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martedì 20 ottobre 2026

DOPO
di Giorgio Bolla
 

Non ricordo proprio del tutto. È stato un richiamo, come tante altre volte mi era successo. Pomeriggio di un giorno di festa, ormai tardo. Naturalmente solo. Quella zona non l’ho mai conosciuta mai frequentata. Vicino alla città dell’oro, terra di prima montagna, terra di guerra e povertà. Dominata dalla Chiesa, con quella ipocrisia tipicamente bigotta che fa nascere l’assoluta necessità di mondarsi l’anima, sempre e comunque.
Ho trovato subito. L’immediato ingresso sensoriale al luogo è stato il suono dell’acqua, sotto. Cercavo, potevo immaginare. Mi fermo all’altezza di una povera casa anni ’50 e di fronte a me esce un tizio, un uomo sulla settantina (quasi) ben piantato. Proprio in quel momento, quasi mi aspettasse.
“La casa dello scrittore?”
“Questa”.
Incredibile mi dico, al primo colpo. Riflettevo su come anche la tristezza, il semidio che tutti ci lusinga e impaurisce, ormai sembrava aver lasciato quel posto. Lì aveva finito il suo compito, il lavoro. Era rimasta solo l’assenza, sorella della memoria.
“Lo conosceva?”
“Sì, ma era un grande stronzo. Lo vedevamo qualche volta e parlavamo anche, se gli andava. Sempre solo, col cane. Forse voleva così. Qui c’era la sua macchina, vecchia messa un po’ male. Ma io sono qui solo i fine-settimana. Era la casa dei miei suoceri. Io sono di vicino Roma, ma vivo qui sotto da molto. Mi sono sposato con una di qui”.
“Ma cosa è successo?”.
“Vedevo da qualche giorno il suo cane girare fuori della casa, come se cercasse. Noi eravamo qui per le Feste e non lo abbiamo mai visto uscire. La macchina era al suo posto. Stava chiuso dentro anche giornate intere, lui. Ma poi veniva fuori, andava giù al bar. Qualche volta diceva che andava in città. Quei giorni erano freddi, qui d’inverno non c’è mai luce. Freddi di un freddo cattivo che poi non ti sai spiegare. Non capivo, o meglio ho sospettato. E ho chiamato quelli dell’Ospedale e i Carabinieri”.
“Quando sono arrivati cosa hanno fatto?”
“Hanno dovuto aprire la porta, era chiusa. I Carabinieri non avevano molta voglia, continuavano a dirmi che quella persona che abitava lì aveva già creato altri casini. E mi hanno mandato avanti a me, a vedere”.
La creazione di un mito è un processo forse necessario, obbligatorio. Soprattutto quando quella persona che è appena morta – in qualsiasi maniera – è stata abbandonata. Va bene, era diventato “impossibile”. E allora? Avete creato il mito. Uno che scrive sempre sulla morte, sul suicidio. E non lo fa mai. La paura del suicidio è diversa dalla solita paura della morte. È molto più dura angosciante cattiva. Per tutti lui non può che essersi suicidato, è così, sicuro.
“Sono entrato io. Era sulle scale con la testa rotta, il sangue coagulato. Scale strette. Magari erano giorni che non mangiava e beveva poco. E poi quei farmaci che prendeva da poco, chissà se poi li prendeva?” Proprio quei farmaci che per lui erano uno smacco una sconfitta.
“Per me non ce la faceva più a stare in piedi, è caduto e si è fracassato la testa. Quale suicidio?
Lo salutai, lo ringraziai. Era un uomo coi piedi per terra. Ed era davvero dispiaciuto per quello che era successo. Alla fine quel luogo così distante dai posti “civili” aveva perso qualcuno particolare, magari importante.
Il senso del nulla che portiamo dentro, l’assenza. L’assenza, credo, è molto meno del vuoto. Il vuoto sta fra due blocchi di materia, di essere.
Era sempre più freddo e tornai indietro.