Non
ricordo proprio del tutto. È stato un richiamo, come tante altre volte mi era
successo.Pomeriggio di un giorno di festa, ormai tardo. Naturalmente
solo. Quella zona non l’ho mai conosciuta mai frequentata. Vicino alla città
dell’oro, terra di prima montagna, terra di guerra e povertà. Dominata dalla
Chiesa, con quella ipocrisia tipicamente bigotta che fa nascere l’assoluta
necessità di mondarsi l’anima, sempre e comunque. Ho trovato subito. L’immediato
ingresso sensoriale al luogo è stato il suono dell’acqua, sotto. Cercavo,
potevo immaginare. Mi fermo all’altezza di una povera casa anni ’50 e di fronte
a me esce un tizio, un uomo sulla settantina (quasi) ben piantato. Proprio in
quel momento, quasi mi aspettasse. “La casa dello scrittore?” “Questa”. Incredibile mi dico, al primo
colpo. Riflettevo su come anche la tristezza, il semidio che tutti ci lusinga e
impaurisce, ormai sembrava aver lasciato quel posto. Lì aveva finito il suo
compito, il lavoro. Era rimasta solo l’assenza, sorella della memoria. “Lo conosceva?” “Sì, ma era un grande stronzo. Lo
vedevamo qualche volta e parlavamo anche, se gli andava. Sempre solo, col cane.
Forse voleva così. Qui c’era la sua macchina, vecchia messa un po’ male. Ma io
sono qui solo i fine-settimana. Era la casa dei miei suoceri. Io sono di vicino
Roma, ma vivo qui sotto da molto. Mi sono sposato con una di qui”. “Ma cosa è successo?”. “Vedevo da qualche giorno il suo
cane girare fuori della casa, come se cercasse. Noi eravamo qui per le Feste e
non lo abbiamo mai visto uscire. La macchina era al suo posto. Stava chiuso
dentro anche giornate intere, lui. Ma poi veniva fuori, andava giù al bar.
Qualche volta diceva che andava in città. Quei giorni erano freddi, qui d’inverno
non c’è mai luce. Freddi di un freddo cattivo che poi non ti sai spiegare. Non
capivo, o meglio ho sospettato. E ho chiamato quelli dell’Ospedale e i
Carabinieri”. “Quando sono arrivati cosa hanno
fatto?” “Hanno dovuto aprire la porta,
era chiusa. I Carabinieri non avevano molta voglia, continuavano a dirmi che
quella persona che abitava lì aveva già creato altri casini. E mi hanno mandato
avanti a me, a vedere”. La creazione di un mito è un
processo forse necessario, obbligatorio. Soprattutto quando quella persona che
è appena morta – in qualsiasi maniera – è stata abbandonata. Va bene, era
diventato “impossibile”. E allora? Avete creato il mito. Uno che scrive sempre
sulla morte, sul suicidio. E non lo fa mai. La paura del suicidio è diversa dalla
solita paura della morte. È molto
più dura angosciante cattiva. Per tutti lui non può che essersi suicidato, è
così, sicuro. “Sono entrato io. Era sulle scale
con la testa rotta, il sangue coagulato. Scale strette. Magari erano giorni che
non mangiava e beveva poco. E poi quei farmaci che prendeva da poco, chissà se
poi li prendeva?” Proprio quei farmaci che per lui erano uno smacco una
sconfitta. “Per me non ce la faceva più a
stare in piedi, è caduto e si è fracassato la testa. Quale suicidio? Lo salutai, lo ringraziai. Era un
uomo coi piedi per terra. Ed era davvero dispiaciuto per quello che era
successo. Alla fine quel luogo così distante dai posti “civili” aveva perso
qualcuno particolare, magari importante. Il senso del nulla che portiamo
dentro, l’assenza. L’assenza, credo, è molto meno del vuoto. Il vuoto sta fra
due blocchi di materia, di essere. Era sempre più freddo e tornai
indietro.