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martedì 7 luglio 2026

LA FORESTA NON È PIÙ PIETRIFICATA
di Alfonso Gianni



Il risiko bancario continua a svilupparsi senza che all’orizzonte appaia una pax bancaria. La famosa definizione di “foresta pietrificata” coniata nel 1988 da Giuliano Amato per descrivere il sistema bancario italiano è da tempo tramontata. Gli “alberi” non stanno fermi, anzi si muovono guardinghi e furtivi anche al di là degli italici confini. Allo stato delle cose nessuno può dire se al risiko bancario di questi mesi sia subentrata una pax bancaria. Anzi non sembra affatto. Quello che è successo fin qui ha certamente delineato un processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un conflitto ed un altro, o tra una fase dello scontro ed un’altra del medesimo, dimostra ancora una volta che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo, non solo crea crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerre, ma poi soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.



Il collocamento del Tesoro del 15% di Mps, la terza tranche del processo di privatizzazione, nel novembre del 2024 ha dato inizio alle danze. Il ministro Giorgetti si fregava le mani perché, a dir suo, si profilava così un terzo polo bancario italiano. Che la questione dell’italianità sia in realtà una coperta troppo corta e per giunta tirata di qua e di là, a seconda delle convenienze, è un'altra delle evidenze che tutta questa storia trascina con sé. Infatti è stato lo stesso Giorgetti, al fine di impedire la scalata di Unicredit a Banco Bpm – con la scusa di un “pericolo russo” che la prima avrebbe portato con sé per il suo noto attivismo dalle parti dell’Europa orientale e nella stessa Russia – a permettere a Crédit Agricole di salire nel capitale della banca milanese fino al 23%, per poi arrivare al 29,9% dal momento che vi è già l’autorizzazione della Bce.
Il nuovo quadro pare delinearsi attorno a questi poli. Il primo gruppo sarà costituito da Banca Intesa. Se le sue mire su Mps vanno in porto potrà contare su più di 3mila filiali, grazie ai 625 sportelli che la banca senese porta in dote. Il livello della capitalizzazione borsistica salirebbe di parecchio spingendo Banca Intesa al secondo posto tra le banche della Unione europea con un valore di quasi 130 miliardi di euro, preceduta solo dalla spagnola Santander.



Il secondo polo nascerebbe sotto l’egida di Unipol, la quale riceverà 635 sportelli da Banca Intesa a un prezzo probabilmente non di molto superiore ai 3 miliardi. Insieme a questi l’ex “banca rossa” acquisirà il marchio Monte dei Paschi e soprattutto 2 milioni di clienti, nonché una raccolta di oltre 50 miliardi. A questo punto l’intenzione di Unipol è di fondere questo veicolo con Bper di cui possiede già circa il 30%.



Il terzo polo sarebbe quindi costituto da Unicredit, la quale però difficilmente resterà ferma. Le eventuali varianti rispetto al quadro fin qui prospettato derivano proprio dalle possibili iniziative che il gruppo guidato da Andrea Orcel potrà assumere. La via potrebbe essere quella già tracciata in passato, ma che venne ostruita dal governo Meloni (per via del già richiamato “pericolo russo”). Ovvero una nuova offerta su Banco Bpm, la cui integrazione la porterebbe a ridosso di Banca Intesa. Più fruttifero e concreto è un maggiore impegno sul fronte tedesco, dove Unicredit è già arrivata al 42,5% di Commerz-bank, malgrado la formale opposizione del governo tedesco. Un segnale cui tutti prestano la massima attenzione, perché potrebbe significare un “liberi tutti” in ambito Ue, con buona pace per la retorica nazionalista.
Resta complicata la situazione di Bpm. Da un lato la sua proposta di fusione alla pari con Mps è apparsa subito debole, incapace di contrastare l’offerta di 30 miliardi avanzata da Banca Intesa. Dall’altro lato anche un rinnovato tentativo di Unicredit nei suoi confronti è reso più complicato dalla rafforzata presenza dei francesi di Crédit Agricole che non vogliono cedere posizioni.



Quale sarà la sorte del boccone più prelibato: il Leone di Trieste, ovvero Generali? Gli assalti non sono una novità, ma ora è diverso, dal momento che Banca Intesa entra in Generali attraverso Mps con una quota del 13%, potendo, se lo volesse, arrivare al 20%. Se i desideri di Carlo Messina dovessero andare in porto prenderebbe vita un campione bancario assicurativo europeo.
Il modello che si profila vincente è quindi quello banco-assicurativo, che associa le operazioni bancarie classiche alla vendita di prodotti assicurativi, poggiando sulle reti digitali e una strategica diffusione degli sportelli. Alla base del risiko non vi è solo la ricerca del too big too fail, ma la convinzione tutt’altro che infondata che il l’insicurezza per il proprio futuro che si è diffusa in tutti i paesi e lo smantellamento del welfare, cioè dei sistemi di protezione pubblica, spingono le persone a risolvere tramite private assicurazioni i problemi di una loro pur relativa tranquillità. E il capitale ne approfitta, visto che è un mestiere che sa fare molto bene dopo secoli di storia.