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venerdì 4 settembre 2026

STAMPA E GUERRA
di Angelo Gaccione



È stupefacente come da un lato l’opinione pubblica, le associazioni, i partiti, i sindacati, gli ambienti medici, artistici, letterari, scientifici ed intellettuali in genere, le Università, le categorie sociali che dovrebbero essere le più avvertite e consapevoli, la comunità intera di chi lavora ed è responsabile dei beni culturali nelle sue varie articolazioni (direttori di musei, accademie, biblioteche, teatri, conservatori, cineteche, fondazioni e quant’altro) resti inebetita, silente, indifferente, davanti al vicinissimo pericolo di una guerra nucleare in Europa, e dall’altra la categoria dei giornalisti e degli “operatori” dell’informazione (vi ricordate le parole di Hegel? “La lettura del giornale è la preghiera concreta del mattino dell’uomo moderno. Essa ci permette di situarci quotidianamente nel nostro mondo storico”)
si è trasformata nella più bieca categoria al servizio delle menzogne del potere, del governo e della guerra. Non è possibile aprire gli organi del 99% della stampa italiana senza provarne disgusto. Come è stato possibile che una categoria intera si asservisse ai mercanti di morte e divenisse il megafono della guerra? Come è possibile che tutti questi uomini e donne, non tutti stupidi, abbiano deciso di mortificare la loro intelligenza e mettersi al servizio della menzogna soffiando sul fuoco di una guerra nucleare ben sapendo che saranno distrutti essi stessi assieme ai loro familiari e ai loro beni? È un pensiero che non mi dà requie e che la ragione non riesce ad accettare. Eppure, basterebbe che si recassero su uno dei teatri di guerra disponibili e costatassero gli orrori con i loro occhi; vedessero le carneficine, i cadaveri insepolti spesso sbranati da bestie, le case polverizzate, i beni artistici inceneriti, vecchi, malati e bambini folli di terrore rimasti senza riparo, senza cure, senza ricordi; molti di loro orfani, costretti a milioni a diventare profughi in terre straniere e lontane, in terre spesso ostili, per avere una prova di che cosa può accadere a loro stessi e alle loro famiglie. Ma continuano a pubblicare le veline dei governi e dei mercanti di armi: non si pongono alcun dubbio, non avanzano alcuna critica, non fanno controinchieste come il loro mestiere richiederebbe. Spacciatori di notizie false, questo sono diventati i giornali del mio Paese perché vogliono l’Europa in guerra, ne vogliono vedere la fine. E l’Ordine dei Giornalisti resta anch’esso inebetito, silente, indifferente. Ho una tessera di giornalista da 45 anni e da giovane mi ero illuso che la stampa, come teorizzava una nobile tradizione che annovera personalità come Edmund Burke, Locke, Montesquieu e persino un presidente americano come Jefferson, facesse la guardia agli altri poteri, li tenesse d’occhio, ne denunciasse i misfatti. La strage di Piazza Fontana mi disilluse subito e non ero ancora diventato maggiorenne; ma poi mi riconciliai con una parte di essa, quella che fece con i mezzi che poteva, una decisa e appassionata contro-inchiesta sugli stragisti e chi li manovrava. Senza quel tipo di stampa, avrei avuto orrore a mescolarmi a quella cloaca. Ora che giovane non lo sono più, questa stampa asservita ai governi e coinvolta direttamente nella politica di guerra che la cricca al vertice delle istituzioni europee sta irresponsabilmente perseguendo, mi suscita insieme disgusto, disprezzo, terrore.