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lunedì 31 agosto 2026

FILI DI RINASCITA I      

    
Angela Strippoli in I. Morra

Fili di Rinascita” è un progetto ideato dalla Associazione Chicche Crochet APS con la supervisione scientifica del Dott. Giuseppe Gallo. Con il patrocinio della Città di Corato è un percorso espositivo ed esperienziale che eleva l’uncinetto a forma d’arte contemporanea per parlare di benessere e resilienza psicologica, riscatto sociale ed emancipazione femminile, rete di comunità e lotta alla violenza di genere. Questo è il programma del 5 settembre prossimo Piazza di Vagno a Corato. 1) Percorso espositivo di grandi arazzi ispirati all’esule turca Hukya Ozdemir; 2) Intervento del Centro Antiviolenza Riscoprirsi; 3) Spettacolo teatrale a cura della associazione Libri di Medea, con titolo Fili di rinascita, testi e regia di Zaccaria Gallo, con le voci recitanti di Lucia De Feudis, Lisa Tarantini, Tiziana Tandoi, Angela Strippoli e Mariella Sivo. Musiche al violino della musicista Graziana Aceto; 4) Performance musicale live di Serena Mattia.
 
Isabella Morra e Giulia Cecchettin
 
Isabella entra. Crede di essere sola. Comincia il monologo.
 
Io sono Isabella Morra. Forse il mio nome per qualcuno risuona come un eco lontana insieme ai miei versi e alla mia morte. Ma prima di essere stata una poetessa, sono stata una ragazza, una figlia, una donna, nata nel tempo sbagliato. Sono venuta al mondo in una terra aspra, tra montagne e silenzi, nel castello di Favale.  Mio padre era un uomo potente, ma la politica lo costrinse all’esilio. Partì per la Francia, quando ero ancora bambina e con lui se ne andò anche la parte più luminosa della mia vita. Rimasi con mia madre e con i miei fratelli.  Loro non mi guardavano come si guarda una sorella. Mi guardavano come si sorveglia una prigioniera. Ogni parola, ogni passo, ogni sguardo, verso il mondo erano motivo di sospetto. Le mura del Castello non mi proteggevano. Mi rinchiudevano. Così imparai a vivere dentro di me, mentre fuori scorrevano le stagioni.
Io cercavo rifugio nei libri: le parole erano finestre aperte dove nessuno poteva seguirmi e scrivevo perché era l'unico modo che avevo per respirare. Scrivevo del dolore, della solitudine, della nostalgia per un padre lontano e di una libertà che non avevo mai conosciuto. Qualcuno, un giorno, lesse quelle mie parole. Si chiamava Diego Sandoval De Castro. Tra noi poeti non ci furono incontri segreti né promesse d’amore ma con lo scambio di lettere intessemmo un dialogo tra due anime che conoscevano la forza della poesia in un mondo dominato dal falso mito dell'onore, del sospetto. Ma anche la bellezza può diventare una colpa. I miei fratelli decisero che avevo disonorato il loro nome: non vollero ascoltare, non cercarono la verità, bastò il sospetto, bastò a loro soltanto immaginare una libertà che una donna non avrebbe dovuto desiderare.
Sono Isabella Morra. Sono morta nel 500. Uccisero me. Uccisero Diego.
Ma la mia domanda appartiene ancora al vostro tempo: quando una donna potrà vivere senza avere paura?

Mariella Sivo in G. Cecchettin

Si interrompe. Sente una presenza. Entra una ragazza in jeans con uno zaino. È Giulia Cecchettin. Per un istante nessuna delle due capisce chi sia l’altra.
 
Isabella: Da quale regno vieni? Non conosco il tuo abito.
 
Giulia: Dal tuo futuro: (rivolta al pubblico li indica lentamente) da loro! E tu? Racconta. Perché sei qui?
                                           
Isabella: Io sono Isabella Morra. Uccisa perché accusata di amare da lontano la poesia e la bellezza condivisa.
                                             
Giulia: Quello che ha ucciso te da noi non lo chiamano più tradimento dell’onore. Gli hanno dato altri nomi: gelosia, raptus, ma… il risultato è lo stesso.
                                           
Isabella: Dunque il tempo non vi ha liberati.
 
Giulia: Ci ha dato leggi ci ha dato diritti ci hanno dato parole nuove, ma ci sono ancora uomini che confondono l'amore con il possesso. È la mia storia.


Graziana Aceto al violino

Isabella: Racconta.
                                          
Giulia: A Vigonovo e a Fosso, il tempo non è come il vostro tempo: quello mio è stato di 22 minuti. Dalle 23,18 alle 23,40 di sabato 11 novembre. Questo è stato il tempo in cui ho cercato di difendermi e di scappare dal mio assassino, per due volte. È anche il tempo in cui forse avrei potuto essere salvata. Così adesso ora io sono come te qui davanti a tutti loro (li indica). Giulia Cecchettin è il mio nome. Ma io sono solo un nome e una storia che accadde, e accade ancora ogni giorno e invece non dovrebbe mai più accadere. Al secondo piano, abitava un giovane operaio, appena diventato papà. Era sul balcone a fumare una sigaretta sabato sera. Ha visto la scena. Mi sentiva urlare: - Aiutoooo. Così mi fai male! Così mi fai male!
Un’auto nera era ferma in un parcheggio, davanti alla scuola per l’infanzia San Giovanni Bosco. Una Fiat Grande Punto. A duecento metri in linea d’aria da casa mia. L’operaio ha visto e sentito: ha visto quando io ero a terra e quello continuava a infierire su di me. Lo ha visto salire sull’auto nera, lo ha visto caricarmi nell’auto e allontanarsi a tutta velocità. Li ha chiamati lui i carabinieri. Dicevano appena subito dopo, che forse ero fuggita volontariamente. Anche se ho lasciato lì sull’asfalto le tracce del mio sangue.
Ed ero ancora viva quando lui mi ha portato nello stabilimento Dior di Fosso.
A un certo punto ho aperto lo sportello dell’auto.
Ho tentato di fuggire. Ma lui mi ha inseguita. Mi ha raggiunta e scaraventata a terra. Mi ha ripresa e rimessa sul sedile posteriore dell’auto nera. Anche se non potevo più parlare mi ha sigillato la bocca con un nastro adesivo da pacchi. Ma non avrei ma potuto più parlare o chiedere aiuto o pietà. Ventidue minuti… Erano le 23 e 40… non avevo più sangue nelle vene… Il coltello… le coltellate… non lo amavo più… Ero cosa sua? Dovevo continuare ad amarlo.
                                         
Isabella: Allora non siamo soltanto una notizia.
                                            
Giulia: Siamo due vite che avrebbero dovuto continuare.
                                          
Isabella: Non dovevamo essere qui!
                                           
Giulia: (Rivolta con rabbia gridando verso il pubblico) È vero? È vero? Ditelo! Ad alta voce! Dovevamo essere qui stasera?
                                
Il Pubblico: No!
                                  
Isabella: Pensavo che il futuro vi avrebbe salvate.
                                      
Giulia: Il futuro non salva nessuno. Sono le persone che decidono di cambiarlo.
 
Le due donne si prendono per mano. Una arriva dal 1545 l’altra dal 2023.Guardano il pubblico, non si parlano più. Escono. Musica.