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domenica 6 settembre 2026

FILI DI RINASCITA - III                
di Zaccaria Gallo


Lucia De Feudis
Antigone
 

Lorena Isceri chiusa nel bagagliaio della macchina del suo boia ha chiesto aiuto per venti minuti... venti minuti. Poi nulla ha fermato quelluomo. Lha gettata da un cavalcavia come un rifiuto. Questa non è più una società normale, e luomo è una bestia allucinata che non si riesce a fermare. (z. g.) 


Antigone
 
Musica- Entra Antigone e dietro di lei rimarranno le altre come a formare il Coro greco. Antigone avanza sul palco. Ha nelle mani due pugni di terra. Guarda il pubblico e fa cadere al suolo la terra. Si pulisce le mani, sempre guardando il pubblico e alza le braccia al cielo come ad invocare l’aiuto degli Dei per quello che deve dire. A questo punto una delle donne del coro le porge un papiro arrotolato e Antigone potrà incominciare il suo monologo.
 
Antigone                                                    
“Mi riconoscete? No. Non potete. Il tempo ha consumato il mio nome fino a farlo diventare una parola nei libri, una tragedia, una lezione, una pagina da studiare prima di un esame, eppure sono qui.  Sono Antigone. Sono quella ragazza che un re chiamò ribelle, una donna che osò dire no, non perché forse era più forte, ma perché aveva paura di vivere inginocchiata. Mi avete raccontata male. Avete detto che sono morta per un fratello. No. Io rischiai tutto perché nessun potere ha il diritto di decidere quale corpo meriti una sepoltura e quale debba marcire al sole. Difendevo un essere umano. E quando si difende un essere umano si difendono tutti. Creonte credeva che il potere, il suo potere, fosse la verità. Io sapevo che il potere può solo imporre il silenzio. La verità… quella, continua a respirare anche sotto una montagna di pietre, come quella dove mi hanno sepolta. Sono passati più di duemila anni. Pensavo che sarei arrivata in un mondo diverso. Mi  sbagliavo. I Creonti sono diventati più eleganti. Non portano sempre una corona, a volte indossano una giacca, a volte una divisa, a volte un titolo accademico, a volte sorridono davanti alle telecamere, a volte siedono alla vostra tavola. Hanno imparato una cosa nuova: non ordinano soltanto ti convincono, ti spiegano che obbedire è ragionevole, che protestare è sconveniente, che una donna prudente deve parlare più piano, che una donna intelligente deve aspettare, che una donna libera è una donna pericolosa. Lo dicevano anche di me. Perché il potere teme una donna che non chiede il permesso, non teme la forza, teme la coscienza e una coscienza è contagiosa, basta una voce, una soltanto, ed ecco che il silenzio si incrina. Mi chiedono ancora: ne è valsa la pena? Io rispondo con una domanda: vale la pena vivere se ogni giorno consegniamo la nostra coscienza nelle mani di chi decide per noi ciò che è giusto? Io non sono morta dentro una grotta sotto queste pietre. Sono morta ogni volta che qualcuno ha scelto di voltarsi dall'altra parte e sono rinata ogni volta che una donna ha detto no. No alla violenza. No all’umiliazione. No alla legge che protegge il potente e punisce il debole. No al ricatto. No alla paura. Quel piccolo no è la parola più antica della libertà. Non sono tornata per insegnarvi il coraggio. Il coraggio non si insegna, si riconosce, abita già dentro ciascuno di voi, aspetta soltanto il momento in cui il silenzio diventa più insopportabile della paura.  Allora capirete perché io ha attraversato la città con una manciata di terra tra le mani. Non stavo seppellendo un morto. Stavo tentando di salvare i vivi perché ogni civiltà comincia a morire quando considera normale l’ingiustizia e nessuna legge sarà mai abbastanza forte da trasformare l’ingiusto in giusto. Ricordatelo. Ogni volta che un potere vi chiederà di rinunciare alla vostra coscienza in nome dell’ordine Creonte sarà tornato. Chi decide quale vita vale?
 
Coro
Chi decide?
                                        
Antigone
Chi stabilisce il confine tra legge e Giustizia?
                                           
Coro
Chi lo stabilisce? Abbiamo imparato a tacere. Abbiamo imparato a sorridere. Abbiamo imparato ad aspettare. Ora basta.
                                              
Antigone
Non aspettate il mio ritorno. Ogni volta che una coscienza rifiuta di inginocchiarsi io sono già lì.