe essere quello di tornare ad esprimere l’unità di un processo storico reale, ristabilendo le connessioni perdute tra il pensiero e l’azione, tra la teoria e la prassi. 



L’indicazione di un processo storico reale inteso quale soluzione non speculativa del rapporto d’implicazione tra economia, politica e storia per riproporre, a partire dalla riflessione possibile sulla storia della sinistra europea, il momento egemonico della volontà politica intesa come ricerca ed espressione della critica dell’esistente e del rinnovamento di un progetto di abolizione dello “stato di cose presenti”. Una ricerca da condursi attorno alla necessità di un mutamento di paradigma da realizzare rispetto all’antica linearità delle “magnifiche sorti e progressive”.