Sono anni
che non torno a Firenze, la mia città ideale. Mi ci riporta una conferenza, voluta
dalla Società delle Belle Arti presso la Casa di Dante. Sebbene siano i
miracoli dell’architettura fiorentina ad ammutolirmi, è un urlo violento a
devastarmi. Un urlo del tutto inspiegabile, un pirandelliano “lievissimo
inciampo impreveduto”. Un urlo che non si avverte a primo impatto, ma che dura
da più di cinquecento anni. Perché, prima di avviarmi al consueto patibolo
emotivo, mi concedo il lusso di visitare Casa Buonarroti: dopo tanti anni di
studio appassionato sullo scultore di Caprese, non ho ancora respirato la sua
dimora nei pressi di Santa Croce. Entro, scambio due parole con la gentile
signorina della biglietteria. Respiro le scorie del genio, e penso al
privilegio di quelle mura, di quei pavimenti. Di colpo, un urlo mi abbarbaglia.
Lo seguo con timore, ma con il fascino che hanno gli eventi che inquietano.
Salgo le scale con il mio assistente, un ragazzo bellissimo, così affascinante
e sinuoso da sembrare dipinto da Raffaello, e questo grido si affievolisce.
Sono sorpreso, e mi accosto al giovane. Cosa fare? Probabilmente mi sto ammattendo.
Ad un tratto, la voce titanica mi chiama di nuovo. Mi trovo al primo piano, di
fronte ad una dozzina di ritratti michelangioleschi, quando capisco che il
suono proviene dalla stanza adiacente. Il ragazzo mi precede, e straluna.
Sembra abbacinato. Non so se sia il filtro della mia paura o effettivamente si
trova di fronte a qualcosa di prodigioso. “Professore, è qui!”. Allora lo sente
anche lui! Non sono matto! Gigantesco, sotto una teca spessa, sembra tremare.
Enorme e febbrile, vuole rompere le catene del marmo. Non si placa, è
irrequieto. Capisco che l’urlo che sentivo sotto, al piano terra, arriva dal
bassorilievo della Battaglia dei Centauri. Quale strano miracolo può
dare voce alla pietra e permetterle di osare così tanto? Non so rispondere alla
domanda. So solo che una volta di fronte all’opera del diciassettenne
Michelangelo non posso più fuggire. La volontà, quella ferrea volontà che
sempre mi supporta, adesso si sgretola in una sterile intenzione. Mi governano
i volti, i corpi e gli strazi dei centauri. Mi comanda Ercole, che tende il suo
braccio ad un cielo disfatto, come farà poi Cristo giudice nel Giudizio
universale. Riesco solo ad avvicinarmi, e poi ancora, e poi ancora un pochino,
fino a toccare il vetro con la punta del naso. Lascio addirittura l’impronta e sorrido,
come un bambino che inciampa sul ciottolo della strada ma non cade. Seguo le
pieghe del marmo, la formidabile forza del gesto. La fatica della lotta mi
dirige, come un burattinaio. E quella matassa di braccia, di gambe e di busti che
si avvinghiano, mi stritola del tutto. C’è uno strano ordine in quel disordine;
è così perfetto, quel dramma, che mi sento rinascere nel viluppo. Sento, come
davanti al Mosè, l’eternità della potenza del Buonarroti. Adesso è tutto
finito, l’urlo è latente. Eppure, credo di essere ancora lì con lui, nel
giardino di San Marco voluto dal Magnifico, mentre gli reggo lo scalpello e lo
ascolto sfidare il “freddo sasso”.