LA FRAGILITÀ DEL
SISTEMA POLITICO ITALIANO di Franco Astengo
Adestra
si è lanciato l’allarme: sarà difficile raggiungere il quorum valido per il
premio di maggioranza (42%). A sinistra si sta cercando
rendere ancora più laceranti le già distruttive primarie impancando un
dibattito fortemente divisivo anche soprattutto tra i diversi riferimenti
sociali tra cultura woke/ riformismo/lotta di classe. Nessuno pare meditare sulla
debolezza congenita di un poco apprezzato sistema politico i cui protagonisti
nel corso di questa legislatura non sono riusciti a realizzare l’obiettivo di
costruire un “bipolarismo temperato” su cui fondare una possibilità di
alternanza collegata ad una adeguata formula elettorale. Premesso che la data delle
elezioni non è stata ancora fissata e che le condizioni attuali del sistema non
rendono conveniente a nessuno un eventuale anticipo è il caso di formulare un
pronostico: se davvero i fautori della riforma della formula si sono accorti
del possibile danno che la modifica arrecherebbe alla loro parte politica
appare possibile che alla scadenza della legislatura (autunno 2027) si ritorni
al voto con la formula attuale mista tra collegi uninominali e voto di lista in
un quadro dove l’improvvida riduzione del numero dei parlamentari può sì
garantire la governabilità ma non certo la necessaria capacità di
rappresentanza politica e geografica delle Camere. Questo fatto rappresenterebbe un
segnale di vero e proprio fallimento dell’operazione “mutamento nella forma di
governo” che ha rappresentato il vero obiettivo di legislatura di Fdi; sarebbe
fallito proprio l’obiettivo di una qualche forma (nel caso della proposta di
legge in discussione del tutto surrettizia) di elezione diretta del presidente
del Consiglio da contrapporre al Presidente della Repubblica eletto dal
parlamento, quindi in secondo grado ponendone in discussione prerogative e
ruolo aprendo così la strada – appunto – ad una modifica radicale della
Costituzione.
Così il sistema si dimostra
fragile non essendo sufficiente quella soltanto apparente stabilità di governo
che non risulta rappresentare elemento di sufficiente crescita di consenso e di
riequilibrio del sistema. Un sistema bipolare non
bipartitico: l’idea bipartitica rappresentò il primo decisivo fallimento del PD
nel 2008 e provocò la crisi del PdL due fatti che rappresentarono un punto di
importanza strategica nello spostamento a destra del sistema: spostamento a
destra regolarmente avvenuto dopo il fallimento dell’ipotesi di riarticolazione
del sistema rappresentato dal M5S, fatto sui cui ritorneremo in conclusione. Una diminuzione di consenso
generale e di credibilità avviata a partire dalla modifica della formula
elettorale attuata nel 2005e poi smantellata dalla Corte Costituzionale. La formula elettorale elaborata
nel 205 ha provocato la rottura dell’equilibrio che pure a fatica era stata
garantita dalla formula mista maggioritario/proporzionale varata a seguito
dell’esito del referendum del 18 aprile 1993. Nel 2005 si varò una formula (poi
utilizzata nelle elezioni del 2006, 2008, 2013, 2018) concettualmente
escogitata soltanto per limitare in quel preciso momento le dimensioni di una
secca sconfitta per il governo uscente (fatto che poi nelle urne non si
verificò comunque). A partire dal 2013 poi è stato
spezzato quell’abbozzo di bipolarismo che pure si era tentato di rimettere in
piedi: fallita l’ipotesi centrista scaturita dal governo tecnico il sistema si
è suddiviso in tre spicchi, uno dei quali, quello emergente fondato su di un
populismo antipolitico che una volta svanito ha dato origine ad un fenomeno di
astensione così consistente da porre il quadro ad un vero e proprio livello di
guardia.
Un forte contributo alla perdita
di credibilità lo aveva fornito il tentativo di riforma costituzionale
(imperniato anch’esso sul prevalere della governabilità sulla rappresentanza)
bocciato clamorosamente nelle urne nel dicembre 2016. Non basta misurare la
produttività di un sistema politico sulla base di una presunta stabilità di
governo (si aprirebbe qui una discussione storica al riguardo della continuità
di governo garantita dalla DC attraverso diverse combinazioni che le
garantivano comunque la necessaria centralità in una situazione favorita, ad
onor del vero, dalla “conventio ad excludendum” poi attenuata dall’ingresso in
scena delle Regioni) oppure da una difficilmente misurabile capacità
legislativa delle Camere. Il vero metro di misura rimane
quello del grado di consenso complessivo del sistema comparabile attraverso due
parametri: la partecipazione al voto e la quota di consenso raccolto dal
partito di maggioranza relativa (dati relativi al territorio nazionale)
Elezioni 2006: iscritti
46.997.601 voti validi 38.153.343 maggioranza relativa: Ulivo 11.930.383 Elezioni 2008: iscritti
47.041.814 voti validi 36.457.254 maggioranza relativa: PdL 13.629. 464 Elezioni 2013: iscritti 46.905.154
voti validi 34.005.755 maggioranza relativa: M5S8.691.406 Elezioni 2018 iscritti 46.505.350
voti validi 32.841.025 maggioranza relativa: M5S 10.732.066 Elezioni 2022 iscritti 46-021.956
voti validi 28.098.156 maggioranza relativa: FdI7.301.303 Numeri che parlano da soli senza
commento: in 16 anni si sono persi (con una sostanziale stabilità nel numero
degli aventi diritto) più di 10.000.000 di voti validi, mentre il partito di
maggioranza relativa è dimagrito di oltre 4.000.000 di suffragi. Si segnala
ancora come il M5S per due volte partito di maggioranza relativa sul territorio
nazionale non sia stato in grado di realizzare un “sistema” raccolto attorno
alla propria centralità (in realtà ancora adesso pare insistere in una tattica
divisoria pur facendo parte almeno a parole del cosiddetto “Campo Largo”). La
stessa incapacità è stata dimostrata da FdI (pur con numeri ridotti) che sta
arrivando al traguardo con una coalizione di governo divisa e dovendo
fronteggiare una scissione che mira a spostare l’asse politico dell’intero
sistema. In sostanza un sistema fragile i
cui attori insistono nell’accentuarne la debolezza nella convinzione che in
questo modo la spartizione delle reciproche fette di potere sia praticabile più
agevolmente e il potere derivatene più facilmente conservabile. Si aprirebbe qui una discussione
(doverosa) sul mutamento nelle forme della politica e sul peso dei mezzi di
comunicazione di massa e nell’uso delle nuove tecnologie: andremmo troppo
lontano almeno per questa occasione. Basterà ricordare come il tema
centrale rimane quello della difficoltà di credibilità dell’intero sistema,
della corporativizzazione delle opinioni politiche, di una società fondata
sull’individualismo competitivo, dalla presenza di movimenti partecipati ma non
in grado di incidere sulla decisionalità generale in assenza di adeguati
soggetti politici.