19 luglio 2001: G8 di
Genova, tre giorni di “innocenza perduta”. In questi giorni si sono accumulate analisi, ricordi,
retrospettive: potrebbe apparire ultroneo aggiungere qualcosa. Purtuttavia una
chiosa potrebbe esserci concessa. Non furono soltanto incidenti e poliziesca
“macelleria messicana”: il tutto, in seguito, delegato alla magistratura e al
ricordo. In realtà nel corso di quei giorni abdicò la politica: da un lato ci
si rassegnò a una idea della politica concepita esclusivamente come ordine
pubblico con il corollario di sopraffazione e di violenza e dall’altro emerse
una pratica che considerava la politica come assegnata alla categoria del
“movimento senza visione” inteso come fattore del “tutto”. Si aprivano i 25
anni del “disordine”: poche settimane dopo esplosero le “Torri Gemelle” con le
conseguenze che ben conosciamo, poi la crisi del 2007, l’emergere
dell’insostenibilità ambientale del modello novecentesco di sviluppo
capitalistico, il “salto del tappo” della globalizzazione con il ritorno alla
geopolitica militarizzata, fino all’attualità densa di pericoli e attraversata
da parole che non avremmo mai più voluto sentire: guerra, pericolo nucleare,
genocidio. Intanto le democrazie rappresentative dell’Occidente si trovavano
erose dall’interno dal ritorno dei peggiori “ismi”: populismo, nazionalismo,
razzismo e l’idea della “fine della storia” si mostrava in tutta la sua
fallacia. Nazioni considerate terra di conquista del capitalismo globale
emergevano come grandi potenze e la richiesta di materiali necessari per
l’innovazione tecnologica mutava di segno anche dal punto di vista dei
riferimenti geografici.
Nel corso di questi
25 anni non si sono aperte le porte della prosperità, della pace, della
democrazia ma si sono presentate sul cammino dell’umanità tappe di un percorso
seminato di disillusioni, inquietudini, paure cancellando del tutto il portato
sociale, politico, culturale dei “30 gloriosi” del ’900, che già la reaganomics
aveva posto in totale discussione. Siamo al punto in cui fa paura il progresso
tecnologico e si presenta una spaventosa concentrazione di potere al vertice di
chi amministra quello che appare un sapere scientifico rivolto al mutamento
radicale nell’insieme delle relazioni sociali. Lo scenario peggiore ci sta
presentando il conto. Poco si riflette su di un percorso compiuto nel pensiero
teorico dall’insieme delle forze politiche, a partire dal rapporto stilato da
Francois Lyotard nel 1979 per conto dell’Unesco (”La condizione post-moderna”)
laddove si sosteneva che fossero giunte al capolinea le meta-narrazioni che
nella modernità avevano cercato di dare senso unitario alla realtà:
l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo. Jurgen Habermas si accorse subito
della china che avrebbero preso le cose e avanzò una critica serrata al
“pensiero debole” individuandone gli obiettivi che erano quelli della superficialità
culturale e del disarmo etico. Quanto abbia pesato il prevalere sulla realtà
politica di questo “pensiero debole” post-moderno, di cui a Genova si videro le
espressioni, sembra evidente se consideriamo il prevalere di una forma di quel
“relativismo politico” che ha avuto il ricasco nell’idea della “decrescita
felice”. “Decrescita felice” che ha avuto una stagione di grande fortuna
trovando spazio tra i fautori del pensiero delle “moltitudini movimentiste” e
nella dannazione del “pensiero forte”, della razionalità concreta, del realismo
storicista.
Proprio il ricordo del 2001 ci chiama ancora a distinguere tra
“pensiero debole” e “senso del limite”. “Senso del limite” da cui dovrebbe
discendere una teoria di quel “socialismo della finitudine” individuato teoricamente
come portatore di una visione di una società nella quale affrontare la
complessità delle contraddizioni in atto intrecciando il portato “materialista”
con quello “post-materialista” (per dirla in termini semplicistici ma forse più
o meno comprensibili). Una distinzione necessaria quella tra “pensiero debole”
e “senso del limite” da intendersi come base per una nuova concezione
dell’ideologia. Una concezione protesa oltre la semplice idea di una democrazia
contrattualistica. Una visione che reclama l’organicità di un’egemonia di
visione per una società diversa fondata sull’uguaglianza e la sobrietà. Un
“senso del limite, una sorta di “umiltà” d’approccio che rechi con sé un’idea-forza
dell’alternativa, ricordando che l’assenza di una sufficiente espressione di
soggettività è causa non secondaria delle difficoltà che incontrano i diversi
sistemi i cui protagonisti sembrano trovarsi in difficoltà a trovare nuovi
equilibri. Sarà soltanto attraverso l’espressione di una critica alla
concezione della politica quale mera sfera della mediazione che sarà possibile
riformulare una interpretazione attiva del rapporto tra struttura e
sovrastruttura. Nella post-modernità sta emergendo una nuova dimensione nel
rapporto tra politica e tecnologia e ancora tra questa e la stessa natura
umana.
Quando la struttura
economica va in crisi si ha un rivolgimento nella sovrastruttura. A Genova 2001
non si riuscì a capire che la chiave per affrontare ciò che si stava
presentando sulla scena stava in una diversa concezione della soggettività “non
presupposta ma posta; non individuale ma collettiva”. Fu quella di Genova una
reazione frutto di uno sforzo generoso ma interno allo spirito dei tempi, di
sfrangiamento individualista. A Genova mancò la capacità di
comprendere come la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della
coscienza, fosse in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale
degli uomini e alle loro condizioni di vita e di lavoro. In quel momento ma
anche in seguito si smarrì il senso del comprendere come i diversi momenti
della sovrastruttura (le forme politiche della lotta di classe, le forme
giuridiche, ecc.) esercitassero e continuassero a esercitare la loro influenza
sul decorso delle stesse lotte, determinandone forma e contenuto. Oggi si tratterebbe di riproporre, nonostante le segmentazioni in
atto, l’imperante paura di massa e il relativo rifugio nell’io, la prospettiva
della ricostruzione del “blocco storico” da realizzarsi, prima di tutto sul
piano teorico, attraverso la riunificazione delle categorie d’uso della
politica di marca anglosassone (policy, politics, polity). Lo scopo dovrebbe
essere quello di tornare ad esprimere l’unità di un processo storico reale,
ristabilendo le connessioni perdute tra il pensiero e l’azione, tra la teoria e
la prassi.
L’indicazione di un processo storico reale inteso quale soluzione
non speculativa del rapporto d’implicazione tra economia, politica e storia per
riproporre, a partire dalla riflessione possibile sulla storia della sinistra
europea, il momento egemonico della volontà politica intesa come ricerca ed
espressione della critica dell’esistente e del rinnovamento di un progetto di
abolizione dello “stato di cose presenti”. Una ricerca da condursi attorno alla
necessità di un mutamento di paradigma da realizzare rispetto all’antica
linearità delle “magnifiche sorti e progressive”.