Gino Paoli
cantava: «Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…». Per
leggere il tempo presente immaginiamo che quei quattro amici siano la storia,
la filosofia, la sociologia e l’antropologia: strumenti utili per comprendere i
nuovi assetti geopolitici. Cicerone ricordava che la storia è magistra vitae,
un insegnamento spesso dimenticato. Sullo sfondo di molte analisi restano due
concetti: multilateralismo e multipolarismo. Il primo nasce dall’idea
illuminista di un ordine regolato da istituzioni condivise e cooperazione; il
secondo descrive un potere distribuito tra più centri concorrenti, ciascuno con
proprie razionalità strategiche. Resta aperta una domanda: in quale legge universale
sarebbe stabilito che l’Occidente rappresenti il vertice di una gerarchia tra
culture e società? La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, chiuse la logica
bipolare della Guerra fredda. Francis Fukuyama, con la tesi della «fine della
storia», vi lesse l’avvio di una progressiva omogeneizzazione del mondo; gli si
contrapposero lo scontro di civiltà di Samuel Huntington e le modernità
multiple di Shmuel Eisenstadt, che riconosceva la pluralità dei percorsi con
cui le società reinterpretano la modernità. Il 1989 fu anche un’occasione
mancata: invece di un ordine multipolare fondato su equilibrio e dialogo,
prevalse il tentativo occidentale di imporre un modello unico, sulla scia del
neoliberismo di Thatcher e Reagan, che presentava il capitalismo come privo di
alternative. Immanuel Wallerstein aiuta a comprendere queste dinamiche. Il
sistema-mondo capitalista, sviluppatosi dal XVI secolo, si struttura in una
gerarchia tra aree centrali, dotate di forza economica e tecnologica, e aree
periferiche, specializzate in materie prime e lavoro a basso costo. Il
colonialismo ha consolidato questa struttura, producendo dipendenze e squilibri
che dovrebbero essere centrali nella comprensione dei conflitti attuali. Il
tema del declino ha radici lontane. Oswald Spengler, nel Tramonto
dell’Occidente, concepiva le civiltà come organismi destinati a nascere,
maturare e declinare: un’immagine suggestiva, che è anche il limite della sua
teoria, perché i processi storici sono attraversati dall’azione intenzionale
degli individui. Resta significativa la ricorrenza delle narrazioni di crisi:
dopo il tramonto dell’Europa come centro del mondo, l’Occidente fu sostenuto
dall’America, fino al cosiddetto secolo americano. Anche Nietzsche, con la
riflessione sul nichilismo, e Heidegger, con la critica a una razionalità
tecnica priva di un orizzonte di senso, invitano a interrogarsi sui limiti
della modernità: la tecnica può organizzare il mondo, ma non basta a fondare la
vita.
La trasformazione in corso segna la perdita del monopolio interpretativo
dell’Occidente: non esiste un unico percorso storico lineare destinato a essere
universalizzato. Zygmunt Bauman ha descritto la liquidità delle società
contemporanee come dissoluzione delle strutture solide della modernità, un
processo oggi evidente soprattutto in Europa e Nord America. Come ricordava
Franco Ferrarotti riprendendo Thorstein Veblen, le vittorie storiche producono
spesso effetti di ritorno inattesi: l’egemonia occidentale è nata dalla
modernità, e le contraddizioni della modernità contribuiscono oggi al suo
logoramento. Marchi globali, musica e consumi di massa sembrano testimoniare
l’universalizzazione del modello occidentale; spesso, però, vengono
reinterpretati e adattati ai contesti locali, perdendo parte del significato
originario. Anche la nozione di Occidente va ridefinita. Costruzione
storico-culturale che attraversa il mondo greco, l’eredità romana e cristiana e
la modernità europea, ha finito per indicare un tempo, quello della modernità.
Ma sviluppo tecnologico, capitalismo e innovazione si sono diffusi su scala
globale: assistiamo alla fine della pretesa che il modello occidentale sia
l’esito naturale e inevitabile della storia. Siamo in mezzo al guado, e il guado
è il tempo presente, con le sue contraddizioni e possibilità. Riconoscere che
non esistono culture superiori, che la modernità è plurale e che l’Occidente è
una forma tra le altre non significa arrendersi o subire come le élite
globaliste e finanziarie vogliono farci credere. È piuttosto una condizione per
abitare responsabilmente un mondo senza un centro unico, che chiede più
dialogo, più ascolto e più giustizia.