Èstupefacente come da un lato l’opinione pubblica, le
associazioni, i partiti, i sindacati, gli ambienti medici, artistici,
letterari, scientifici ed intellettuali in genere, le Università, le categorie
sociali che dovrebbero essere le più avvertite e consapevoli, la comunità intera
di chi lavora ed è responsabile dei beni culturali nelle sue varie
articolazioni (direttori di musei, accademie, biblioteche, teatri, conservatori,
cineteche, fondazioni e quant’altro) resti inebetita, silente, indifferente,
davanti al vicinissimo pericolo di una guerra nucleare in Europa, e dall’altra
la categoria dei giornalisti e degli “operatori” dell’informazione (vi ricordate le parole di Hegel? “La lettura del giornale è la preghiera concreta del
mattino dell’uomo moderno. Essa ci permette di situarci quotidianamente nel
nostro mondo storico”) si è trasformata nella più bieca categoria al servizio delle
menzogne del potere, del governo e della guerra. Non è possibile aprire gli organi
del 99% della stampa italiana senza provarne disgusto. Come è stato possibile
che una categoria intera si asservisse ai mercanti di morte e divenisse il
megafono della guerra? Come è possibile che tutti questi uomini e donne, non
tutti stupidi, abbiano deciso di mortificare la loro intelligenza e mettersi al
servizio della menzogna soffiando sul fuoco di una guerra nucleare ben sapendo
che saranno distrutti essi stessi assieme ai loro familiari e ai loro beni? È
un pensiero che non mi dà requie e che la ragione non riesce ad accettare.
Eppure, basterebbe che si recassero su uno dei teatri di guerra disponibili e costatassero gli orrori con i loro occhi; vedessero le carneficine, i cadaveri
insepolti spesso sbranati da bestie, le case polverizzate, i beni artistici
inceneriti, vecchi, malati e bambini folli di terrore rimasti senza riparo,
senza cure, senza ricordi; molti di loro orfani, costretti a milioni a diventare profughi in terre straniere e lontane, in terre spesso ostili, per
avere una prova di che cosa può accadere a loro stessi e alle loro famiglie. Ma
continuano a pubblicare le veline dei governi e dei mercanti di armi: non si
pongono alcun dubbio, non avanzano alcuna critica, non fanno controinchieste
come il loro mestiere richiederebbe. Spacciatori di notizie false, questo sono
diventati i giornali del mio Paese perché vogliono l’Europa in guerra, ne
vogliono vedere la fine. E l’Ordine dei Giornalisti resta anch’esso inebetito, silente,
indifferente. Ho una tessera di giornalista da 45 anni e da giovane mi ero
illuso che la stampa, come teorizzava una nobile tradizione che annovera
personalità come Edmund Burke, Locke, Montesquieu e persino un presidente
americano come Jefferson, facesse la guardia agli altri poteri, li tenesse d’occhio,
ne denunciasse i misfatti. La strage di Piazza Fontana mi disilluse subito e non
ero ancora diventato maggiorenne; ma poi mi riconciliai con una parte di
essa, quella che fece con i mezzi che poteva, una decisa e appassionata contro-inchiesta
sugli stragisti e chi li manovrava. Senza quel tipo di stampa, avrei avuto
orrore a mescolarmi a quella cloaca. Ora
che giovane non lo sono più, questa stampa asservita ai governi e coinvolta
direttamente nella politica di guerra che la cricca al vertice delle
istituzioni europee sta irresponsabilmente perseguendo, mi suscita insieme disgusto, disprezzo,
terrore.