Pagine

▼

domenica 4 ottobre 2026

CECCO E DANTE



Caro Professore,

le scrivo per condividerle una riflessione che mi ha letteralmente folgorato, e di cui vorrei molto sentire il suo parere da poeta e scrittore. Riflettendo su quel vertice assoluto di invenzione linguistica che è il conio dei verbi dai pronomi - un’articolazione formidabile che trova il suo apice celeste nel celeberrimo verso di Dante nel Paradiso («S’io m’intuassi, come tu t’inmmii», Canto IX) - sono andato a ripensare al modo in cui la stessa identica mossa alchemica sulla lingua viene manipolata in terra dalla voce dissacrante di Cecco Angiolieri. Mi ha colpito in modo pazzesco come questa forzatura della grammatica diventi il campo di battaglia di due potenze contrapposte. Da una parte Dante, che usa l’invenzione dei pronomi fatti verbo per descrivere il simbolo supremo dell’empatia, della comunione e della compenetrazione mistica tra le anime; dall’altra Cecco, che in quella stessa zona d’ombra linguistica marcia con sarcasmo per marcare una distanza feroce e un’incompatibilità radicale. Guardandoli così, mi è sembrato di vedere due parallele opposte, ma simmetricamente uguali: due voci che, pur puntando una al fango della taverna e l’altra all’Empireo, si compiono a vicenda e reggono il contrappunto perfetto di quel ribollente Duecento fiorentino. Cecco, etichettato sbrigativamente come “minore”, si rivela in realtà un pari e controcanto formidabile del Sommo Poeta, la zavorra terrena senza la quale la vertigine celeste di Dante perderebbe parte della sua urgenza umana. Volevo spingere la riflessione ancora più in là, azzardando un parallelo sul piano politico. Se guardiamo a queste due potenze poetiche come a due visioni del mondo, esse incarnano due modi opposti di intendere il rapporto con l’autorità: Dante è il costruttore della forma, il teorico di una politica verticale e architettonica, che nel suo «s’io m’intuassi» immagina la cittadinanza perfetta come comunione organica, universale e ordinata. Cecco è l’archetipo del dissidente radicale, il padre di ogni sovversione dal basso, orizzontale e corporale: la sua lingua sgangherata è il manifesto della crisi del legame sociale, l’outsider che rifiuta l’assimilazione al sistema dogmatico e rivendica il proprio diritto all’incompatibilità. Lei a chi attribuirebbe l’onore di questa tenzone? Vede in questa polarità estetica anche il riflesso di due diverse anatomie del potere, e quale delle due anime - il ribelle irriducibile o il visionario del riscatto collettivo - sente più vicina alla sua sensibilità?
Con grande Stima e un caro saluto.
Rosario Undiemi



Caro Undiemi,
un mistico e uno scialacquatore, ed io non sono né l’uno né l’altro. Appartenente alla piccola nobiltà il primo, alla nobiltà alta il secondo. L’Alighieri è un “alchimista” della parola e nessun artista può fare a meno della sua lezione. Il cielo è il suo traguardo. Per Cecco il traguardo è l’inferno. Il suo ribellismo teppistico, la dissipazione e lo scialo sono tutti terreni, come il suo linguaggio volutamente “basso”. Hanno entrambi avuto rapporti col potere e sono stati uomini d’armi. Entrambi colti ed eruditi. Non credo, però, che in Cecco vi sia adesione umana verso i diseredati o condivisione sociale. Potremmo definirlo un ribelle senza causa, interessato fondamentalmente a sé stesso. Si tratta di due esistenze legate ad un tempo troppo lontano rispetto al nostro odierno sentire, e dovrà passarne molto perché compaiano sulla scena della storia donne e uomini con cui identificarci. (a. g.)