L’INDUSTRIA DELLA PAURA
di Angelo Gaccione

Illustrazione di Laura Lobetti-Bodoni
Hanno martellato per una settimana intera su giornali, radio e
televisioni per creare un clima di paura; vi si sono impegnati personaggi di
ogni tipo e persino uomini e donne delle istituzioni. Hanno dipinto Milano come
in preda al cataclisma credendo di spaventarla, come se la città non avesse
visto di peggio; non avesse subìto il terrore delle stragi e delle bombe. E
invece la città non è caduta nel tranello. Sabato era una giornata luminosa con
un cielo particolarmente azzurro: così bello quando è bello, così splendido, così in pace come scrive Manzoni nel diciassettesimo capitolo
de I promessi sposi, ed io volevo vedere con i miei occhi se il tam
tam della paura, dell’industria della paura, avesse avuto effetto. E invece
no. La linea gialla della Metropolitana era attiva come le altre e Piazza del
Duomo era, come sempre, gremita di turisti, famiglie, coppie, musicanti. I
blindati della polizia e le tute dei militari non avevano scoraggiato nessuno e la
vita ferveva. Ferveva in Galleria, e quasi per niente in via della Spiga come
in via Monte Napoleone. Faceva un certo effetto vedere molte delle vetrine degli
opulenti negozi della moda sigillati da tavole di compensato. Il cielo era in
pace e non c’erano guastatori in giro, stonavano un paio di elicotteri che vigilavano
dall’alto; ma vigilavano sul nulla. Ho approfittato per scattare delle foto
alle targhe commemorative dei patrioti Francesco Restelli e Cesare Correnti, e a
quella dei bambini ebrei cacciati dalla scuola di via della Spiga con l’introduzione
delle leggi razziali in Italia. Come per un segno del destino ho scoperto una
targa sulla parete interna di un palazzo (Proprietà Visconti Uno) che alla pace
rende onore. È in versione latina con la traduzione italiana in basso: “Spiga,
nome di pace. / Chiunque ama comporre il grato nome della pace / qui, dove la
spiga verdeggia / trova gli auspici della pace”. Ed è stata davvero di buon
auspicio. In via Monte Napoleone la lapide al patriota Emilio Morosini sulla facciata
della casa dove aveva abitato, e quelle che ricordano i capi dell’insurrezione
contro gli austriaci, quella dove visse Cattaneo con le lettere sempre più
sbiadite e illeggibili, come quella di Tommaso Grossi, oramai divenuta una
pietra bianca e vuota. È anche questa indifferenza colpevole, questa mancanza
di cura, che alimenta la rabbia. Per non guastarmi il sangue decido di sbucare
in Piazza San Babila: tutto tranquillo anche lì. Mando un messaggio
rassicurante ad un amico a Pisa che voleva sapere notizie su questo inesistente pomeriggio
di paura, e mi dirigo verso Piazza dei Mercanti.


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