Il tonno e la mosca C’era una
volta, nei pressi delle tonnare di Favignana, isoletta regina delle Egadi, un
giovane pescatore impavido e audace. Era cresciuto al fianco del Rais, il capo
supremo dei tonnaroti, che gli aveva insegnato come si usava la tonnara fissa:
si trattava di un monumentale sistema di reti calato a pochi chilometri dalla
costa che andava a creare un vero e proprio “labirinto sommerso”, nel quale
finivano centinaia di tonni durante la stagione riproduttiva; una volta
catturati nella “camera della morte”, dei neri vascelli si avvicinavano e
arpionavano le prede più grosse, su indicazione del Rais, in vedetta dalla sua
muciara, e le mettevano sui parascarmi deputati. E dato che quel ragazzo era
come un figlio, il Rais se lo portava eccezionalmente sulla sua muciara, e gli
faceva capire il comportamento dei tonni rossi. Ma una mattina, all’alba, il Rais
e il giovane pescatore uscirono per controllare le reti e contare il numero di
tonni “cascati” nel “labirinto sommerso”, e videro che ce n’era uno soltanto nella
trappola: sfidava i pescatori, li guardava e usciva dal labirinto. Così fece il
giorno seguente, e quello dopo ancora, continuando questa sfida per circa una
settimana: entrava nella tonnara, seguiva il solito sentiero fino alla “camera
della morte” e miracolosamente, come se conoscesse delle scorciatoie,
sbrogliava la matassa e sbeffeggiava i due spettatori. Inoltre, tutte le volte
che i due si affacciavano dalla muciara, una mosca fastidiosissima e petulante
si posava sulla prua: “Che insolente, quel tonno! Non ha rispetto per nessuno,
e nemmeno per se stesso. Dovrebbe farsi catturare: è la legge della natura.
Ognuno di noi ha il suo compito: il suo è quello di essere la vostra preda”. E
come se non bastasse, la mosca rivendicava il suo valore: “Io sì che sono
corretta: torno sempre, anche se vengo cacciata, proprio per ricordare a tutti,
anche al tonno, che prima o poi dobbiamo morire. E lo faccio nel migliore dei
modi”.
G. Migneco: Pescatore
Passavano i mesi, e di pesci non
se ne vedeva più. Sembrava che quel maledetto tonno avesse rivelato il trucco
per scappare dal “labirinto sommerso” o addirittura aveva detto come evitarlo.
Il Rais, stanco, e anche un po’ rattristito, decise di ritirarsi: si ammalò dal
dolore, e rimase chiuso in casa per molto tempo a venire. Il giovane, invece,
caparbio e temerario, non si arrese: fece credere al tonno che aveva vinto e
smontò completamente la trappola; lanciò in acqua le sue reti e le sue esche, e
alzò bandiera bianca. Il tonno, furbo ma non così tanto, si convinse di aver
battuto i pescatori e diffuse la notizia al resto del banco. La mosca, che nel
frattempo era rimasta come sempre al suo posto, iniziò a inveire contro il
pescatore, accusandolo di non fare bene il proprio mestiere e di venire meno ai
suoi doveri. Il pescatore, però, paziente come tutti i veri pescatori, fece
sfogare la mosca e la lasciò ai suoi deliri, tornando a casa. Il mattino seguente, il sole
albeggiava su Favignana e il mare sembrava infuocato. Il pescatore andò a
chiamare il Rais e gli diede un binocolo. Lo salutò, e raggiunse il mare con la
muciara del vecchio maestro. Iniziò a cacciare tutti i pesci più piccoli nel
tratto di mare attorno all’antica tonnara, privando il gigante di ogni
sostentamento, compresi i piccoli crostacei e i piccoli molluschi. Il giovane
pescatore fece così per settimane, e intanto la mosca continuava a polemizzare:
“Devi pescare quel tonno! Non accontentarti degli altri pesci più piccoli! Devi
ascoltarmi, so quello che ti dico.” Dopo un mese, il giovane
pescatore andò a trovare il Rais, e gli disse che era arrivato il momento di
tornare insieme sulla muciara per la loro ultima impresa. Il Rais accettò con
malinconia, e non con poca fatica presero il largo. Arrivati nel cuore del
mare, dove le onde non esistono e tutto sembra un sogno, fermarono la muciara.
La mosca, immancabile, non aveva smesso di ronzare loro attorno, con i soliti
moniti e le solite polemiche. “Mio caro Maestro”, disse il giovane pescatore,
“è arrivato il momento”: con uno straccio sporco frustò la mosca, che stecchita
rimase sulla tolda, e con una schicchera la gettò in mare; non appena l’insetto
toccò il pelo dell’acqua, il grosso tonno balzò fuori dagli abissi e la ingoiò
in un solo boccone. Fu proprio in quell’istante che il Rais, ferito ma non
spezzato, scagliò l’arpione contro il tonno e lo infilzò come non aveva mai
fatto prima d’ora, e lo trainò a bordo. Molte persone sono come il tonno,
che pensano di essere scaltre o furbe, e si prendono gioco dell’avversario, ma
falliscono per una inezia e dimostrano la loro piccolezza; e altrettante
persone, invece, sono come la mosca, che vivono unicamente con lo scopo di
sindacare e pontificare, vittime di un narcisismo patologico e di manie di
protagonismo. Purtroppo, alla fine, ci sono pochi Rais e pescatori, che con la
pazienza e la virtù hanno mantenuto vivo il ciclo naturale delle cose.