Èun momento precario per la NATO, scrive Alexandra Sharp
sulla News letter di Foreign Policy. Potremmo più
chiaramente dire che in un mondo – in un’Europa – dove prevalessero i lumi
della ragione, l’Alleanza si sarebbe già sciolta; il motivo non è Trump, ma la
mancanza di strategia, ovvero di giustificazione politica. La strategia, diceva
von Clausewitz, è solo politica, perché la vittoria militare per essere
risolutiva deve portare alla pace, all’ordine, concetti strettamente politici –
l’unica pace concepibile dal punto di vista militare, come sosteneva von Moltke
dopo Sedan, è quella data dall’annientamento del nemico, dalla tabula
rasa. Trump non ha strategia, ma ha il merito di non vederne neanche nella
NATO, i cui "concetti strategici” sono delle autentiche boiate aventi lo
scopo di creare disorientamento, incertezza, paura quindi dipendenza (dagli
Stati Uniti), e di dirlo con franchezza. Strategia vuol dire necessità, ma in
un’alleanza significa anche solidarietà, altra virtù assente nella NATO – se vi
fosse solidarietà si considererebbe il riarmo come investimento comune, da
dividere in proporzione alle capacità. Invece della solidarietà c’è il
clientelismo trumpiano di stampo mafioso, al quale un’Europa guerrafondaia
non ha niente da obiettare. Il risultato della generale confusione
ideologica, della non-strategia, è che ad Ankara si confrontano due
guerrafondai che in quanto tali dovrebbero andare d’amore e d’accordo: invece,
gli uni, l’Europa, è animata dalla guerra alla Russia, e gli altri, l’America,
preferirebbe un impossibile pateracchio sull’Ucraina per dare l’impressione di
governare il mondo. Giustamente Alastair Crooke vede nel MOU un altro
pateracchio, in attesa di sferrare il colpo decisivo contro l’Iran – la
differenza tra i due pateracchi è che il primo avrebbe l’obiettivo di
continuare a tenere la Russia sotto pressione, in attesa del crollo. L’altro
tratto comune tra Europa e America è che entrambe marciano verso la guerra
senza l’approvazione dei parlamenti (se si eccettua quella cloaca che è il
parlamento europeo). È il tema del commento di Scott Sumner, scritto più
di un anno fa, prima delle due guerre persiane. Sumner è un economista che,
come Lippmann, vede la guerra come risultato della mancanza di una politica
estera – la differenza è che il primo chiama questa mancanza ambiguità. L’altra
differenza è che mentre per Lippman la politica estera per non essere
episodica, improvvisata deve unire il paese, per Sumner è già qualcosa se la
dichiarazione di guerra, anziché da un uomo solo è firmata dalla maggioranza
del parlamento. La posizione di Lippmann appare comunque più solida;
Sumner è uno di quelli che credono che dare armi all’Ucraina e spingerla a una
guerra per procura, non sia guerra.