Pagine

mercoledì 8 luglio 2026

I NANI DELLA NATO
di Franco Continolo



È un momento precario per la NATO, scrive Alexandra Sharp sulla News letter di Foreign Policy. Potremmo più chiaramente dire che in un mondo – in un’Europa – dove prevalessero i lumi della ragione, l’Alleanza si sarebbe già sciolta; il motivo non è Trump, ma la mancanza di strategia, ovvero di giustificazione politica. La strategia, diceva von Clausewitz, è solo politica, perché la vittoria militare per essere risolutiva deve portare alla pace, all’ordine, concetti strettamente politici – l’unica pace concepibile dal punto di vista militare, come sosteneva von Moltke dopo Sedan, è quella data dall’annientamento del nemico, dalla tabula rasa. Trump non ha strategia, ma ha il merito di non vederne neanche nella NATO, i cui "concetti strategici” sono delle autentiche boiate aventi lo scopo di creare disorientamento, incertezza, paura quindi dipendenza (dagli Stati Uniti), e di dirlo con franchezza. Strategia vuol dire necessità, ma in un’alleanza significa anche solidarietà, altra virtù assente nella NATO – se vi fosse solidarietà si considererebbe il riarmo come investimento comune, da dividere in proporzione alle capacità. Invece della solidarietà c’è il clientelismo trumpiano di stampo mafioso, al quale un’Europa guerrafondaia non ha niente da obiettare. Il risultato della generale confusione ideologica, della non-strategia, è che ad Ankara si confrontano due guerrafondai che in quanto tali dovrebbero andare d’amore e d’accordo: invece, gli uni, l’Europa, è animata dalla guerra alla Russia, e gli altri, l’America, preferirebbe un impossibile pateracchio sull’Ucraina per dare l’impressione di governare il mondo. Giustamente Alastair Crooke vede nel MOU un altro pateracchio, in attesa di sferrare il colpo decisivo contro l’Iran – la differenza tra i due pateracchi è che il primo avrebbe l’obiettivo di continuare a tenere la Russia sotto pressione, in attesa del crollo. L’altro tratto comune tra Europa e America è che entrambe marciano verso la guerra senza l’approvazione dei parlamenti (se si eccettua quella cloaca che è il parlamento europeo). È il tema del commento di Scott Sumner, scritto più di un anno fa, prima delle due guerre persiane. Sumner è un economista che, come Lippmann, vede la guerra come risultato della mancanza di una politica estera – la differenza è che il primo chiama questa mancanza ambiguità. L’altra differenza è che mentre per Lippman la politica estera per non essere episodica, improvvisata deve unire il paese, per Sumner è già qualcosa se la dichiarazione di guerra, anziché da un uomo solo è firmata dalla maggioranza del parlamento. La posizione di Lippmann appare comunque più solida; Sumner è uno di quelli che credono che dare armi all’Ucraina e spingerla a una guerra per procura, non sia guerra.