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martedì 27 ottobre 2026

BREVI NOTE SUL TEMPO PRESENTE
di Luigi Russo



Gino Paoli cantava: «Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…». Per leggere il tempo presente immaginiamo che quei quattro amici siano la storia, la filosofia, la sociologia e l’antropologia: strumenti utili per comprendere i nuovi assetti geopolitici. Cicerone ricordava che la storia è magistra vitae, un insegnamento spesso dimenticato. Sullo sfondo di molte analisi restano due concetti: multilateralismo e multipolarismo. Il primo nasce dall’idea illuminista di un ordine regolato da istituzioni condivise e cooperazione; il secondo descrive un potere distribuito tra più centri concorrenti, ciascuno con proprie razionalità strategiche. Resta aperta una domanda: in quale legge universale sarebbe stabilito che l’Occidente rappresenti il vertice di una gerarchia tra culture e società? La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, chiuse la logica bipolare della Guerra fredda. Francis Fukuyama, con la tesi della «fine della storia», vi lesse l’avvio di una progressiva omogeneizzazione del mondo; gli si contrapposero lo scontro di civiltà di Samuel Huntington e le modernità multiple di Shmuel Eisenstadt, che riconosceva la pluralità dei percorsi con cui le società reinterpretano la modernità. Il 1989 fu anche un’occasione mancata: invece di un ordine multipolare fondato su equilibrio e dialogo, prevalse il tentativo occidentale di imporre un modello unico, sulla scia del neoliberismo di Thatcher e Reagan, che presentava il capitalismo come privo di alternative. Immanuel Wallerstein aiuta a comprendere queste dinamiche. Il sistema-mondo capitalista, sviluppatosi dal XVI secolo, si struttura in una gerarchia tra aree centrali, dotate di forza economica e tecnologica, e aree periferiche, specializzate in materie prime e lavoro a basso costo. Il colonialismo ha consolidato questa struttura, producendo dipendenze e squilibri che dovrebbero essere centrali nella comprensione dei conflitti attuali. Il tema del declino ha radici lontane. Oswald Spengler, nel Tramonto dell’Occidente, concepiva le civiltà come organismi destinati a nascere, maturare e declinare: un’immagine suggestiva, che è anche il limite della sua teoria, perché i processi storici sono attraversati dall’azione intenzionale degli individui. Resta significativa la ricorrenza delle narrazioni di crisi: dopo il tramonto dell’Europa come centro del mondo, l’Occidente fu sostenuto dall’America, fino al cosiddetto secolo americano. Anche Nietzsche, con la riflessione sul nichilismo, e Heidegger, con la critica a una razionalità tecnica priva di un orizzonte di senso, invitano a interrogarsi sui limiti della modernità: la tecnica può organizzare il mondo, ma non basta a fondare la vita. 



La trasformazione in corso segna la perdita del monopolio interpretativo dell’Occidente: non esiste un unico percorso storico lineare destinato a essere universalizzato. Zygmunt Bauman ha descritto la liquidità delle società contemporanee come dissoluzione delle strutture solide della modernità, un processo oggi evidente soprattutto in Europa e Nord America. Come ricordava Franco Ferrarotti riprendendo Thorstein Veblen, le vittorie storiche producono spesso effetti di ritorno inattesi: l’egemonia occidentale è nata dalla modernità, e le contraddizioni della modernità contribuiscono oggi al suo logoramento. Marchi globali, musica e consumi di massa sembrano testimoniare l’universalizzazione del modello occidentale; spesso, però, vengono reinterpretati e adattati ai contesti locali, perdendo parte del significato originario. Anche la nozione di Occidente va ridefinita. Costruzione storico-culturale che attraversa il mondo greco, l’eredità romana e cristiana e la modernità europea, ha finito per indicare un tempo, quello della modernità. Ma sviluppo tecnologico, capitalismo e innovazione si sono diffusi su scala globale: assistiamo alla fine della pretesa che il modello occidentale sia l’esito naturale e inevitabile della storia. Siamo in mezzo al guado, e il guado è il tempo presente, con le sue contraddizioni e possibilità. Riconoscere che non esistono culture superiori, che la modernità è plurale e che l’Occidente è una forma tra le altre non significa arrendersi o subire come le élite globaliste e finanziarie vogliono farci credere. È piuttosto una condizione per abitare responsabilmente un mondo senza un centro unico, che chiede più dialogo, più ascolto e più giustizia.