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martedì 27 ottobre 2026

L’INDUSTRIA DELLA PAURA
di Angelo Gaccione


Illustrazione di Laura Lobetti-Bodoni

Hanno martellato per una settimana intera su giornali, radio e televisioni per creare un clima di paura; vi si sono impegnati personaggi di ogni tipo e persino uomini e donne delle istituzioni. Hanno dipinto Milano come in preda al cataclisma credendo di spaventarla, come se la città non avesse visto di peggio; non avesse subìto il terrore delle stragi e delle bombe. E invece la città non è caduta nel tranello. Sabato era una giornata luminosa con un cielo particolarmente azzurro: così bello quando è bello, così splendido, così in pace come scrive Manzoni nel diciassettesimo capitolo de I promessi sposi, ed io volevo vedere con i miei occhi se il tam tam della paura, dell’industria della paura, avesse avuto effetto. E invece no. La linea gialla della Metropolitana era attiva come le altre e Piazza del Duomo era, come sempre, gremita di turisti, famiglie, coppie, musicanti. I blindati della polizia e le tute dei militari non avevano scoraggiato nessuno e la vita ferveva. Ferveva in Galleria, e quasi per niente in via della Spiga come in via Monte Napoleone. Faceva un certo effetto vedere molte delle vetrine degli opulenti negozi della moda sigillati da tavole di compensato. Il cielo era in pace e non c’erano guastatori in giro, stonavano un paio di elicotteri che vigilavano dall’alto; ma vigilavano sul nulla. Ho approfittato per scattare delle foto alle targhe commemorative dei patrioti Francesco Restelli e Cesare Correnti, e a quella dei bambini ebrei cacciati dalla scuola di via della Spiga con l’introduzione delle leggi razziali in Italia. Come per un segno del destino ho scoperto una targa sulla parete interna di un palazzo (Proprietà Visconti Uno) che alla pace rende onore. È in versione latina con la traduzione italiana in basso: “Spiga, nome di pace. / Chiunque ama comporre il grato nome della pace / qui, dove la spiga verdeggia / trova gli auspici della pace”. Ed è stata davvero di buon auspicio. In via Monte Napoleone la lapide al patriota Emilio Morosini sulla facciata della casa dove aveva abitato, e quelle che ricordano i capi dell’insurrezione contro gli austriaci, quella dove visse Cattaneo con le lettere sempre più sbiadite e illeggibili, come quella di Tommaso Grossi, oramai divenuta una pietra bianca e vuota. È anche questa indifferenza colpevole, questa mancanza di cura, che alimenta la rabbia. Per non guastarmi il sangue decido di sbucare in Piazza San Babila: tutto tranquillo anche lì. Mando un messaggio rassicurante ad un amico a Pisa che voleva sapere notizie su questo inesistente pomeriggio di paura, e mi dirigo verso Piazza dei Mercanti. 


Atelier Teatro

Altra piacevole sorpresa: mi trovo davanti ad un rudimentale palco, ad una tela che funge da sipario e ad un pacifico pubblico seduto sui gradini della Loggia e su degli sgabelli di colore rosso. Aspettano la recita di Atelier Teatro che sta tenendo un festival di teatro popolare nelle piazze della città. Lo farà fino al 22 novembre: ecco un ottimo modo per creare rapporti, relazioni pacifiche, divertimento sano, contro coloro che pretendono di blindarla la città. Mi viene in mente una frase dello scrittore svedese Stig Dagerman: “Chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà”. Prendo posto anch’io: ci sono dei bambini ed io mi trovo sempre bene in loro compagnia; ci godiamo una esilarante Canovacci di commedia. Un purpurri, una mescolanza, un ibrido nato da un Seminario Internazionale di Commedia dell’Arte ed ora ci viene restituito. Gli attori provengono da città diverse, lo scopriremo alla fine quando si presenteranno al pubblico individualmente; il pretesto è L’opera da tre soldi di Brecht, ma la commedia dell’arte improvvisa e mescola. Tante le allusioni a Milano, ai suoi luoghi, ai suoi eventi. Non potevano, ovviamente, mancare quelle al sabato nero dei disordini e dei saccheggi. Con molta ironia verso il potere, come si conviene.