La XX edizione del Festival Milano Arte Musica si è conclusa
ieri sera nella chiesa di Santa Maria della Passione in una maniera che a molti
potrebbe sembrare insolita: non con un robusto e ricco concerto strumentale
come ci si poteva aspettare, ma con l’esibizione di un semplice coro puramente
vocale. Un coro polifonico di appena dodici elementi, sei donne e sei uomini,
disposti a semicerchio sull’altare di una chiesa che è la seconda per grandezza
dopo il Duomo. Se era una scommessa da parte degli organizzatori che hanno
predisposto il programma (programma che ha preso avvio il 30 giugno scorso),
devo dire che è stata una scommessa coraggiosa e l’hanno vinta alla grande. Siamo
stati gratificati da un raffinatissimo concerto per voci sole, che non ci ha fatto rimpiangere l’assenza di strumenti. Ho scritto concerto perché
il verbo concertare indica “accordo”, “coordinazione” per eseguire qualcosa che
insieme si armonizzi. E cosa c’è di più perfetto di un coro di voci che cerca in
maniera perfetta la sua armonia? E può farlo senza strumenti e senza pregiudicarne
la bellezza, come è accaduto ieri sera. Ricordiamoci, altresì, che un coro
polifonico vocale agisce come un insieme strumentale: esegue melodie con
registri e toni differenti, con coloriture differenti, ma che trovano un
accordo perfetto nella fusione dei timbri, nelle caratteristiche delle singole
voci. E di voci “Stile Antico” (proprio così, Stile Antico in lingua italiana;
e l’omaggio alla nostra tanta vituperata meravigliosa lingua non poteva non far
felice uno scrittore come me che da anni ne difende la bellezza contro i
barbari e i denigratori), un ensemble londinese che può vantare un robusto
curriculum internazionale, ne esibiva quattro: tre da soprani, tre da alti, tre
da tenori e tre da bassi. Mi permetto un’altra breve divagazione necessaria,
solo per segnalare che il canto, il suono puro della voce, è nato prima
di ogni strumento, prima delle note messe sul rigo di uno spartito. Il canto
degli uccelli, il fischio degli uomini, il tambureggiare della pioggia c’erano
prima che uno strumento li imitasse. Le mondine cantavano assieme senza
strumenti di accompagnamento nelle risaie. Le donne della mia infanzia
cantavano a più voci e in coro la villanella mentre spannocchiavano le spighe:
un coro robusto, un coro armonioso: a volte allegro e gioioso, a volte malinconico
e dolente. Mio nonno cantava dall’alto del gelso bianco e noi lo imitavamo
reggendo dal basso un enorme candido lenzuolo bianco su cui una cascata di
frutti maturi, scendeva come una pioggia benigna. Io cantavo e fischiavo come
un fringuello spensierato, e lo faccio ancora oggi anche per strada, in questa
città a volte triste e fin troppo rumorosa, per ricordare a me stesso che non c’è nulla di
più umano e fraterna della musica, del canto. Mi sono sembrate così bene accordate, così armoniosamente fuse,
le voci dei componenti di “Stile Antico” – anche se non c’era un maestro a
guidarli in questo omaggio a William Byrd e ai suoi allievi (Thomas Morley,
Peter Philips, Thomas Tomkins) – che Quomodo cantabimus, Factus est repente, Laudibus
in sanctis, Ecce vicit Leo e il resto, non ci hanno per nulla fatto sentire la
mancanza di strumenti di accompagnamento. Pareva, a volte, di sentire il
sottofondo di un basso continuo, la traccia di un organo, il vibrare di uno strumento
a corda, tale era la magia delle voci. Ed avrebbero potuto insistere per minuti
e minuti solo su una semplice esclamazione come l’alleluia, nient’altro, e
noi non ci saremmo saziati di gustarne il suono, l’armonia, le variazioni, gli
alti e i bassi, il robusto e gli acuti. Miracolo della voce umana, e delle sue infinite possibilità.