Stefano
Taccone, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di belle arti
di Macerata e critico d’arte, ha prodotto un numero consistente di pubblicazioni.
Taccone ha scritto anche testi di narrativa e di poesia e perciò siamo qui a
dirne; da questi si evince l’atteggiamento radicale, che forse fa il paio, in
arte, con lo studio delle avanguardie e la ricerca sulle forme della
contestazione. il suo rifiuto del compromesso si conferma già dal titolo di
quest’ultimo libro di poesia: Poco più
che spam, e chi apre il libro e legge, se legato in qualche modo alla poesia come arte, resterà inorridito: si
domanderà se questo sia poesia, e
credo che sia proprio quel che l’autore cerca: la provocazione. Avendo
assistito più volte a sue letture di testi, sono in grado di confermarlo ma non
mi si fraintenda, a questo punto sarebbe facile: a chi ha la ventura di parlare
con lui, l’autore ispira niente di sgradevole, nulla di arrabbiato – ma
disponibilità e vera cordialità, rispetto per l’altro, assoluta mancanza di
attitudini da esibizione, una giusta, equilibrata presenza, che sconfina
talvolta nella mansuetudine e nell’umiltà. Sembra evidente che, allora, tanto
l’interesse e la propensione per le differenze un certo tipo di novità in arte
– e non solo – portati anche in poesia, siano dovuti a una forma di onestà,
hanno a che fare con la politica e con quel che Taccone ritiene sia meglio per
la società. Una buona spiegazione del titolo la
fornisce la prefazione di Eugenio Lucrezi, egli stesso poeta proteiforme e figura
di rilievo, non solo a Napoli: non è un caso che egli si sia occupato del libro
– dove egli scrive che spam è
“termine che si deve alla contrazione di Spiced
Ham… diventato sinonimo di messaggio indesiderato e ripetuto” (con
riferimento a una gag tv, datata
1970, dei Monty Python). Cioè “Lo
stesso che si para dinanzi al lettore” del libro di Taccone: “Gli spam del titolo… non si riferiscono in
senso autoironico al contenuto del libro, o non soltanto; bensì alla non
perimetrabile cascata di afferenze percettive che sommerge lui, l’umano Stefano
Taccone, e tutti noi…”. L’autore, scrive ancora Lucrezi, ci racconta di “questo
mondo impazzito… con gli strumenti dell’ironia e con la forza del comico, che
son da sempre le armi più affilate dell’intelligenza”. Se poi entriamo nella girandola
dei testi in versi, si evidenziano i motivi della poetica (se si può ancora
chiamarla così – il prefatore sembra confermarlo): elementi del parlare
quotidiano, anche dialettale, di Napoli, misti a termini stranieri ormai consueti
nel nostro conversare; argomentazioni talmente ovvie e trite da incorrere
volutamente nel becero; repertori e dialoghi del senso comune più intollerabile.
Nella costruzione corretta di sintassi s’infilano giochi assurdi di parola, con
effetti stridenti sul semplice buon senso (da Parigi è una vaiassa: “… un Bacco puffo/che ha voltato la cena a
festino/tutti i baccanti vengono a galla/per deglutire le acque della Senna…”; e
poi, nello stesso testo ma senza apparente nesso, “secondo te chi vince/tra un
leone e un elefante?/secondo te chi è più veloce/tra te che vai in
bicicletta/ed io che sono un fante?”.
Tanto tutto va bene, o così sembra:
perché, continuando, si legge: Di che ti
lamenti? godi
fanciullo questi giochi perché i
prossimi saranno ben
altrimenti seri si
faranno col fucile in spalla tu sarai
protagonista e
pazienza se farà malissimo vedrai
pochi secondi e poi passa… ecco, si parava anche (non solo)
a questo; il che implica momenti di umorismo, non estravaganti, riusciti anche
dal punto di vista del senso comune, come nei Curricola esemplificativi o nel poemetto – tragicomico – Tra i miei alunnə(s’intende
che la e rovesciata oschwa,
come si sa, non sta soltanto, oggi, come simbolo fonetico ristretto alla
linguistica); trovate argute, come in Divine
azioni. Ma si ravvisa, come si diceva, anche una posizione
politica e sociale. Credo sia l’ultima sembianza da me incontrata dello staywoke,
senza riferire l’espressione soltanto alle disuguaglianze sociali e al razzismo
ma all’essere reattivi a tutte le innumerevoli, continue ingiustizie; con una
buona dose di auto-ironia aggiunta. Anche questo è fuori luogo, perché è ormai stato
tradito dai suoi stessi fautori? Quindi l’idea è stata, sì, squalificata –
insomma, ci provano – e l’espressione woke
vien messa alla berlina: ma da chi e perché? la si usi bene, l’idea,
guardandosi intorno – ci sarebbe di meglio?Se c’è, non lo abbiamo mica trovato, o visto, a meno che non si finisca
con il credere al tanto peggio tanto
meglio. Ѐ
un po’ la storia della democrazia rappresentativa, se non è proprio la stessa
cosa o un aspetto. Ma qui sarebbe facile divagare. Credo che Taccone, critico d’arte
giovane ma già scafato, scriva in questo modo per rivolgere un messaggio molto
preciso: quel che egli ritiene sia la
poesia oggi e, certo, come egli ritiene di poter scrivere poesia oggi. Perché
no? Ovvio che si possa non essere d’accordo, la poesia non soltanto sembra
accogliere tutti, ma, anche, lo stesso autore potrebbe produrre versi in tanti
modi del tutto di-versi. Credo sia senz’altro un bene, se
in Italia circa tre milioni di persone scrivono magari per pubblicare, quando il
fatto attesti un buon grado di civiltà e di consapevolezza. Ma non lo è, quando
la gente si ammala di falsi presupposti, di sentieri presto e male interrotti,
di aspettative tossiche. Invece, anche dove non dovrebbe, piove spam. Di questo libro, il titolo, la
lettura, dovrebbero essere utili, con la loro spinta provocatoria, a far
riflettere di continuo sul perché si scrive e non soltanto sul come lo si fa:
allora, dentro e oltre l’ironia diffusa, se ne può intendere la serietà: questa
poesia viola le condizioni standard della community… questa poesia non è mai
esistita.
Stefano
Taccone Poco più che spam Macabor
ed. 2026