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martedì 13 ottobre 2026

GEOPOLITICA E LIBERTÀ
di Luigi Russo
  


Il paradosso di un diritto negato

Chi ha studiato diritto privato ricorderà sicuramente la massima secondo cui la libertà di un individuo finisce dove inizia la libertà di un altro individuo; è un principio che i manuali di diritto hanno accostato a Kant e che, ancora oggi, regge la convivenza civile perché presuppone un’autorità terza, lo Stato, che stabilisce regole, risolve i conflitti e sanziona chi invade la sfera altrui. Ma che cosa accade quando trasferiamo questa idea nel contesto internazionale, nei rapporti tra le nazioni dove un arbitro sovrano semplicemente non esiste e dove nessuna autorità superiore è in grado di svolgere il ruolo di arbitro? Nel suo saggio Per la pace perpetua del 1795, Kant aveva immaginato che gli Stati potessero superare questa condizione dandosi un diritto comune e unendosi in una federazione di libere repubbliche. Dopo la caduta del Muro di Berlino l’Occidente collettivo si era convinto che quel progetto stesse finalmente prendendo forma tramite il commercio e la finanza globale. La realtà di questi anni ci sta mostrando, invece, che le norme valgono soltanto finché le potenze più forti decidono di rispettarle e, in assenza di un arbitro, la libertà di uno Stato tende a coincidere con la forza di cui dispone, e cresce nella stessa misura in cui riesce a limitare quella degli altri. Per comprendere questo passaggio è utile guardare al concetto di confine con gli occhi del sociologo: prima ancora di essere una linea sulla carta, il confine è un fatto sociale che stabilisce chi appartiene a una comunità e chi ne resta fuori, e così costruisce un noi e, contemporaneamente, un loro. La lingua latina ci ha offerto due parole per descrivere i modi in cui questo noi e loro può essere vissuto: il confinis, ovvero il confine condiviso, che riconosce la differenza tra due soggetti e la trasforma in un luogo di incontro e di scambio. L’altro termine latino è il limes, la frontiera fortificata dell’Impero romano, usato dai Romani per tenere l’altro a distanza e trasformarlo in una minaccia. Non è un caso che, in un mondo attraversato da migrazioni, reti digitali ed economie sempre più intrecciate, cresca la tentazione di rifugiarsi nel limes, che promette sicurezza e identità chiare a società spaventate dall’incertezza. 



Il problema è che, quando ogni potenza costruisce il proprio limes per difendersi, i vicini lo percepiscono come un gesto ostile e reagiscono rafforzandosi a loro volta. Si alimenta così quella spirale che gli studiosi chiamano dilemma della sicurezza, nella quale tutti si armano per sentirsi più protetti e nessuno, alla fine, lo è davvero. Molte logiche, schemi o trattati di diritto internazionale sono nati in un contesto politico, sociale e culturale frutto di due guerre mondali ma che sta scomparendo sotto i nostri occhi; questi sistemi, però, continuano a influenzare le politiche estere delle nazioni, contribuendo a leggere le crisi internazionali non come questioni di legittimità, diritti o autodeterminazione dei popoli ma come partite di scacchi da giocare su un Risiko geografico. Ed è proprio questa impostazione che rende strutturalmente impossibile riconoscere la libertà kantiana: se il mondo è un tabellone, i popoli non sono soggetti di diritto, ma pedine da muovere. Kant non pensava a un mondo senza differenze né senza confini, ma a istituzioni capaci di impedire che le differenze si trasformassero in guerra e la sua lezione resta attuale proprio perché ci ricorda che la libertà non è una proprietà da difendere contro gli altri, ma una condizione che esiste soltanto dentro una relazione di riconoscimento reciproco. Unione Europea e Stati Uniti invocano libertà e democrazia solo quando ciò serve a giustificare interventi militari o sanzioni, mentre ignorano le aspirazioni democratiche di quei popoli che non rientrano nei loro interessi strategici. La geopolitica, quindi, non è una scienza neutrale, ma una pratica che riflette i rapporti di forza. Il nodo centrale è che la libertà, per essere tale, non può essere concessa dall’alto né negoziata al tavolo delle nazioni: essa o è riconosciuta come diritto inalienabile di ogni popolo, oppure resta una parola vuota. 


Opera di Silvia Batttisti

L’attuale geopolitica globale, prigioniera della propria logica di potenza, non può riconoscere questo principio senza negare se stessa e, da qui, nasce il paradosso: un sistema che si dichiara fondato sulla libertà dei popoli è, però, strutturalmente incapace di garantirla perché la sua architettura serve a conservare gli equilibri esistenti, non a trasformarli. La posta in gioco non è soltanto teorica; ogni volta che la libertà di un popolo viene sacrificata sull’altare della convenienza strategica, si semina una crisi futura. L’instabilità che attraversa vaste regioni del pianeta non è un incidente di percorso, ma la conseguenza diretta di un ordine internazionale che ha smesso di credere nei principi che proclama a gran voce. Finché le nazioni continueranno a trattare la sovranità come una merce di scambio, la libertà kantiana resterà un orizzonte lontano. Nell’attuale contesto mondiale, i popoli non sono soggetti, ma oggetti: territori da controllare, risorse da sfruttare, alleanze da costruire e la libertà, se emerge, è sempre un effetto collaterale, mai un fine. E quando entra in conflitto con l’interesse strategico dell’élite globalista, viene sacrificata senza esitazione. Solo un movimento dal basso, capace di imporre dall’esterno ciò che le élite non vogliono concedere, potrà riaprire la partita; la storia, del resto, insegna che i diritti non si regalano ma si conquistano. La vera sfida, allora, è ripensare la politica internazionale e i rapporti tra nazioni a partire dalla libertà e non dal potere; significa mettere al centro le persone, non gli Stati; i diritti, non gli interessi economici; significa riconoscere che la sovranità non è un privilegio dei governi o peggio ancora delle élite finanziarie, ma un diritto dei popoli. La domanda giusta, allora, non riguarda il punto in cui finisce la libertà dell’uno, ma la nostra capacità di costruire un ordine in cui la libertà di qualcuno non debba più significare la rinuncia alla libertà di qualcun altro.