LA FORESTA NON È PIÙ PIETRIFICATA di
Alfonso Gianni
Il risiko
bancario continua a svilupparsi senza che all’orizzonte appaia una pax
bancaria. La famosa definizione di “foresta pietrificata” coniata nel 1988 da
Giuliano Amato per descrivere il sistema bancario italiano è da tempo
tramontata. Gli “alberi” non stanno fermi, anzi si muovono guardinghi e furtivi
anche al di là degli italici confini. Allo stato delle cose nessuno può dire se
al risiko bancario di questi mesi sia subentrata una pax bancaria. Anzi non
sembra affatto. Quello che è successo fin qui ha certamente delineato un
processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario
italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di
guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un
conflitto ed un altro, o tra una fase dello scontro ed un’altra del medesimo,
dimostra ancora una volta che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo,
non solo crea crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerre, ma poi
soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.
Il collocamento del Tesoro del
15% di Mps, la terza tranche del processo di privatizzazione, nel novembre del
2024 ha dato inizio alle danze. Il ministro Giorgetti si fregava le mani
perché, a dir suo, si profilava così un terzo polo bancario italiano. Che la
questione dell’italianità sia in realtà una coperta troppo corta e per giunta
tirata di qua e di là, a seconda delle convenienze, è un'altra delle evidenze che
tutta questa storia trascina con sé. Infatti è stato lo stesso Giorgetti, al
fine di impedire la scalata di Unicredit a Banco Bpm – con la scusa di un
“pericolo russo” che la prima avrebbe portato con sé per il suo noto attivismo
dalle parti dell’Europa orientale e nella stessa Russia – a permettere a Crédit
Agricole di salire nel capitale della banca milanese fino al 23%, per poi
arrivare al 29,9% dal momento che vi è già l’autorizzazione della Bce. Il nuovo quadro pare delinearsi
attorno a questi poli. Il primo gruppo sarà costituito da Banca Intesa. Se le
sue mire su Mps vanno in porto potrà contare su più di 3mila filiali, grazie ai
625 sportelli che la banca senese porta in dote. Il livello della
capitalizzazione borsistica salirebbe di parecchio spingendo Banca Intesa al
secondo posto tra le banche della Unione europea con un valore di quasi 130
miliardi di euro, preceduta solo dalla spagnola Santander.
Il secondo polo nascerebbe sotto
l’egida di Unipol, la quale riceverà 635 sportelli da Banca Intesa a un prezzo
probabilmente non di molto superiore ai 3 miliardi. Insieme a questi l’ex
“banca rossa” acquisirà il marchio Monte dei Paschi e soprattutto 2 milioni di
clienti, nonché una raccolta di oltre 50 miliardi. A questo punto l’intenzione
di Unipol è di fondere questo veicolo con Bper di cui possiede già circa il
30%.
Il terzo polo sarebbe quindi
costituto da Unicredit, la quale però difficilmente resterà ferma. Le eventuali
varianti rispetto al quadro fin qui prospettato derivano proprio dalle possibili
iniziative che il gruppo guidato da Andrea Orcel potrà assumere. La via
potrebbe essere quella già tracciata in passato, ma che venne ostruita dal
governo Meloni (per via del già richiamato “pericolo russo”). Ovvero una nuova
offerta su Banco Bpm, la cui integrazione la porterebbe a ridosso di Banca
Intesa. Più fruttifero e concreto è un maggiore impegno sul fronte tedesco, dove
Unicredit è già arrivata al 42,5% di Commerz-bank, malgrado la formale
opposizione del governo tedesco. Un segnale cui tutti prestano la massima
attenzione, perché potrebbe significare un “liberi tutti” in ambito Ue, con
buona pace per la retorica nazionalista. Resta complicata la situazione di
Bpm. Da un lato la sua proposta di fusione alla pari con Mps è apparsa subito debole,
incapace di contrastare l’offerta di 30 miliardi avanzata da Banca Intesa.
Dall’altro lato anche un rinnovato tentativo di Unicredit nei suoi confronti è
reso più complicato dalla rafforzata presenza dei francesi di Crédit Agricole
che non vogliono cedere posizioni.
Quale sarà la sorte del boccone
più prelibato: il Leone di Trieste, ovvero Generali? Gli assalti non sono una
novità, ma ora è diverso, dal momento che Banca Intesa entra in Generali
attraverso Mps con una quota del 13%, potendo, se lo volesse, arrivare al 20%. Se
i desideri di Carlo Messina dovessero andare in porto prenderebbe vita un
campione bancario assicurativo europeo. Il modello che si profila
vincente è quindi quello banco-assicurativo, che associa le operazioni bancarie
classiche alla vendita di prodotti assicurativi, poggiando sulle reti digitali
e una strategica diffusione degli sportelli. Alla base del risiko non vi è solo la ricerca del too big too fail, ma la convinzione tutt’altro che infondata che il
l’insicurezza per il proprio futuro che si è diffusa in tutti i paesi e lo
smantellamento del welfare, cioè dei sistemi di protezione pubblica, spingono
le persone a risolvere tramite private assicurazioni i problemi di una loro pur
relativa tranquillità. E il capitale ne approfitta, visto che è un mestiere che
sa fare molto bene dopo secoli di storia.