MIGRANTI, RISULTATI
ELETTORALI, SENSO STORICO di Franco Astengo
Il senso storico complessivo
dell’offensiva di destra (o meglio dell’arretramento storico) è ancora
una volta quello su cui poggiò la grande offensiva reazionaria identificata con
il nazismo. “Aspetti fondamentali nel diritto
nazionalsocialista, sui quali ci sarebbe da riflettere anche oggi con grande
attenzione e che si presentano come di stringente attualità anche nel “caso
italiano”. Èpossibile che nel prossimo secolo, il XXII, la lotta ai migranti potrebbe
essere considerata come noi analizziamo le guerre di religione svoltesi in
Europa nel XVII secolo? Le vicende che si stanno sviluppando appaiono sempre di
più come legate a una diversa estrema concezione del possibile sviluppo umano. Sicuramente
gli avvenimenti si susseguono in un contesto diverso da quello che poi emerse
dal secolo della formazione degli stati nazionali aperto dal rogo di Giordano
Bruno. Poi nel XVIII secolo i lumi e le rivoluzioni borghesi aprirono la strada
alla modernità. Se questa comparazione storica ha un senso allora i risultati
elettorali della Sassonia non debbono essere presi come la cifra del futuro che
appartiene ancora al “trattato sulla tolleranza” e alla “pace perpetua” come
utopie fondative della civiltà. La contraddizione amico-nemico che porta alla
cacciata del diverso quale suo esito naturale, risulta essere epocale come
quelle delle grandi transizioni ecologica, digitale, di genere strettamente
intrecciate alla sempre viva marxiana “contraddizione principale” dello
sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Il senso storico complessivo dell’offensiva
di destra (o meglio dell’arretramentostorico) è ancora una volta
quello su cui poggiò la grande offensiva reazionaria identificata con il
nazismo. Questa affermazione va sviluppata a chiare lettere. Ritorna per intero
quel concetto di “amico- nemico” teorizzato dal filosofo tedesco Carl Schimtt
negli anni centrali del secolo scorso. Un ritorno all’indietro
che vediamo nell’indiscriminato utilizzo della forza verso gli inermi, nel ritorno
ad una concezione della “distruzione totale” del presunto “altro”, nel ritorno
al pieno riconoscimento della logica “amico-nemico” della quale si era
vanamente cercato di proclamare l’inattualità. Forse si potrebbe ripartire
superando il peso del passato e riflettendo sul nesso “pace/diritti,
etico/giuridico” per una ridefinizione dei princìpi dell’universalità
opponendoci a una vera e propria “restaurazione del primato dei colonizzatori”.
Una restaurazione attuata nel senso radicale di affermazione di un primato che
si basa un dominio tecnocratico figlio di una visione assolutamente
assolutistica. La visione assolutistica del “primato della politica” rimane il
pericolo maggiore che sta correndo l’umanesimo in questa fase così tormentata. Un
concetto che si è tentato di “estirpare” dal dibattito politico e culturale
dell’Occidente affermando, per contro, il concetto di “fine della storia”
emerso all’indomani della caduta del muro di Berlino.
La distinzione “amico-nemico”
avviene sulla base del concetto di “altro”, di “straniero”. Il nemico è un
altro, uno straniero, esistenzialmente: con lui sono possibili in caso estremo
conflitti esistenziali, come quello teorizzato dallo stesso Schimtt in nome del
comando e dell’eguaglianza della stirpe. Aspetti fondamentali nel diritto
nazionalsocialista, sui quali ci sarebbe da riflettere anche oggi con grande
attenzione e che si presentano come di grande attualità anche nel “caso
italiano”. Lo straniero, colui che ha un altro modo d’essere, può essere
presentato così oggettivamente, sotto un velo politico (una “maschera”) per
stabilirne la piena mancanza di relazione, l’isolamento assoluto. Si
tratta di negare nell’altro lo stesso modo d’esistenza, imponendo il nostro attraverso
il combattimento in modo da affermare esclusivamente la nostra maniera di
vivere, quella conforme al nostro proprio essere. Qual è allora il criterio per
distinguere e decidere da che parte stare, da quella dell’amico o da quella del
nemico? Entra allora in gioco l’altro grande pilastro della riflessione
politica tra il ’700 e il ’900: quello della “autonomia del politico”. È ancora
Hobbes che apre la strada, come già nel caso della scaturigine delle
riflessioni di Schimtt che si è cercato in questa sede di riassumere. Hobbes da
utilizzare proprio nel senso della regolazione autoritaria e “esterna” dei
rapporti politici. Sull’attualità del concetto di “autonomia del politico” sarebbe
però necessario aprire subito un nuovo livello di riflessione, strettamente
collegato - anche in questo caso - con il rapporto realtà/illusione che la
mediatizzazione dell’agire politico sta imponendo oggi nella proposta di
aggregazione e coinvolgimento dell’opinione pubblica: sono in gioco fattori
decisivi che vanno ben oltre la semplice e pur necessaria difesa della
democrazia repubblicana.