L’aggressione contro Cuba e la
desistenza geopolitica* [Seconda e ultima parte] 3.- Scelte possibili e
inaccettabili, scelta necessaria e dirompente A questo punto sorge,
inevitabile, una domanda: quali sono le scelte che si presentano al gruppo
dirigente cubano? O, per essere più precisi, quali sono le scelte che sono
state lasciate ad esso? La prima è, come si è detto, accettare di negoziare in
condizioni giugulatorie. Questo è ciò che raccomandano i borghesi liberali ben
intenzionati: coloro che desiderano che Cuba si impegni nel dialogo e negozi
con gli Stati Uniti. Ma negoziare con un Impero che ti punta la pistola alla
tempia non è un dialogo; può essere soltanto una resa condizionata. Cuba ha
dimostrato la volontà di dialogare in più occasioni, ma sempre da una posizione
di dignità: sedersi a negoziare oggi senza prima rompere il blocco energetico e
finanziario significa accettare l’inaccettabile. Il risultato sarebbe una
omologazione che equivarrebbe al graduale affossamento del progetto
rivoluzionario, così come è accaduto nell’Europa orientale dopo la caduta del
‘Muro’, ma con l’incombente presenza dell’Impero a soli 145 chilometri di distanza.
La seconda scelta è la resistenza eroica ma solitaria, un percorso che Cuba
segue da decenni. Ma quale prospettiva può avere una resistenza, sia pure
eroica, senza una retroguardia? La terza possibilità è quella a cui punta
l’Impero: l’implosione. Un esito prodotto dalla sofferenza accumulata ed
esasperato dalle forze di opposizione finanziate dall’Impero; un esito che
consentirebbe un intervento umanitario o una transizione concordata, sempre
però in vista del ripristino di un rapporto di subordinazione neocoloniale. La
quarta scelta - l’unica che potrebbe cambiare veramente la situazione - non
dipende da Cuba. Dipende da coloro che, dichiarando di sostenere Cuba, decidono
di passare dalle parole ai fatti, inviando il petrolio necessario, dispiegando
delle navi, scortando le forniture e rompendo il blocco finanziario con misure
concrete. La quarta scelta pone un’alternativa drastica, che non lascia spazio
né alle declamazioni pseudo-solidaristiche né alle tergiversazioni
opportunistiche: o è azione o è complicità. Eppure, in mezzo a questo
desolante panorama vi è un fattore antagonistico che l’analisi geopolitica
classica tende a sottovalutare. Cuba ha qualcosa che nessun blocco è in grado
di annientare: ha i popoli del mondo più di quanto abbia gli Stati. La
solidarietà degli Stati è fragile, perché dipende dai governi, dai cicli
elettorali e dalle alleanze che cambiano; la solidarietà tra i popoli è più
lenta e più difficile da organizzare, ma quando viene attivata, non può essere
sanzionata dal FMI o circoscritta dalla NATO. Non vi è nessun altro paese al
mondo che possa far valere una rete di movimenti di solidarietà così diffusi,
persistenti e radicati attraverso più generazioni, come Cuba. Questo tessuto
umano è una risorsa strategica che nessun bilancio convenzionale, stilato da un
punto di vista geopolitico, prende in considerazione.
4. “(…) lasciamo che acchiappi
chi vuole”: un apologo esopiano Quando l’Impero guarda Cuba, vede
una piccola isola che esso può bloccare e soffocare quasi senza colpo ferire.
Quello che non vede o, per meglio dire, ciò che non vuole vedere è che
quest’isola è un vulcano quiescente situato in cima ad una linea di faglia
globale. Cuba non è solo la sua geografia; è la sua storia, il suo esempio, il
sogno di milioni di persone che, dovunque nel mondo, credono ancora che un
altro mondo sia possibile. Perciò, se un giorno l’Impero dimentica la Corea,
dimentica il Vietnam, dimentica l’Iran, dimentica che i popoli non si
arrendono, e osa invadere l’isola, scoprirà che per vincere le guerre non
bastano le portaerei. La guerra viene vinta dalla capacità di un popolo di dire
“no” anche a costo della vita, e quel “no” pronunciato da Cuba, moltiplicato
per milioni dentro e fuori l’isola, potrebbe attraversare con la sua eco
l’intero pianeta. Nel frattempo, continua la battaglia per la vita quotidiana,
per la luce, per il cibo, e in questa battaglia i popoli del mondo hanno
l’ultima parola. Cuba chiede azioni concrete: il petrolio necessario, le navi,
la scorta, la rottura del blocco finanziario, la protezione del suo spazio
marittimo, una forte pressione nelle organizzazioni internazionali. Questa non
è una semplice richiesta di solidarietà, è una richiesta di coerenza. Ma
l’ultima domanda non è per Cuba, poiché questa isola caraibica ha già dato la
sua risposta con 67 anni di rivoluzione. La domanda è per il mondo, per chi
pretende di volere un ordine diverso, per chi ha firmato dichiarazioni e
inviato messaggi, per coloro che hanno petrolio e navi ma non le inviano, o che
detengono voti decisivi nell’ONU che usano solo per astenersi. Da che parte
stai? Dalla parte di coloro che inviano messaggi di sostegno o dalla parte di
coloro che inviano navi e decidono di sfidare i disegni dell’imperialismo una
volta per tutte? Vorrei allora concludere queste note evocando il modo con cui
un umanista comunista, Concetto Marchesi, riferiva e commentava una favola di
Esopo. Marchesi mostrava con l’exemplum fictum della favola che la
resistenza di un popolo al dominio dell’imperialismo non si fonda sulla
debolezza dei forti, ma sulla forza dei deboli e sulla guida di un partito
rivoluzionario. Scriveva Marchesi che «in una favola disperatamente triste e
vera di Esopo ci sono due protagonisti: un uomo, il beccaio, e una moltitudine
di castrati. L’uomo afferra e sgozza, siccome è suo mestiere e suo interesse:
gli altri vedono sgozzare, e restano cheti e fiduciosi; perché la bestia del
gregge è così: sente la mano dell’uccisore quando è afferrata alla gola. L’uomo
spesso non la sente neppure allora. Narra il favolista: “I castrati erano tutti
in branco coi montoni. Entrò il beccaio e finsero di non vederlo. L’uomo ne
afferrò uno, lo trasse fuori e lo sgozzò. Gli altri vedevano e dicevano tra
loro: me, non mi tocca; te, non ti tocca: e lasciamo che acchiappi chi vuole”.
Così ne restò alla fine uno solo. Diceva al beccaio: “Come siamo stati pazzi!
Quando eravamo tutti insieme potevamo fracassarti a testate. Ora invece...”. E
naturalmente fu sgozzato anche lui”» [2]. Memorabile
è, infine, la postilla con cui Marchesi chiudeva il suo commento: «Questa
favola prova... che vanno incontro alla rovina coloro che non hanno saputo a
tempo misurare la propria forza. Già, anche Seneca, ad ammonimento dei padroni,
domandava: “E se i servi si contassero?”, dimenticando che i servi non si
contano mai da sé: a far questo hanno bisogno di un altro, non servo, ma uomo
libero che insegni loro l’addizione. Questa favola proverebbe, se mai, che due
sono le massime sorgenti del male nel mondo: l’egoismo e la stupidità» [3]. Note [2]
C.
Marchesi, Favole esopiche, Milano
1951, p. 8. [3]Ibidem, pp.
8-9.