Da qualche tempo si ritrova online la presenza di “Rinascita”,
nuova edizione della rivista ideologica e culturale del PCI che (fondata da
Togliatti) fu edita tra il 1944 e il 1991. Una rivista che svolse una funzione
fondamentale al riguardo dell’educazione politica non soltanto rivolta ai
militanti ma al complesso dell’intellettualità e del protagonismo politico
presente, in varie forme, in quegli anni. Uno dei pregi, quello che mi preme
sottolineare in questa occasione, della rinnovata edizione online è quello di
conservare (con una consultabilità molto semplice) l’intera collezione storica
della rivista prima mensile e poi settimanale. Pur con tutte le criticità del
caso e le contraddizioni che via via si incontrarono per strada (e che diedero
origine anche a importanti posizioni alternative come nel caso de “il Manifesto”)
dalla lettura di questo prezioso archivio non si può, in sede di analisi
storica, non riprendere l’idea di una funzione “pedagogica” del Partito. Una
funzione pedagogica della “cultura politica” oggi completamente assente nella
disponibilità culturale dei soggetti in campo in questo momento storico. Una
completa assenza quella di una cultura politica in funzione anche pedagogica
che si nota in un momento in cui la complessità delle contraddizioni e
-soprattutto - del loro intreccio nell’agire sociale richiederebbe di essere
affrontata con un rinnovamento della teoria della trasformazione radicale e del
progetto di società. Il PCI rappresentava
un partito soggetto di acculturazione di massa in una fase nella quale la
politica si collocava al vertice delle attività umane e appariva in grado di
elaborare un’originale teoria delle sovrastrutture. Il marxismo era considerato
una concezione del mondo rivolta a cogliere le possibilità storicamente date
nella prassi sociale. In queste emerse un vero e proprio dato di “concretezza”
nell’azione politica. La linea del PCI fu orientata, nel corso dei decenni
centrali del secolo scorso e fino alla vigilia della liquidazione del partito,
da almeno quattro grandi coordinate strategiche, che possono essere così
riassunte:
1) Il rapporto tra la
teoria e la prassi. Questo elemento ha
rappresentato un punto decisivo nell'identità del PCI, legato all'idea dello sviluppo
delle forze progressive, di una scienza in grado di produrre una tecnica su cui
basare una linea di sviluppo “naturalmente” progressista. In quest’ambito
avveniva la rivalutazione del cosiddetto “intellettuale organico” (nella
definizione gramsciana), cui Togliatti aveva affidato la concretizzazione della
linea politica. Questo punto è quello che meriterebbe oggi il maggior impegno
di lavoro teorico essendo mutato radicalmente il principio della linea di
sviluppo “naturalmente” progressista, recuperando anche il ruolo degli
intellettuali ormai ridotti a predicatori televisivi; 2) L’intreccio tra
politica e cultura. Un intreccio molto
stretto, al limite dell'indissolubilità, quello tra politica e cultura, con una
concezione della cultura di tipo “classico”, di studi robusti e solidi,
riservando alla base sociale il livello “nazional-popolare”. Se mi è consentito un
giudizio a posteriori: è stato proprio questo il punto più fecondo della
“doppiezza” tanto evocata a sproposito in tempi successivi (e non tanto
l’ambiguità tra l’idea rivoluzionaria e la prassi socialdemocratica; anche se
questo elemento esisteva traducendosi alla fine in una idea di partito radicale
di massa). La consultazione
dell’archivio di Rinascita (come l’analoga operazione che può essere svolta
rispetto ad altri strumenti culturali della sinistra dell’epoca) fa comprendere
come si riflettesse su di una scansione ben definita rispetto agli obiettivi da
raggiungere. Fu attraverso il rapporto stretto tra politica e cultura che, in
particolare nella strategia togliattiana avvenne la selezione dei quadri
dirigenti: mentre per la classe operaia questa stretta relazione tra politica e
cultura, risultò alla base della ricerca del riscatto sociale; 3) La relazione tra
ideologia e razionalità politica. La continua ricerca
della trasformazione in linea politica dell’ideologia può far definire il PCI
come un partito “neoilluminista”, fortemente impregnato di positivismo e
contrario all’idealismo (questo elemento presenta oggi quella criticità già richiamata
circa la necessità di dismettere l’ipotesi di “linearità” di sviluppo per forze
ormai non più naturalmente progressiste). In realtà il PCI
presentava al suo interno una molteplicità di modelli culturali (si pensi alle
diverse case editrici cui il partito faceva capo, al di là delle “ufficiali”
Rinascita e, successivamente, Editori Riuniti) che, appunto, l'applicazione
della linea politica concreta permetteva di far convivere fruttuosamente,
attraverso un meccanismo davvero definibile appunto come “neo – illuminista”
(non a caso Togliatti amava Voltaire e fu autore di una delle più importanti
prefazioni edite in Italia del “Trattato della tolleranza”); 4) Il peso del
filtro della concezione di classe nell’agire politico.Questo fattore è stato
sicuramente presente, in una dimensione massiccia, sulla realtà operativa del
Partito fino agli anni ’70 inoltrati. Era sulla base della concezione di classe
applicata all’agire politico che si realizzava, ad esempio, il rapporto tra
trasformazione e gestione nell'iniziativa quotidiana del partito, all'interno
delle istituzioni, nell'amministrazione pubblica, nella guida delle Regioni e
degli Enti Locali. Un dato anche questo completamente smarrito con il procedere
della trasformazione nella struttura dei partiti con la riduzione drastica del
rapporto di massa in una società sempre più sfrangiata , l’emergere della
personalizzazione (colpevolmente esaltata anche dai meccanismi elettorali
dell’elezione diretta) il completo abbandono a una idea prima della “democrazia
del pubblico” e adesso nella sua versione di “democrazia recitativa” (da lì
all’autoritarismo il passo è breve: con le porte spalancate alla destra). 5) Ancor maggiore
importanza il filtro della concezione di classe sull'agire politico lo ebbe
nello stabilire la relazione tra moralismo e rigore politico, che stava alla
base della concezione berlingueriana, prima del “compromesso storico” e,
successivamente, dell'alternativa, basata, appunto per iniziativa del
segretario Enrico Berlinguer, sulla “questione morale”, intesa come piena
“questione politica”. Una “questione morale” adesso completamente abbandonata,
anzi vista con sospetto.